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Cassazione. Una minchiata di sentenza

5 Settembre 2013

Dunque, vediamo. Napolitano, dopo l’ultima pensata dei quattro senatori a vita da mettere a carico dei cittadini e a sollievo del Pd, è riuscito a raggiungere Oscar Luigi Scalfaro nella classifica dei peggiori presidenti della repubblica. Ora i due svettano al primo posto, sicuri che sarà difficile eguagliare il loro primato.

Ma una gara si è accesa anche nella magistratura. La sentenza n. 1/2013 della Corte costituzionale che ha regalato al capo dello Stato una immunità pressoché assoluta genuflettendosi sfacciatamente ai suoi voleri sembrava irraggiungibile in quanto a follie del diritto. Chi mai poteva eguagliare la sorprendente svagatezza costituzionale, che concedeva a Napolitano ciò che la costituzione e l’assemblea costituente non intendevano concedergli?
E invece ecco spuntare all’improvviso un rivale insidioso che mostra di essere dotato della stessa svagatezza. Si tratta della Cassazione che con la sentenza Esposito, la n. 35729/13 del 1 agosto scorso, si è conquistata la seconda posizione, ad un passo, pure lei, dalla vetta. Si dirà: Basterà lasciare lavorare Antonio Esposito e il primato sarà assicurato. I bookmaker possono aprire le scommesse.

Di questa sentenza voglio offrire degli stralci saporosi, sperando di far trascorrere ai miei lettori una giornata, meglio una serata, diversa da quelle monotone che li affliggono quotidianamente.
Cominciamo, e godiamoci il divertimento.

***

Come è dimostrato da vari commentatori della sentenza della cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi, molti di questi non l’hanno neppure letta, e probabilmente soltanto orecchiata appena. Lo ha sostenuto – a mio avviso con ragione – anche Filippo Facci su “Libero”, qualche giorno fa. Un ultimo caso è quello di Domenico Gallo, ahimè magistrato e con mia doglianza toscano di Pistoia, la città con cui confina la mia Lucca.

È grave che si commenti senza leggere, e soprattutto è grave quando a commentare sono giornalisti o giuristi di primo piano. Così ho inteso fare questo lavoro che chiamare di sintesi è una sciocchezza (visto che è necessariamente lungo), ma sicuramente semplifica   la lettura delle 208 pagine a   quei lettori che non hanno né il tempo né la voglia di cimentarvisi. Ho cominciato con le parti in cui si riepilogano le sentenze precedenti, limitandomi a riportare gli estratti più significativi. Allo stesso modo ho proceduto con la parte dedicata dalla cassazione a respingere i ricorsi della difesa, ed infine ho scelto le motivazioni di merito con le quali la cassazione giustifica la condanna di Silvio Berlusconi.

Il lettore lo vedrà da sé, ma gli posso anticipare che non troverà una sola prova che possa configurare il reato a carico dell’ex presidente del consiglio. Ho quasi l’impressione (ironica) che tutti i giudici abbiano confuso Berlusconi con il suo dirigente Bernasconi, per la vicinanza del nome. Costui, e Lorenzano, appaiono i reali conduttori delle trattative per conto dell’azienda Mediaset di cui Berlusconi era socio maggioritario, mentre la condanna è costruita su di una presunzione (che dunque non è prova) secondo la quale questi dirigenti, non sempre, ma qualche volta si incontravano con Berlusconi. Risiamo al caso Ruby, che entra nella camera da letto e si pretende che Berlusconi abbia fatto sesso con lei, quando la ragazza afferma il contrario. Per facilitare ho messo in grassetto i punti in cui si rileva il momento che la magistratura ha ritenuto più alto e sicuro della colpevolezza di Berlusconi, in modo che il lettore potrà rendersi conto come tutto il sistema che regge l’accusa e le tre sentenze si basa sul solito “non poteva non sapere”. Il giudice Esposito ha dichiarato nella famigerata intervista al “Mattino” che non si può condannare un imputato sulla base del “non poteva non sapere”. E che Berlusconi veniva condannato in forza di testimonianze inoppugnabili. Ora il lettore verificherà da sé se nella sentenza vi si trovi la prova oltre ogni ragionevole dubbio in virtù della quale si può sostenere che Berlusconi è colpevole. Ricordiamo che nel processo penale la responsabilità è personale, e dunque occorre la prova che la frode sia stata direttamente commessa da Berlusconi. Questa prova non c’è, sostituita dal “non poteva non sapere”. Infatti, tutto l’iter processuale prova, come il lettore vedrà, che in casa Mediaset vigeva un sistema di società il cui scopo era quello di frodare il fisco e di costituire fondi all’estero. Ma non c’è una sola prova che richiami la diretta responsabilità di Silvio Berlusconi. E nel diritto penale questa prova non è aggirabile con un “non poteva non sapere”. La cassazione le ha trovato un nome, per giustificare la condanna: ha messo sul tavolo una carta fasulla, e l’ha chiamata “prova logica”. Ossia una prova basata sulla rischiosità implicita in qualsiasi ragionamento, al punto che – lo si vedrà – la difesa la contrasta con ragionamenti contrari e altrettanto validi, ma sono respinti, in quanto – scrive la cassazione – se i giudici hanno affidato la condanna ad un ragionamento logico, è quello dei giudici che prevale sull’altro. Ma, ahimè per la cassazione, ci di dimentica che ai giudici non è consentito ragionare come fanno i filosi. Ad essi è affidato il compito di trovare le prove oltre ogni ragionevole dubbio e solo sulle prove concrete, inoppugnabili (e nel processo la difesa di Berlusconi ne ha contrapposte di altrettanto logiche) formulare la condanna. Troveremo invece molto spesso (e da me poste in grassetto), espressioni quali:

– “un imprenditore avveduto avrebbe certamente dovuto accorgersi della possibilità di acquistare a minor prezzo ed essere a conoscenza delle dinamiche imprenditoriali in Mediaset”;
– “lo stesso non poteva non sapere“;
– “Egli era a perfetta conoscenza di quel mondo posto che anch’egli, nei primissimi anni di operatività, aveva personalmente acquistato i diritti utilizzati poi dalle sue società.”;
– “A sua domanda preciso che il Sig. AGRAMA ci diceva che continuava a riferire al Sig. Silvio BERLUSCONI sulle negoziazioni per l’acquisto dei film anche dopo la sua nomina alla Presidenza del Consiglio.. ;
– “È in sostanza impensabile“;
– “logica e coerenza vogliono“;
– “pur in assenza di una prova diretta“;
– “Ed era assolutamente ovvio“;
– “fosse del tutto palese la fittizietà”;
– “trovano una granitica conferma logica“;
– “Esistenza di cui non si era raggiunta prova documentale per l’estrema complessità e difficoltà nel seguire tutti i rivoli finanziari che si dipartivano dai conti di Agrama e delle sue società e della sostanziale impossibilità di identificarli tutti.”;
– “La sentenza della Corte d’appello di Milano si colloca, pertanto, al di fuori dell’ambito di irrazionalità che i ricorrenti lamentano e, a maggior ragione, al di fuori dell’area di manifesta illogicità della motivazione, la quale soltanto legittimerebbe una pronuncia di annullamento da parte della Corte di cassazione, a norma dell’art. 606, lett. e) cod. proc. pen.”;
– “quello che qui si intende ribadire è la pacifica diretta riferibilità a Berlusconi della ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto.”;
– “posto che, come ha dichiarato il già citato teste Tatò, Bernasconi rispondeva a Berlusconi senza nemmeno passare per il C.d.A. e nessuno ha riferito che tra Bernasconi e Berlusconi vi fosse un altro soggetto con poteri decisionali nel settore dei diritti, neppure dopo la quotazione in borsa e la c.d. “discesa in campo” di Berlusconi.”;
– “Inoltre Berlusconi aveva rapporti diretti con Lorenzano, che operava a fianco di Agrama e Cuomo. come risulta dalla deposizione di vari testi che hanno riferito di incontri tra i due che non potevano che riguardare questioni attinenti ai diritti. Vari testi hanno riferito infatti che Agrama e Cuomo quando venivano in Italia si recavano sistematicamente ad Arcore o comunque incontravano Berlusconi. E, come si è detto, si tratta di persone con le quali la societas sceleris è proseguita per tutto il periodo oggetto dell’imputazione. Ed evidentemente la possibilità di proseguire l’illecito rapporto sodale con Cuomo ed Agrama non necessitava del formale esercizio di poteri gestori in Mediaset. Come si è visto si tratta di un sistema che è stato congegnato e strutturato con mezzi e modalità tali da richiedere un apporto che non può provenire da un soggetto con limitati mezzi e privo di un potere indiscusso e generale, necessario per alimentare ovunque ve ne fosse la necessità l’operatività del meccanismo delittuoso.”;
– “Ed i rilevanti importi confluiti sui conti del “socio occulto” Agrama costituiscono palese dimostrazione del mantenimento inalterato del precedente sistema di frode. E del resto la qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza e dominus indiscusso del gruppo gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di intervento, anche in mancanza di poteri gestori formali. La permanenza di tutti i suoi fidati collaboratori, ma anche correi, ne costituisce la più evidente dimostrazione.”
– “la pacifica diretta riferibilità a Berlusconi della ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto”;
– “talché la mancanza in capo a Berlusconi di poteri gestori e di posizione di garanzia nella società non è dato ostativo al riconoscimento della sua responsabilità”;

