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LETTERATURA: I MAESTRI: Da una boccetta d’inchiostro

5 Settembre 2013

di Riccardo Bacchelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 9 agosto 1970]

Scrivere un libro di fanta ¬≠sia, non √® propriamente un la ¬≠voro perch√© viene da s√© o non viene, e la fatica vera sem ¬≠mai √® quella di far che nasca da solo, e di sgombrare dal fusto suo genuino quel che l’illusione e la pretensione di autore vorrebbero aggiungere ed accrescergli indosso.

In questo senso, anche la scrittura, come diceva Miche- langiolo della scultura, √® arte di sgrossamento. Anzi, dato che la materia dello scrivere √® tanto pi√Ļ agevole e abbon ¬≠dante ed efflorescente sotto la penna, lo scrivere √® assai pi√Ļ che lo scolpire, esercizio d’ini ¬≠bizione.

Parr√† curioso che lo dica io, tanto accusato di straripare, come scrittore pi√Ļ o meno be ¬≠nevolmente definito ¬ę fluvia ¬≠le ¬Ľ.

Ma, tanto per cominciare, mi inibisco ogni considerazio ¬≠ne su cotesto meno o pi√Ļ ma ¬≠levolo aggettivo, che m’√® ve ¬≠nuto incontro nel suo signi ¬≠ficato proprio e non metafo ¬≠rico, trovandomi sulle rive del Po a veder gli ¬ę esterni ¬Ľ del ¬≠la traduzione teleromanzata del Mulino del Po. E se non √® fluviale quello, quale altro ro ¬≠manzo lo sar√†, e fin dal ti ¬≠tolo?

Fatto sta che per l’autore di un libro di fantasia, l’avven ¬≠tura, nello scriverlo, piuttosto che sua, √® della fantasia, alla quale egli appartiene e le √® soggetto, molto pi√Ļ di quanto essa gli sia soggetta e gli ap ¬≠partenga. Ed in proposito, non citer√≤ come ne parlan Dante sublime e lo stupendo Ario ¬≠sto, ma l’amabile francese, di cui mi duole di dimenticare il nome, che la chiama ¬ę la mat ¬≠ta di casa ¬Ľ. E se non passeg ¬≠gia, √® meglio lasciar penna e carta, scrittoio e calamaio. E per questo la vera e propria avventura dello scrittore, √® quando, a mente posata e dopo congruo numero d’anni, si fa a leggere il libro che ha scrit ¬≠to, lo riconosce non senza sor ¬≠prese diverse, e vi si riconosce.

*

Avventura rischiosa, non oc ­corre dirlo, che nel caso mio particolare del Mulino del Po, in riva al fiume e sul fiume, ha ricevuto un carattere speciale dalle circostanze, dal luogo, dalle persone.

Infatti, non era solo n√© tanto un leggerlo quanto ed anche un vederlo tradotto, illu ¬≠strato, figurato in quel gene ¬≠re televisivo, anzi ¬ę teleromanzesco ¬Ľ, che unisce rappresen ¬≠tazione teatrale e narrativa in un amalgama vivace e fecon ¬≠do. Certo, √® trascrizione, e rie ¬≠laborazione, interpretazione, e traduzione, e si vale e compor ¬≠ta ingerenze, interpretazioni, figurazioni, alle quali √®, di necessit√† soggetta; e si chiamano sceneggiatura, reg√¨a, inter ¬≠pretazione, e, anche, luci e fotografia, la quale ha oggi degli operatori, come quelli delle ¬ę luci ¬Ľ, tanto ¬ę virtuo ¬≠si ¬Ľ della loro tecnica, che po ¬≠trebbero riuscir perfino perico ¬≠losi alla retta fedelt√†, non che al testo originale, al ¬ę copio ¬≠ne ¬Ľ stesso della traduzione telespettacolare.

Si potrebbe dire che ogni opera d’arte, alla lettura o vi ¬≠sione o audizione, si traduce, ed √® soggetta a una traduzio ¬≠ne nella mente e nell’animo del lettore o uditore o visore che sia; ma in questo fugge ¬≠vole ricordo delle giornate sul fiume e poi nel teatro televisivo quel che importa a me autore del romanzo di ricor ¬≠dare e di notare, non soltanto per gusto di soddisfazione personale, ma anche per concreto giudizio critico, √® la fedelt√†, in senso sostanziale ed intimo, che anche negli scorci e negli adattamenti, e talvolta acco ¬≠modamenti, all’atto pratico inevitabili, venne da tutti os ¬≠servata e artisticamente servi ¬≠ta, tanto in natura sul fiume, quanto in arte nello ¬ę studio ¬Ľ.

Per la cronaca, dei lavori, un giorno d’afa del variabile giugno passato, si risolse in un furioso temporalaccio con raffiche di vento e rovesci di pioggia e scariche elettriche. Riusc√¨ prezioso alla raccolta di materiale televisivo auten ¬≠tico e di prima mano, ma bi ¬≠sogn√≤ che tutti se lo prendes ¬≠sero tutto, scomodo e assai pauroso.

Fu un esempio materiale della fedeltà estetica al lavoro ed ai suoi intenti, ma fra tan ­ti altri e continui, ne scelgo un altro singolarmente signi ­ficativo.

Questo ¬ę Mulino secondo ¬Ľ sceneggia abbondanti e popo ¬≠lose scene di popolo ai tempi dei conflitti sociali del secon ¬≠do Ottocento. Chi ha letto il romanzo, lo sa: ma l’avevan letto i popolani del luogo, ri ¬≠vieraschi di Po, scritturati dal regista per le scene appunto di popolo, le pi√Ļ varie e diverse, idilliche e drammatiche?