Il lettore a questo punto si sarà già messo a ridere, ma gli assicuro che troverà altre svagatezze, così risibili da fargli rischiare di non avvedersi della loro gravità sulle persone che si trovano a subirne le conseguenze.
E ciò, soprattutto se si consideri che si tratta di materia penale.   Dove non si scherza. E dove per condannare un cittadino servono prove al di là di ogni ragionevole dubbio. Ci siamo dimenticati del caso Tortora? Ci siamo dimenticati che i giudici che lo condannarono non ne pagarono le conseguenze e anzi fecero carriera?
Qui non conta tifare per Berlusconi o essere prevenuto nei suoi confronti. Conta il rispetto del diritto, e la costituzione ci impone di garantire ad ognuno di noi un processo giusto.

Qui potete informarvi circa la sentenza svizzera che in sostanza dà ragione a Berlusconi, riconoscendo che Agrama era un reale intermediario e aveva la esclusiva per la Paramount.

Riporto anche le fasi precedenti la motivazione di condanna assunta dalla cassazione, in quanto il lettore potrà riscontrare che sono state fatte proprie dal giudice di legittimità.

***

Riassunto fatto dalla cassazione del primo e secondo grado:

Pag. 9

 

Ed era assolutamente ovvio che la gestione dei diritti, il principale costo sostenuto dal gruppo, fosse una questione strategica e quindi fosse di interesse della proprietà, di una proprietà che, appunto, rimaneva interessata e coinvolta nelle scelte gestionali, pur abbandonando l’operatività giornaliera.

Non possono incidere sul giudizio formulato i diversi arresti a cui erano pervenuti i Gup di Milano e Roma (con sentenze confermate dalla Cassazione) che attengono a diversi periodi di tempo e a distinti quadri probatori. Perché attengono agli anni in cui a IMS era stata sostituita Mediatrade ed alla operatività condotta con tale diversa società. Sostanzialmente da chi aveva ritenuto di dare una svolta, anche di “trasparenza”, al precedente modo di agire ».

 

Pag. 10

la circostanza che in una sola occasione Bernasconi abbia rimproverato Lorenzano per avere preso una percentuale da un fornitore non smentisce certo tale ricostruzione per una serie di motivi. Ed anzi la conferma. Perché solo ad un diretto collaboratore si può rimproverare di avere intascato una “mazzetta”, non ad un autonomo intermediario […]. Ed è allora evidente che Bernasconi riteneva che Lorenzano dovesse appunto agire nell’esclusivo interesse di Mediaset.

Ciò presuppone che le altre ingentissime somme da lui percepite lo fossero in piena consapevolezza ed accordo con il Bernasconi medesimo, posto che questi era perfettamente consapevole del costo originario del diritto e del costo finale corrisposto da Mediaset, e, di conseguenza. di quali proventi finanziari giungessero a coloro che si erano fittiziamente interposti.

 

Motivazioni del ricorso di Berlusconi e di Agrama

 

Pag. 18

 

5.18. Motivo n. 22 del ricorso Berlusconi.

 

Nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 603 in relazione all’art. 606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., per omessa adeguata motivazione sul rigetto di tutte le specifiche richieste di rinnovazione del dibattimento, per l’assunzione di soggetti che avrebbero tutti potuto comprovare, in modo determinante, l’assoluta terzietà delle società in questione e l’assoluta estraneità alla gestione di Mediaset da parte dell’imputato, negli anni in esame.

 

Pag. 19

 

5.20.1. Motivo n. 21 del ricorso Berlusconi.

 

Violazione degli artt. 178, lett. c), e 190 cod. proc. pen. e vizio di motivazione perché non è stato assunto l’esame di Frank Agrama e non gli è stato consentito di rendere dichiarazioni spontanee.

Eccepisce la manifesta illogicità della motivazione di rigetto dell’istanza di Agrama, presentata tramite il difensore, di essere sentito per via rogatoriale perché priva di firma autenticata e perché non era autenticato il certificato medico, peraltro risalente nel tempo. Si sarebbe comunque dovuto consentire ad Agrama di rendere le dichiarazioni spontanee.

 

Pag. 24

 

6.1. Ricorso di Frank Agrama.

 

6.1.1. Motivo n. 2.

 

Violazione degli artt. 125, comma 3 e 546, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., vizio di motivazione e travisamento della prova per avere la sentenza impugnata affermato la sua penale responsabilità per la ritenuta fittizietà della sua intermediazione nei rapporti produttori Usa-Agrama-Mediaset

Lamenta violazione della regola di giudizio dell’oltre ogni ragionevole dubbio, perché l’ipotesi alternativa della effettività delle intermediazioni è stata accolta dalla sentenza passata in giudicato emessa nel procedimento Mediatrade Roma. La sentenza impugnata, invece, ha ritenuto incontestato che Agrama, pur agendo come effettivo imprenditore, con una propria complessa struttura organizzativa, nella generalità dei rapporti di acquisto e rivendita che non coinvolgevano Mediaset, sarebbe stato invece un imprenditore fittizio negli specifici rapporti di acquisto dei diritti destinati a Mediaset. La circostanza che egli era al contrario un effettivo ed indipendente acquirente e rivenditore in proprio anche nei rapporti con Mediaset, è confermata da un numero imponente di elementi probatori nonché dalla sentenza del Gup di Roma del 27/06/2012, fondata sugli stessi elementi probatori del presente processo, confermata da questa Corte e passata in giudicato. In sostanza, con riferimento all’attività (che non mutava nel tempo) da lui svolta per Mediaset, lo stesso materiale probatorio ritenuto dalle due sentenze passate in giudicato non integrante neppure la soglia minima per il rinvio a giudizio, è stato qui invece ritenuto idoneo a supportare la condanna di Agrama al di là di ogni ragionevole dubbio.

 

 

Pag. 42

 

7.1. Ricorso di Agrama.

 

7.1.1. Motivo n. 3.

Violazione degli artt. 2, 8 e 9 del d.lgs. n. 74/2000, e vizio di motivazione in ordine alla affermata responsabilità di Agrama quale concorrente nel reato di cui all’art. 2 cit., concorso escluso per l’emittente di fatture ai sensi degli artt. 8 e 9.

Osserva che la sentenza gravata ha ritenuto la falsità delle fatture di vendita emesse da Agrama al gruppo Mediaset: falsità che, una volta recepita nelle fatture di rivendita successivamente emesse da IMS a Mediaset, avrebbe determinato la falsità anche di queste ultime, e la fraudolenza delle dichiarazioni fiscali di Mediaset per gli anni 2002-2003. In tale quadro, la condotta di Agrama è pacificamente quella di un emittente di fatture (per operazioni ritenute inesistenti) riconducibile all’ipotesi di cui all’art. 8 del d.lgs n. 74/2000: che, come tale, in virtù della preclusione di cui all’art. 9, non può concorrere nel delitto di dichiarazione fraudolenta ex art. 2. Il delitto di cui all’art. 8, poi, si consuma nel momento e nel luogo dell’emissione: nella specie, al di fuori del territorio italiano, con conseguente difetto di giurisdizione del giudice italiano.

 

Pag. 44

 

Ricorso di Berlusconi

 

7.2.3. Motivo n. 43.

Violazione dell’art. 125, comma 3, cod. proc. pen. in tema di responsabilità di Berlusconi.

La sentenza impugnata ha ritenuto Berlusconi responsabile dei reati ascrittigli perché: – le persone coimputate (Bernasconi, Agrama, Cuomo e Lorenzano) gli erano vicine e lo frequentavano; – un imprenditore avveduto avrebbe certamente dovuto accorgersi della possibilità di acquistare a minor prezzo ed essere a conoscenza delle dinamiche imprenditoriali in Mediaset; – almeno fino al 1998 vi erano state delle riunioni per decidere le strategie del gruppo, cui aveva partecipato anche Berlusconi.

Lamenta un evidente travisamento della prova. Non vi è la benché minima prova che Agrama, Cuomo e Lorenzano, negli anni di causa, abbiano mai frequentato Berlusconi. Bernasconi è morto nel 2001 e pacificamente dal 1995 non si occupava più direttamente dell’acquisizione dei diritti. Berlusconi inoltre aveva abbandonato ogni carica con l’ingresso in politica e nel 1996 vi era stata la quotazione in borsa di Mediaset, con la rinnovazione totale dal punto di vista contabile e della valutazione dei diritti. Manca qualsiasi prova sia che eventuali ipotetici comportamenti antigiuridici fossero continuati dopo la quotazione in borsa; sia che l’imputato avesse compartecipato alla ideazione o costituzione di IMS. Sul punto vi sono altre sentenze di merito e di legittimità che sono state totalmente pretermesse.

Inoltre, Berlusconi non ha firmato le denunce dei redditi del 2002 e del 2003; non aveva alcuna possibilità di intervenire in quelle denunce e non poteva decidere come operare gli ammortamenti. L’effetto di ammortamento non è automatico e la scelta di operare gli ammortamenti è stata dell’azienda e non di Berlusconi, mentre tutti i comportamenti pregressi, sono ininfluenti per la fattispecie penale contestata. Difatti, secondo le Sezioni Unite, le condotte di utilizzazione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, prodromiche o strumentali rispetto alla fraudolenta indicazione di elementi passivi fittizi in una dichiarazione annuale non sono più, di per sé, previste dalla legge come reato.

 

Pag. 45

 

7.2.4. Con un motivo aggiunto deduce poi manifesta illogicità della motivazione e inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 9 del d. Igs. 74/2000.

Osserva che Berlusconi è stato condannato sul presupposto che egli, come recita il capo di imputazione, sia coautore quale figura di riferimento ai fini decisionali di Bernasconi, Lorenzano e socio occulto di Agrama di «un sistema di frode elaborato negli anni 80 e da allora costantemente seguito fino al 1998 », in particolare «inscenando la costituzione di IMS … nella realtà un mero ufficio di rappresentanza » e «concentrando in capo a IMS i rapporti contrattuali con società di comodo ». I giudici hanno quindi sostenuto che l’imputato aveva dato un contributo causale alla frode contestata e che lo stesso non poteva non sapere che le dichiarazioni dei redditi, da altri elaborate e sottoscritte in epoca in cui era del tutto estraneo alla compagine sociale, erano il frutto del sistema posto in essere anni prima. Pertanto l’imputato è stato necessariamente ritenuto compartecipe di tutti i fenomeni di false fatturazioni, perché se così non fosse non lo si sarebbe potuto ritenere responsabile già per partecipazione alla catena causale prodromica alle dichiarazioni dei redditi e tanto meno responsabile sul piano del dolo. Sennonché, se si è ritenuto provato il concorso dell’imputato nell’attività di false fatturazioni, egli doveva rispondere di questo reato e non del successivo reato di utilizzazione di fatture false ai fini delle dichiarazioni dei redditi elaborate da altri in anni successivi. Se invece l’imputato non si ritenesse corresponsabile dell’attività prodromica, non è spiegato a che titolo sarebbe responsabile del reato di cui all’art. 2. Doveva quindi essere rispettato il disposto dell’art. 9 dichiarando l’imputato responsabile del concorso nel reato di emissione di false fatturazioni e di conseguenza dichiarando estinti per prescrizione i fatti sussumibili sub art. 8.

 

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7.3.2. Motivo n. 9.

Violazione degli artt. 81 e 110 cod. pen., 4, lett. f), I. n. 516/1982, 2 d. Igs. n. 72/2000 e vizio di motivazione in ordine alla configurabilità del delitto di cui all’art. 2 d. Igs. n. 74/2000 (fatture per operazioni oggettivamente inesistenti).

Ricorda che con l’appello aveva eccepito la inconfigurabilità di tale delitto quanto alla inesistenza oggettiva, in ragione della effettiva corresponsione (e dell’integrale saldo) degli importi richiesti per le cessioni dei diritti. La Corte d’appello ha affidato la qualificazione giuridica della vicenda agli «stralci più significativi » della sentenza di questa Corte n. 39176/2008, Agrama, che ha così assunto valore decisivo ai fini della prova dei fatti in essa indicati, trattandosi di vicenda «sostanzialmente coincidente ». Sennonché tale sentenza riguarda un solo coimputato, altre annualità e differenti condotte, e soprattutto si limita a rilevare, ex art. 129 cod. proc. pen., l’assenza di prevalenti cause di proscioglimento a fronte della declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione con sentenza predibattimentale ex art. 469. La sentenza per definizione prescinde da ogni vaglio istruttorio, il che impedisce di ravvisare qualsivoglia «accertamento » dei fatti posti alla base dell’odierna tesi di accusa.

Deduce poi manifesta contraddittorietà perché la Corte d’appello, da un lato, ha dato rilievo a questa sentenza e, dall’altro lato, ha poi affermato che erano irrilevanti le sentenze dei Gup di Roma e di Milano, confermate in cassazione, che avevano escluso la sussistenza sia della prova sul «giro dei diritti » sia di quella sulla responsabilità di Berlusconi, considerandolo estraneo alla gestione del gruppo a partire dalla sua entrata in politica. La sentenza di non luogo a procedere per insussistenza del fatto del Gup di Roma, poi, aveva giudicato tenendo conto di tutti gli elementi di prova acquisiti nel presente processo e li aveva ritenuti idonei a dimostrare un’effettiva attività di intermediazione di Agrama.

Eccepisce quindi che, nel caso di integrale versamento dell’importo fatturato, non è neanche astrattamente ipotizzabile il conseguimento di un indebito risparmio fiscale, in quanto si è al cospetto di un costo effettivo collegato al reale esborso dell’importo indicato nel documento contabile. Sono quindi penalmente irrilevanti le operazioni non congrue. In ogni caso, anche quando i margini fossero non ragionevoli ed eccedenti il valore «normale », si tratterebbe pur sempre di un problema di valore e di congruità, e non certo di costo inesistente in tutto o in parte.

 

Pag. 50

7.3.3. Motivo n. 10.

Violazione degli artt. 81 e 110 cod. pen., 4, lett. f), I. n. 516/1982, 2 d. Igs. n. 74/2000 e vizio di motivazione circa la configurabilità del reato di cui all’art. 2 cit. (fatture per operazioni soggettivamente inesistenti).

La sentenza impugnata ha ritenuto che le fatture riguardavano operazioni inesistenti sia oggettivamente sia anche soggettivamente. Invero, la ritenuta intermediazione fittizia comporta una inesistenza soggettiva, ossia una operazione riferita «a soggetti diversi da quelli effettivi ». Sennonché, l’ipotesi di inesistenza soggettiva rileva esclusivamente per le violazioni in materia di IVA e non già rispetto a quelle in materia imposte sui redditi.