*

Che facesser bene, e con ef ¬≠ficace e volonterosa intelligenza e prestazione ai compiti loro assegnati nelle prove par ¬≠ticolarmente faticose e penose e insistenti e nelle riprese al ¬≠l’aperto delle scene di massa; che facesser bene e volonterosamente la loro parte, non stupisce, quando che l’italiano di solito sa comparire con nauralezza ed efficacia nel con ¬≠sorzio umano, e in questo caso all’obiettivo della macchina di presa; ed √®, come si di ¬≠ce, attore nato. Cos√¨, nel caso di cui parlo, quei semplici ca ¬≠pivano quel che gli era spie ¬≠gato e rendevano quel che gli era chiesto: ¬ę battute ¬Ľ, ¬ę faccie ¬Ľ, movimenti indicati dal ¬ę copione ¬Ľ, spiegati dal regista e dai suoi aiuti, nel caso specifico sudanti ma alacri, come tutti dal primo all’ulti ¬≠mo sotto il sole dei giorni in cui si miete il grano, di San Giovanni e dei Santi Pietro e Paolo.

Di prova in prova, di presa in ripresa, via via che prende ¬≠va forma la rappresentazione estetica, cresceva, ai miei oc ¬≠chi d’autore del romanzo, quel che appariva e nel fatto artistico era comprensione intui ¬≠tiva del romanzo stesso in tut ¬≠ti, del mestiere fossero o no.

Che questi l’avesser letto, era una domanda che non ponevo a loro e neanche a me.

Il Mulino, in riva di Po a val ¬≠le del Lagoscuro ha una noto ¬≠riet√† di proprio genere, favoli ¬≠stica. Per esempio, ricordo, quando fra le due Guarde, la Ferrarese e la Veneta, c’era ancora un traghetto, credo l’ul ¬≠timo a sistema pendolare, ri ¬≠cordo che il traghettatore lo chiamava ¬ę la storia della Guarda ¬Ľ. E popolarit√† di un racconto significa per l’appun ¬≠to identificazione di realt√† e fantasia, di fatto e invenzione, di storia e poesia.

Alla popolarit√† cosi intesa serve e giova non solo n√© tan ¬≠to la lettura, quanto ed anche la nomea, la voce popolare, la favola del libro stesso. Discre ¬≠zione dunque, e anche cautela per non rischiare di sentirmi rispondere di no, mi sconsi ¬≠gliavano da chiedere se l’aves ¬≠ser letto. D’altronde, negli in ¬≠tervalli del lavoro e sull’argine popolato di spettatori, che la notte dello spettacoloso incen ¬≠dio del mulino ¬ę San Miche ¬≠le ¬Ľ furono una folla; d’al ¬≠tronde, domande venivan a farmele loro. E derivavano dal fatto che gli episodi rappre ¬≠sentanti le padane lotte agra ¬≠rie fra ’80 e ’90 e poi, ricordavan loro al vivo e al vero azioni e passioni come le avevan sentite raccontar dai vec ¬≠chi, alcuni dei quali le avevan vissute, e tutti le sapevano da chi le aveva vissute in carne e ossa. E questo magari non lo dicevano con parole, ma s√¨ col viso.

*

Una domanda, caratteristi ¬≠camente popolare, tornava spesso, ma in tono riguardoso e rispettoso: io, anzi, diceva ¬≠no, il libro a chi d√† torto e a chi ragione? A ciascuno ri ¬≠spondevo e a nessuno: a tutti la loro parte di ragione e a cia ¬≠scuno la sua parte di torto. Nella disgrazia poi che ne deriva, nessuno ha colpa e l’han ¬≠no tutti. Non importava che aggiungessi cos√¨ va il mondo, o, col titolo del volume, ¬ęmon ¬≠do vecchio sempre nuovo ¬Ľ; non occorreva, perch√© la giun ¬≠ta proverbiale ce la facevan loro stringendosi nelle spalle o magari in un sorriso non pri ¬≠vo di malinconia.

E’ anche probabile, poi che per data di nascita sono fra quelli che hanno sentito rac ¬≠contar quei fatti e quelle pas ¬≠sioni da chi li e le aveva vis ¬≠sute da una parte politica e sociale, e dall’altra; √® anche probabile che non torni pi√Ļ in riva di Po, e certo no a ¬ę teleromanteggiare ¬Ľ!

Questo dico non per insa ¬≠na renitenza alla legge del tem ¬≠po, ma perch√© la generosa adesione degli artisti, fossero o no del mestiere e delle mae ¬≠stranze e degli spettatori loca ¬≠li, mi riporta alla mente un detto che mi √® stato ripetuto pi√Ļ volte da lettori semplici, e che per altro √® implicito nel giudizio sul Mulino di un let ¬≠tore critico-storico della forza intellettuale di Federico Chabod, grande storico e amico caro. Il detto √® che dal Mulino si conosce che cos’√® costato far l’Italia.

Ha il suo significato a la ­sciarlo nella sua pregnante e indeterminata semplicità.

Tornando, per concludere, al recente ricordo personale dei giorni di lavorazione, l’im ¬≠pegno e l’apparato e tutto l’in ¬≠sieme di costruzioni e macchi ¬≠ne e persone in azione, mi fa ¬≠ceva dire ogni tanto: √Ę‚ÄĒ E’ pur curioso che tutto questo sia sortito da una boccetta d’in ¬≠chiostro!

Merito o colpa, √® della ¬ę mat ¬≠ta di casa ¬Ľ: e poco ci vorreb ¬≠be a ritrovare chi l’ha chia ¬≠mata cos√¨, ma la qualifica mi mette in umore di continuare a dimenticarlo.


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ÔĽŅ

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