 

Pag. 52

 

7.3.7. Motivo n. 14.

Violazione ed erronea applicazione di legge; mancata applicazione del canone (di rilievo costituzionale) del «nemo tenetur se detegere » (art. 43 e 384 cod. pen.; 24, comma secondo, Cost.). Erronea applicazione degli artt. 546, 581, lett. c), 598 cod. proc. pen. per (totale) omessa motivazione su specifica questione di diritto sollevata nei motivi di appello.

Lamenta che la Corte d’appello ha totalmente omesso di rispondere all’eccepita violazione del principio del «nemo tenetur se detegere », ritenendo in sostanza che colui che aveva realizzato un «reato (tributario) istantaneo » nel 1998, dopo la modifica normativa del 2000 si sarebbe – con la prima dichiarazione dei redditi – visto costretto ad «autodenunciare » la precedente condotta illecita ancora penalmente sanzionabile. Difatti, presentando la dichiarazione veridica, l’autore non avrebbe fatto altro che denunciare i pretesi illeciti precedentemente commessi (utilizzo fin dal 1998 di fatture fittizie).

 

La cassazione risponde

 

A) Questioni processuali

 

Esempi di cattivi rapporti e di poca disponibilità dei giudici che dovrebbero garantire un giusto processo

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6. Il motivo n. 8 del ricorso del Berlusconi – con il quale sono state dedotte la violazione di legge, in relazione all’art. 391 bis comma 11 cod. proc. pen., ed il vizio di motivazione – è manifestamente infondato.

Questa Corte ha già avuto modo reiteratamente di asserire che l’ordinanza di rigetto da parte del GIP della richiesta di assumere, con incidente probatorio, ai sensi dell’art. 391 bis comma 11 cod. proc. pen., la testimonianza di soggetto rifiutatosi di rendere, su richiesta del difensore, dichiarazioni scritte o informazioni, ai sensi degli artt. 391 bis e 391 ter cod. proc. pen. o che abbia dichiarato di volere essere ascoltata alla presenza del P.M. o durante incidente probatorio, non è soggetta a gravame, stante il principio di tassatività delle impugnazioni (art. 568 comma 1 cod. proc. pen.) e l’esigenza di speditezza della procedura: rimanendo, altresì, esclusa la qualificabilità della ordinanza di rigetto quale provvedimento abnorme, e quindi la possibilità di impugnarla con ricorso per cassazione, dal momento che essa, a prescindere dalla eventuale erroneità della decisione o della relativa motivazione, non può dirsi avulsa dall’intero ordinamento processuale (c.d. abnormità strutturale), né adottata al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste, tanto da determinare una stasi irrimediabile del processo (c.d. abnormità funzionale) (così Sez. 3, n. 20130 del 09/04/2002, Mondadori, Rv. 221973; conf. anche Sez. 3, n. 1399/12 del 14/12/2011, S., Rv. 251645).

A tale principio di diritto la Corte di appello di Milano si è uniformata rilevando – con motivazione congrua e ragionevole – come non sia prevista alcuna nullità a causa della mancata attivazione della procedura prevista dall’art. 391 bis comma 11 cod. proc. pen. e come, nel caso di specie, il provvedimento di rigetto della richiesta difensiva di instaurazione dell’incidente probatorio non avesse comportato alcun sacrificio delle ragioni della difesa che ben avrebbe potuto chiedere, nel successivo giudizio dibattimentale, l’audizione delle persone non ascoltate nella precedente fase (v. pag. 101 sent. impugn.).

 

Pag. 67

 

8.1. I motivi n. 3 e n. 13 del ricorso di Berlusconi – coni quali sono stati dedotti la violazione di legge, in relazione agli artt. 420 ter cod. proc. pen. e 159 cod. pen., ed il vizio di motivazione, motivi esaminabili congiuntamente per l’analogia delle relative questioni – sono infondati.

Le lamentele del ricorrente attengono al contenuto di quattro ordinanze dibattimentali emesse nel corso del giudizio di primo grado con le quali il Tribunale di Milano aveva disatteso altrettante richieste tese a far valere l’asserito assoluto impedimento a comparire dell’imputato, e, dunque, ad ottenere il rinvio del processo in ragione di concomitanti impegni politici di Berlusconi, interessato a partecipare alla definizione delle liste elettorali del suo partito (così con riferimento alle ordinanze gravate emesse rispettivamente nelle udienze del 18/01/2013 e del 01/02/2013); ovvero in ragione di impegni istituzionali dello stesso imputato che, nella veste di Presidente del Consiglio dei ministri, avrebbe dovuto partecipare ad una seduta di tale organo collegiale o ad un incontro con il primo ministro di un governo straniero, impegni fissati in coincidenza con le prestabilite date di udienza (così con riferimento alle ordinanze impugnate emesse rispettivamente nelle udienze del 01/03/2010 e del 05/10/2011).

Nell’escludere che le due decisioni del Giudice di prime cure e le due adottate nel corso del giudizio di secondo grado avessero comportato violazione alcuna di norme processuali previste a pena di nullità, la Corte di appello di Milano, con motivazione completa, nella quale non sono riconoscibili vizi di manifesta illogicità, ha spiegato come la scelta di far prevalere le esigenze del processo su quelle politico-istituzionali rappresentate in quelle contingenze dall’imputato rispondesse coerentemente alle indicazioni fornite in materia dalla Corte costituzionale. Questa, risolvendo il conflitto di attribuzioni sollevato proprio in relazione all’adozione di una delle quattro ordinanze dibattimentali sopra elencate, aveva concluso nel senso che, in base al principio di leale collaborazione, e fermo restando che il giudice, nel rispetto del principio della separazione dei poteri, non può invadere la sfera di competenza riservata al Governo, spetta alla medesima autorità giudiziaria ordinaria stabilire se non costituiva impedimento assoluto alla partecipazione all’udienza penale del 01/03/2010 l’impegno dell’imputato Presidente del Consiglio dei ministri di presiedere una riunione del Consiglio da lui stesso convocata per tale data: giorno che egli aveva in precedenza indicato come utile per la partecipazione all’udienza, senza che l’imputato avesse fornito alcuna “allegazione” circa la necessaria concomitanza e “non rinviabilità” di detto impegno, oppure circa una data alternativa per definire un nuovo calendario (C. Cost., sent. n. 168 del 2013).

In particolare i Giudici delle leggi hanno puntualizzato che la verifica, alla luce dei principi di leale collaborazione e di tutela della attribuzioni dell’organo di governo, deve attenere all’eventuale “cattivo esercizio” da parte dell’autorità giudiziaria del potere decisionale sulle richieste di rinvio formulate dall’imputato: verifica che va compiuta “caso per caso”, (per appurare) “se Io specifico impegno addotto dall’imputato Presidente del Consiglio dei ministri, pur quando riconducibile ad attribuzioni coessenziali alle funzioni di governo […], dia in concreto luogo ad impossibilità assoluta (anche alla luce del necessario bilanciamento con l’interesse costituzionalmente rilevante a celebrare il processo) di comparire in giudizio, in quanto oggettivamente indifferibile e necessariamente concomitante con l’udienza di cui è chiesto il rinvio”; ovvero se le determinazioni del giudice siano state espressione dell’adozione di “soluzioni procedimentali, ispirate al coordinamento dei rispettivi calendari”, in modo tale da controllare se “gli impegni del Presidente del Consiglio dei ministri (siano) riconducibili ad attribuzioni coessenziali alla funzione di governo e in concreto assolutamente indifferibili” e se il Presidente del Consiglio dei ministri, nel programmare i propri impegni, abbia tenuto “conto, nel rispetto della funzione giurisdizionale, dell’interesse alla speditezza del processo che lo riguarda e riservando a tale scopo spazio adeguato nella propria agenda” (così richiamando anche la precedente C. Cost., sent. n. 23 del 2011).

Alla luce di tali regole ermeneutiche deve escludersi che nella sentenza gravata siano presenti violazioni di legge sanzionate a pena di nullità, avendo la Corte di appello di Milano spiegato, con motivazione accorta e logicamente equilibrata, che il Giudice di primo grado aveva correttamente rigettato le richieste di rinvio formulate per ben due volte dalla difesa dell’imputato Berlusconi, atteso che (con riferimento alla ordinanza emessa nell’udienza del 01/03/2010), l’istanza difensiva era stata giustificata dalla fissazione di una riunione del Consiglio dei ministri in quella stessa data che, anche in considerazione dell’oggetto (relativo all’approvazione di alcuni disegni di legge, cui avrebbe fatto comunque seguito un lungo iter parlamentare), non aveva carattere di urgenza, e non se ne era dimostrata la indifferibilità: riunione che, peraltro, era stata fissata in una data precedentemente calendarizzata dal Tribunale d’intesa con la stessa difesa di Berlusconi e sulla base delle indicazioni dalla medesima fornite, e dopo che altre tre precedenti udienze ugualmente calendarizzate erano state annullate. E che, con riferimento all’ordinanza emessa nella udienza del 05/10/2011, era stata negata la legittimità dell’impedimento segnalato dall’imputato, dato che questi era stato messo a conoscenza che, in quell’udienza, si sarebbe dovuta espletare l’assunzione di una prova nelle forme rogatoriali, che aveva fatto seguito ad una complessa e difficoltosa predisposizione durata un quadriennio; e che l’imputato, disattendendo l’obbligo di leale collaborazione verso l’autorità giudiziaria cui era tenuto, non aveva dato alcuna giustificazione sulla non indifferibilità del segnalato impegno istituzionale e della relativa tempistica, né aveva spiegato per quali ragioni non avrebbe potuto delegare tale compito ad altro membro dell’Esecutivo (v. pagg. 105-106 sent. impugn.).

Le stesse ragioni consentono di giudicare prive di pregio le doglianze difensive avanzate in relazione alle altre due ordinanze di rigetto di altrettante richieste di rinvio del processo, adottate nelle udienze del 18/01/2013 e del 01/02/2013 del giudizio di secondo grado, in quanto concernenti asseriti concomitanti impegni meramente politico-elettorali dell’imputato, connessi alla predisposizione di liste elettorali, privi di quel carattere istituzionale e governativo che, in base agli indicati criteri dettati dalla Consulta, avrebbe imposto una più ampia estensione del sindacato sulle scelte della Corte distrettuale.

Per altro verso, con motivazione immune da vizi logici o giuridici i Giudici di merito avevano convincentemente sottolineato – nella ordinanza emessa nella prima delle elencate udienze, il cui contenuto era stato richiamato anche nel provvedimento adottato nella successiva udienza – che le istanze di rinvio non erano state tempestivamente proposte rispetto al momento in cui era sorto l’asserito concomitante impegno; e che la difesa non aveva evidenziato le ragioni per le quali, a fronte di un calendario delle udienze preventivamente comunicato all’interessato, che prevedeva una sola udienza a settimana, non si era potuto differire quegli impegni ad altre date.

Del tutto irrilevante è il riferimento all’art. 159 cod. pen. che disciplina esclusivamente gli effetti sostanziali delle ordinanze di rinvio del processo adottate legittimamente.

 

 

Pag. 69

 

8.2. Il motivo n. 4 del ricorso di Berlusconi – con il quale sono state dedotte la violazione di legge, in relazione all’art. 420 ter cod. proc. pen., ed il vizio di motivazione – è manifestamente infondato.

Costituisce riflesso di un consolidato orientamento della Suprema Corte il principio secondo il quale, in tema di impedimento ex art. 420 ter cod. proc. pen., è sottratto al sindacato di legittimità il provvedimento con cui il giudice di merito rigetta l’istanza di rinvio del dibattimento sulla base di una motivazione scevra da vizi logici e giuridici, con la quale si dà ragione del fatto che l’impedimento dedotto non riveste i caratteri di assolutezza richiesti dalla legge (così, tra le tante, Sez. 5, n. 35170 del 20/09/2005, Ornaghi, Rv. 232568).

Alla luce di tale regola giuridica va osservato come la Corte ambrosiana ha correttamente rigettato, nell’udienza del 09/03/2013, una richiesta difensiva di rinvio del processo per un asserito impedimento assoluto di Berlusconi a partecipare al processo per motivi di salute, avendo spiegato, con motivazione congrua e logicamente coerente, che non poteva ritenersi legittimo l’impedimento dell’imputato a presenziare a quella udienza atteso che – sulla base degli esiti di un apposito accertamento espletato da due periti incaricati dal Collegio – il prevenuto era risultato affetto da una uveite bilaterale, curata con la somministrazione di farmaci antiflogistici e midriatici, situazione che, pur presentando una sintomatologia dolorosa e problematiche visive, non aveva affatto integrato gli estremi di un assoluto impedimento dello stesso imputato alla partecipazione al processo che lo riguardava. Ciò evidentemente senza che possano avere influenza alcuna le diverse determinazioni che in altra data aveva potuto adottare il Giudice di un diverso processo a carico del Berlusconi medesimo.

 

 

8.3. E’ manifestamente infondata la doglianza formulata con il collegato motivo n. 14 del ricorso di Berlusconi, con il quale sono state dedotte la violazione di legge, in relazione agli artt. 178 comma 1 lett. c) e 179 cod. proc. pen., ed il vizio di motivazione.

Costituisce pacifico principio di diritto nella giurisprudenza di legittimità quello per il quale non deve essere notificato all’imputato ritualmente citato e non comparso l’avviso del rinvio in prosecuzione del dibattimento ad altra udienza, essendo egli rappresentato in giudizio dal difensore (così, tra le molte, Sez. 3, n. 24240 del 24/03/2010, Romano, Rv. 247689; Sez. 4, n. 7924 del 05/01/1999, Caldarelli, Rv. 214245; Sez. 6, n. 5502 del 11/01/1996, Zini ed altri, Rv. 204988).

 

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9. Manifestamente infondato è il motivo n. 5 del ricorso di Berlusconi, con il quale sono state dedotte la violazione di legge, in relazione agli artt. 420 ter cod. proc. pen. e 159 cod. pen., ed il vizio di motivazione.

Con adeguata motivazione, nella quale non sono ravvisabili gli estremi di alcuna manifesta illogicità, la Corte di appello ha giustificato il rigetto delle plurime richieste formulate dai due difensori dell’imputato – con le quali era stato dedotto l’impedimento dovuto a concomitanti loro impegni ‘politici’ legati alla apertura della campagna elettorale – rilevando come i due patrocinatori non avessero indicato le ragioni per le quali non potevano essere sostituiti da altro difensore per quelle udienze. Né è configurabile in quella argomentazione la lamentata contraddittorietà, in quanto del tutto correttamente i Giudici di secondo grado hanno sostenuto come l’impegno rappresentato avrebbe potuto astrattamente costituire un legittimo impedimento a presenziare all’udienza, ma come in concreto le richieste difensive dovessero essere disattese per l’omessa allegazione delle ragioni di una eventuale sostituzione.

Tale soluzione è coerente all’indirizzo ermeneutico di questa Corte che, a più riprese, ha affermato che è legittima la decisione di rigetto dell’istanza di rinvio dell’udienza, pur tempestivamente presentata, per precedenti improrogabili impegni professionali, qualora l’attestazione di impossibilità di sostituzione sia apodittica o generica, in quanto, pur essendo arduo dare la prova negativa di un fatto, è comunque onere del difensore istante esplicitare le ragioni di detta impossibilità – che possono variamente riguardare la difficoltà, delicatezza o complicazione del processo, l’esplicita richiesta dell’assistito, l’assenza di altri avvocati nello studio del difensore, (‘indisponibilità di colleghi esperti nella medesima materia, ecc. – per consentire al giudicante di apprezzarle (in questo senso Sez. 5, n. 41148 del 28/10/2010, Cutrale, Rv. 248905; conf. Sez. 5, n. 44299 del 04/07/2008, Buscemi, Rv. 241571; Sez. 2, n. 25754 del 11/06/2008, Staibano, Rv. 241457).

 

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10. Il motivo n. 17 del ricorso di Berlusconi Рcon il quale sono state dedotte la violazione di legge, in relazione agli artt. 23 e 37 legge n. 87 del 1953, ed il vizio di motivazione Р̬ inammissibile per carenza di un concreto ed attuale interesse.

Ed invero, l’imputato avrebbe avuto interesse ad ottenere una pronuncia sulla legittimità o meno della decisione della Corte di appello che aveva rigettato la richiesta difensiva di sospensione del processo, ai sensi del combinato disposto degli artt. 23 e 37 legge n. 87 del 1953, in relazione alla pendenza dinanzi alla Corte costituzionale del sollevato conflitto di attribuzioni, solamente se fosse poi risultata la fondatezza del ricorso con cui la Presidenza del Consiglio dei ministri aveva sollevato quel conflitto.

La decisione adottata dalla Consulta con la già citata sentenza n. 168 del 2013, nel senso della declaratoria della infondatezza dell’anzidetto ricorso, toglie alla proposta questione ogni concreta rilevanza pratica, non essendo oggi in alcun modo concretamente utile per il ricorrente una eventuale censura della determinazione della Corte di appello di Milano di proseguire la trattazione del processo in attesa della pronuncia dei Giudici delle leggi.

 

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11.1. Il motivo n. 15 del ricorso di Berlusconi Рcon il quale sono state dedotte la violazione di legge, in relazione agli artt. 495 e 190 cod. proc. pen., ed il vizio di motivazione Р̬ infondato.

Nella giurisprudenza di questa Corte si è puntualizzato che il diritto alla prova riconosciuto alle parti implica la corrispondente attribuzione del potere di escludere le prove manifestamente superflue ed irrilevanti, secondo una verifica di esclusiva competenza del giudice di merito che sfugge al sindacato di legittimità ove abbia formato oggetto di apposita motivazione immune da vizi logici e giuridici (così, da ultimo, Sez. Un., n. 15208 del 25/02/2010, Mills, Rv. 246585).

Alla stregua di tale principio di diritto deve ritenersi conforme alle vigenti disposizioni di diritto processuale la motivazione della sentenza gravata con la quale, nel rigettare le eccezioni di nullità delle quattro ordinanze con cui il Giudice di primo grado aveva revocato l’originario provvedimento di ammissione della prova con riferimento ad una serie di testi indicati dalla difesa, la Corte lombarda – bilanciando in forma equilibrata il diritto alla prova spettante all’imputato con le esigenze di ragionevole durata del processo – ha spiegato, con argomentazioni prive di vizi di illogicità, come fossero del tutto legittime, a fronte di un lunghissimo e sovrabbondante elenco di testimoni indicati nella lista della difesa, la prima decisione del Tribunale del 28/02/2011 (peraltro presa con il sostanziale consenso della difesa) di limitare l’ammissione a soli due testi per ognuna delle circostanze di prova rassegnate in lista; la seconda ordinanza emessa nell’udienza del 11/04/2011 con la quale il Collegio, in considerazione dell’intervenuta prescrizione di vari reati oggetto dell’originario addebito, della genericità di taluni capitoli di prova e della ripetitività delle escussioni sollecitate dalla difesa con riferimento ad un medesimo unico aspetto della vicenda processuale, aveva giudicato superflua l’escussione di tutti i restanti testimoni e ridotto il numero di quelli da esaminare; la terza ordinanza del 26/09/2011 con la quale i Giudici di prime cure legittimamente avevano escluso altri testi indicati nella lista della difesa, in quanto gli stessi non erano risultati reperibili all’indirizzo indicato; ed ancora, l’ultima decisione adottata nella udienza del 21/05/2012 con cui era stata ritenuta la superfluità dell’ascolto di altri testimoni della difesa perché chiamati a deporre su condotte di reato per le quali era oramai intervenuta la prescrizione, su circostanze generiche ovvero indicate in maniera meramente esplorativa, oppure su fatti oramai considerati sufficientemente dimostrati sulla base di altre esaustive emergenze processuali già acquisite, di natura sia orale che documentale (v. pagg. 106-107 sent. impugn.).

Del tutto corretta era stata così la determinazione del Tribunale di valutare la superfluità delle prove ancora da assumere sulla base dei dati informativi acquisiti in precedenza nel corso della medesima istruttoria dibattimentale, in quanto conforme all’orientamento giurisprudenziale che riconosce che il potere giudiziale di revoca, per superfluità, delle prove già ammesse è, nel corso del dibattimento, più ampio di quello esercitabile all’inizio del dibattimento stesso, momento in cui il giudice può non ammettere soltanto le prove vietate dalla legge o quelle manifestamente superflue o irrilevanti (Sez. 2, n. 9056 del 21/01/2009, Zerabib, Rv. 243306; conf. Sez. 6, n. 12589 del 03/02/2004, Pisani, Rv. 229017).

 

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13.1. Il motivo n. 21 del ricorso di Berlusconi – con il quale sono state dedotte la nullità della sentenza, per violazione degli artt. 178 comma 1 lett. c) e 190 cod. proc. pen., ed il vizio di motivazione – è inammissibile in quanto formulato in una situazione di carenza di interesse.

Ed invero, l’eccezione di nullità della sentenza per un’asserita violazione del diritto di difesa per non avere il Giudice di merito assunto l’esame di un imputato ovvero per non avergli consentito di rendere dichiarazioni spontanee, può essere legittimamente fatta valere da quello stesso imputato, e cioè dal titolare del relativo diritto, e non anche – come nella fattispecie è accaduto – da un suo coimputato, che ha prospettato una lesion solo ipotetica dei suoi diritti difensivi.

Né, in relazione alla posizione di Berlusconi, è configurabile una violazione di legge sub specie di mancata assunzione di una prova decisiva, posto che costituisce espressione di un consolidato orientamento giurisprudenziale il principio secondo il quale per prova, la cui mancata assunzione può costituire motivo di ricorso per cassazione, deve intendersi solo quella che, confrontata con le ragioni poste a sostegno della decisione, risulti determinante per una diversa conclusione del processo, e non anche quella insuscettibile di incidere sulla formazione del convincimento del giudice, in quanto costituente una diversa prospettazione valutativa nell’ambito della normale dialettica tra le differenti tesi processuali (in questo senso Sez. 1, n. 17844 del 26/03/2003, Milesi, Rv. 224800; in senso sostanzialmente conforme anche Sez. 6, n. 37173 del 11/06/2008, Ianniello, Rv. 241009; Sez. 2, n. 2827/06 del 22/11/2005, Russo, Rv. 233328; Sez. 1, n. 46954 del 04/11/2004, Palmisani, Rv. 230589).

 

Pag. 75

 

13.2. Il collegato motivo n. 1 del ricorso dell’imputato Frank Agrama – con il quale sono state dedotte la violazione di legge, in relazione agli artt. 494 e 178 cod. proc. pen., ed il vizio di motivazione – è manifestamente infondato.

Il ricorrente si è doluto del provvedimento con il quale la Corte di appello di Milano ha rigettato la sua istanza di poter rendere dichiarazioni spontanee. Tuttavia è bene rammentare che l’imputato Agrama era rimasto contumace nel giudizio di secondo grado e che il 28/02/2013 lo stesso aveva fatto pervenire dagli Stati Uniti una richiesta di poter rendere dichiarazioni spontanee in videoconferenza, stante la sua impossibilità di viaggiare in aereo.

Si trattava di una sollecitazione alla quale la corte di merito avrebbe potuto non dare alcun seguito, tenuto conto che, come si desume agevolmente dal combinato disposto degli artt. 489 comma 1 e 494 comma 1 cod. proc. pen., il diritto a rendere dichiarazioni spontanee nel corso del dibattimento – vale a dire a fornire un opportuno contributo chiarificatore, nella piena libertà di autodifesa – spetta esclusivamente ed in via personale all’imputato che sia fisicamente presente all’udienza, tant’è che il legislatore codicistico prescrive che le stesse possano essere rese a condizione che non intralcino l’istruttoria dibattimentale, e non anche all’imputato assente o contumace (essendo riconosciuta a quest’ultimo una sorta di “restituzione nei termini” esclusivamente quando, già dichiarata la sua contumacia, egli dimostri di non avere avuto conoscenza del procedimento a suo carico).

D’altro canto, l’art. 146 bis disp. att. cod. proc. pen. stabilisce sì la possibilità dell’impiego del sistema telematico della ‘videoconferenza’ per consentire la partecipazione dell’imputato al dibattimento a distanza, ma la operatività di tale disposizione è subordinata alla presenza di una serie di condizioni fattuali del tutto assenti nel caso dell’imputato Agrama.

Del tutto correttamente, dunque, la Corte territoriale ha disatteso quella richiesta difensiva, pure considerando come l’istanza fosse contenuta in una missiva proveniente dagli Stati Uniti priva di sottoscrizione autentica, della cui reale provenienza, perciò, non vi era prova sicura; e come alla richiesta fosse stata allegato un certificato medico carente del requisito di attualità, in quanto stilato il 18/12/2012, oltre due mesi prima, allorquando era stato consigliato genericamente al paziente, affetto da una patologia coronarica, di non intraprendere viaggi aerei “nel prossimo futuro”, impedimento che, dunque, non era stato prospettato come assoluto, né era affatto certo si fosse protratto per tutto il corso del giudizio di secondo grado (v. pag. 112 sent. impugn.).

 

Pag. 76

 

14. Il motivo n. 23 del ricorso di Berlusconi Рcon il quale ̬ stata dedotta la violazione di legge, in relazione agli artt. 238 e 603 comma 2 cod. proc. pen., per la mancata assunzione di una prova decisiva ed il vizio di motivazione Р̬ infondato.

Questa Corte ha già avuto modo di chiarire che, atteso il carattere eccezionale della rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in appello, il mancato accoglimento della richiesta volta ad ottenere detta rinnovazione intanto può essere censurato in sede di legittimità in quanto risulti dimostrata, indipendentemente dall’esistenza o meno di una specifica motivazione sul punto nella decisione impugnata, la oggettiva necessità dell’adempimento in questione e, quindi, l’erroneità di quanto esplicitamente o implicitamente ritenuto dal giudice di merito circa la possibilità di “decidere allo stato degli atti”, come previsto dall’art. 603 comma 1 cod. proc. pen. (così, tra le altre, Sez. 1, n. 9151 del 28/06/1999, Capitani, Rv. 213923): decisione, quella del Giudice di merito, che è sindacabile in sede di legittimità solo laddove la relativa motivazione presenti manifeste contraddizioni, lacune o aporie (Sez. 6, n. 7519 del 05/06/1998, Zietek DJ, Rv. 211265).

Nel caso di specie, la Corte distrettuale lombarda, con argomentazione adeguata e logicamente plausibile, ha spiegato come fosse in grado di poter decidere allo stato degli atti e come non fosse assolutamente necessario acquisire i verbali delle prove dichiarative assunte nell’ambito di altro procedimento penale a carico dell’imputato Berlusconi (c.d. “processo Mediatrade”) in quanto concernenti fatti di reati diversi perché relativi alla operatività della società Mediaset negli anni – diversi da quelli oggetto di contestazione nel presente processo – nei quali l’intermediaria per il gruppo non

era più la società International Media Service Ldt. di Malta, ma era divenuta appunto la società Mediatrade (v. pag. 172 sent. impugn.).

Né è configurabile il dedotto error in procedendo rilevante ex art. 606 comma 1 lett. d) cod. proc. pen., tenuto conto che lo stesso sussiste soltanto quando la prova richiesta e non ammessa, confrontata con le motivazioni addotte a sostegno della sentenza impugnata, risulti decisiva, cioè tale che, se esperita, avrebbe potuto determinare una decisione diversa (così Sez. 4, n. 23505 del 14/03/2008, Di Dio, Rv. 240839): decisività che i Giudici di merito hanno efficacemente chiarito non sussistere, negando la necessità della sollecitata rinnovazione dell’istruzione nel giudizio d’appello con l’assunzione del verbale di deposizioni testimoniali relative a fatti cronologicamente diversi da quelli in contestazione, dunque non assolutamente indispensabili ai fini della decisione.

 

B) Motivi relativi alla ricostruzione dei fatti e ai lamentati vizi di travisamento della prova.

 

 

Da pag. 85 (paragrafo 19.1) si ricostruiscono i fatti così come indicati nelle due sentenze, di primo e di secondo grado, integrandole tra loro. Una lunga ricostruzione in cui si può constatare che non ci sono prove inoppugnabili che Berlusconi abbia agito nella frode. I nomi che ricorrono sono quelli di vertici responsabili in Mediaset.

Stralciamo la tesi della Corte d’Appello che la cassazione fa propria:

 

“Fatte le premesse di metodo, va subito chiarita anche quella inerente alla ragione, storica e logica, della ricostruzione che il Tribunale ha impostato e che la Corte condivide.

Il ragionamento posto è il seguente: gli uomini vicino a Mediaset (ma, ancor più ed ancor meglio, vicini al suo azionista di riferimento, pur tramite Fininvest, l’imputato BERLUSCONI) erano collocati all’origine del “giro dei diritti”. Erano coloro che li contrattavano con i produttori, e specialmente con le Major statunitensi.

Mediaset avrebbe pertanto potuto avere quei diritti al costo a cui la Major li vendevano. Ciò non era accaduto e, per di più, ad opera di personaggi che erano così vicini, anche personalmente, al proprietario della società, a BERLUSCONI. Egli era a perfetta conoscenza di quel mondo posto che anch’egli, nei primissimi anni di operatività, aveva personalmente acquistato i diritti utilizzati poi dalle sue società.

I diritti erano pervenuti a Mediaset con un differenziale di prezzo altissimo. E del tutto ingiustificato. Tale operatività era proseguita per anni. Sempre ad opera degli stessi uomini, che sempre avevano mantenuto la fiducia del proprietario. L’unica alternativa alla ricostruzione dell’intera operatività così come delineata nel capo di imputazione era ritenere che la società fosse presidiata da amministratori e proprietari di straordinaria incompetenza, sia dal punto di vista commerciale, sia nella scelta degli uomini di cui circondarsi.

Lettura questa che viene smentita in nuce appunto dalla acquisita conoscenza del proprietario del mercato in questione.

E che viene smentita, lo si vedrà, anche dalla congerie di elementi di fatto che si riporteranno (e che per la quasi totalità sono già stati descritti dal Tribunale). Partendo da ciò, il percorso argomentativo seguito dal Tribunale, ed ora dalla Corte, è lineare:

si parte dall’esistenza di quella galassia di società che intercettava i fondi maturati all’estero, e ne spiegava destinazione ed utilità;

si prosegue con la verifica dell’interessamento, nel giro dei diritti, di almeno parte di queste società estere;

si giunge infine all’accertamento della semplificazione ed accorciamento delle catene di compravendita dei diritti, necessitata dalla quotazione in Borsa della società (e dai conseguenti maggiori controlli esterni), catena, però, che, seppure accorciata, manteneva la sua ragion d’essere: la costituzione di costi fittizi da opporre al fisco italiano, la costituzione di fondi finanziari disponibili all’estero (quest’ultima, peraltro, una finalità eterodossa all’odierna imputazione)”.

In sostanza, il quadro probatorio esaminato dai Giudici del merito è orientato essenzialmente a mettere a fuoco la gestione dei diritti di sfruttamento delle opere televisive innanzitutto nel periodo ante-1995 e, poi, nel periodo 1995-1998, periodo quest’ultimo oggetto del presente giudizio perché sfociato nella fatturazione di IMS a Mediaset poi utilizzata, in virtù dell’ammortamento pluriennale dei costi, ai fini delle dichiarazioni fiscali della stessa Mediaset relative agli anni 2001 (prescritto) e 2002- ­2003.

 

Da pag. 94:

 

Stralcio:

 

Una ulteriore riprova della fittizietà dei passaggi era ricavabile dalle dichiarazioni della teste Tatiana Galli, segretaria della fiduciaria Arner, in cui operava l’imputato DEL BUE. Del seguente tenore: Giungevano in sede i contratti per la Principal (e quindi provenienti dalle majors) e li faceva firmare a DEL BUE (che è del tutto pacifico che non contrattasse mai con le majors). Poi, su istruzione della Camaggi (che le indicava tutti gli elementi: prezzi e tempi) e quindi della struttura di Lugano della Fininvest Service, redigeva i contratti che Century One e di Universal One figuravano concludere con le altre società riconducibili ai gruppo Fininvest.

Realizzando così almeno tre passaggi del tutto fittizi: dalla majors alla Principal, dalla Principal alla Century (o Universal), dalla Century all’ulteriore acquirente, di solito non quello finale.

Si noti, inoltre, che, sui conti bancari delle tre società indicate, risultava essere autorizzato ad operare proprio l’imputato DEL BUE e che, su quei conti, negli anni dal 1991 al 1996, vi erano stati prelievi di denaro contante per il controvalore di decine di miliardi di lire. A riprova, qui, anche della generazione di ingenti fondi esteri.

 

Stralcio:

 

19.3.2. Ciò premesso, osserva questa Corte di legittimità come tale ricostruzione abbia trovato pieno riscontro nelle numerosissime risultanze processuali, orali e documentali, analiticamente analizzate e valutate dai Giudici del merito con adeguate argomentazioni immuni da vizi logico-giuridici.

Essi hanno, innanzitutto, valorizzato I’ email interna del 12/12/1994, (immediatamente antecedente il periodo che interessa), ad una importante compagnia di produzione televisiva americana, la 20TH Century Fox; trattasi della email indirizzata da un contabile (D. Schwalbe) al presidente della distribuzione internazionale della Fox (M. Kaner) che ­facendo riferimento ad un colloquio avuto con l’addetto all’ufficio acquisti prima di Rete Italia e poi di Mediaset, tale Pugnetti – descrive il meccanismo delle società facenti capo a Berlusconi Silvio (chiamato “impero di Berlusconi”), che il mittente aveva appreso quando aveva rivolto pressanti sollecitazioni relative all’indebitamento di Mediaset: meccanismo che – scriveva – funziona come un elaborato “shell game” e cioè “gioco dei gusci vuoti”… con la finalità di evadere le tasse”. Nella email si fa riferimento alla società Principal con sede in Svizzera, e all’enorme ricarico apportato per passare (infine a Mediaset) i diritti che la stessa Principal acquista dalle Majors in Usa: ricarico complessivo che consentiva, praticamente, di trasferire e tenere in Svizzera tutti i profitti realizzati in Italia (quelli essenzialmente derivanti dalla pubblicità connessa alla proiezione dei film). L’ email si chiude con un riferimento a Bernasconi – (presidente e consigliere delegato di Rete Italia S.p.A. dal 1982 al 1984; presidente del CdA di Mediaset S.r.I nel 1993-1994; consigliere delegato di Mediaset S.p.A. fino al 06/07/1998; presidente del CdA di Mediatrade S.p.A. dal 1996 al 1999; operativamente il responsabile dell’acquisizione dei diritti televisivi all’estero) – come soggetto da contattare anche per ottenere, infine, il pagamento dovuto alla Fox.

Questo il testo integrale dell’email, riportata a pag. 5 della sentenza impugnata (e richiamata a pag. 121) e a pagg. 3 e 4, in nota, sentenza I grado:

“Mi sono incontrato con Guido Pugnetti venerdì, lui mi ha spiegato che Carlo Bernasconi stava ancora pensando a cosa fare per i contratti della Fox che avrebbe voluto in contrarsi con noi a Los Angeles la settimana prima del NATPE. Gli ho detto che andava bene. Quando gli ho fatto pressioni per il milione di dollari che mi doveva da 90 giorni mi ha spiegato quanto segue con la speranza che il tutto rimanesse tra me e lui. In due parole l’impero di Berlusconi funziona come un elaborato “shell game”. “E’ un gioco che consiste nel prendere tre gusci di noci vuoti e nascondere sotto uno di essi il nocciolo di una ciliegia. Chi gioca deve indovinare dove il nocciolo è stato nascosto”- con la finalità di evadere le tasse italiane”. La Principal, con sede a Lugano, compra licenze dei prodotti dagli Studios e successivamente li vende a Reteitalia. Se la Principal compra Mrs Doubtfire per 2 milioni di dollari, poi Canale 5 potrebbe acquistare la licenza per questo film (per fare un esempio) per 3 milioni di dollari. Questi 3 milioni di dollari in realtà rappresentano le vendite di Publitalia agli inserzionisti pubblicitari ed è essenzialmente un trasferimento perché non si vuole che Reteitalia faccia utili (o faccia figurare utili). I profitti vengono tenuti in Svizzera (come sappiamo le banche svizzere proteggono la privacy dei loro clienti). “La Principal poi ci paga con il ricavato degli spazi pubblicitari venduti da Publitalia. Tutto ciò funziona bene fino a che gli inserzionisti continuano a pagare Publitalia. Questo al momento non sta accadendo, perciò non ci sono soldi che vanno a Principal attraverso Reteitalia. In questo senso Daniele e Guido sono solo intermediari: Guido per esempio non ha idea di quanti soldi ci siano nella Principal e se loro sono realmente in grado di pagare o se stanno trattenendo il danaro. A rendere le cose peggiori al momento è arrivato il decreto del Governo italiano che dice che Berlusconi stesso deve disfarsi delle sue finanziarie e rendere pubblica la sua società. Stanno pianificando un’offerta pubblica per una società chiamata “BIG TV’ che includerebbe solamente le società televisive di Berlusconi (sono esclusi quindi la Mondadori ed i supermercati). Come si può capire, quindi, il grande problema è che i beni della società (prodotti di cui possiede le licenze) ed i profitti non sono proprio parte delle reti televisive italiane che sono state ideate per perdere soldi. Le reti televisive sono quindi poco appetibili per gli investitori. Anche se mi rendo conto che nulla di ciò ci è di aiuto penso che ci fornisca delle informazioni utili. Ti prego di tenere per te queste informazioni visto che mi sono state comunicate in modo confidenziale. Nel frattempo continueremo a fare pressioni per il pagamento ed aspetteremo di parlare con il signor Bernasconi a gennaio, a Los Angeles, infine, senza in realtà dire nulla, Guido ha confermato che dovremmo smettere di concedere licenza per i prodotti di Telecinco fino a che non diventerà chiara la struttura della nuova proprietà visto che tutte le future licenze non saranno in alcun modo collegate alla Principal”.

Nessun tipo di organigramma societario, per cui non so dire se fosse ufficialmente parte del gruppo oppure no: questa era una preoccupazione che avevano loro comunque. Cioè, quindi, chiedevano: “Perché usate questa Principal, la usate perché se poi diventa insolvente voi potete non … come dire chiamarvi fuori oppure no ? ” quindi dovetti rassicurarlo anche in questo senso. PM: Quindi, c ‘era anche un motivo . . . un ulteriore motivo che erano non solo i pagamenti, ina anche il fatto che ci fosse un ‘entità interposta a questa Principal Network?

Dich: Sì, che però era sempre connessa al discorso dei pagamenti; non ci fossero stati ritardi nei pagamenti questo problema non si sarebbe posto.

Dich: Vedevo un puzzle, e prima ovviamente di parlarne poi – forse in maniera un po’ improvvida, non lo so – con Schwalbe, io ne chiesi comunque … ne parlai con Bernasconi di questo sistema, perché, come ripeto, il problema all’epoca era diventato . . . di questa situazione debitoria, per noi, come dire, che eravamo quelli più operativi e che avevamo i rapporti con il mercato, era diventata veramente insostenibile, era diventato quasi impossibile operare. Quindi, io affrontai questo problema con Bernasconi spiegandogli che avrei dovuto parlare con la Fox gli esposi quello che io avevo capito di questi meccanismi e lui mi confermò, mi disse: –sì, è così, vai e spiegaglielo.”, con la riservatezza, perché comunque sono meccanismi aziendali, e tant’è che insomma lo fece fare a me che non rappresentavo un livello dell’azienda, insomma, non ero dirigente e quindi … a un mio corrispettivo che a sua volta non era al vertice dell’altra azienda, insomma”.

Del tutto corretta e aderente alle suindicate risultanze processuali (la mail e la deposizione del Pugnetti) è la conclusione sul punto della Corte di merito. Una mail (il cui contenuto Pugnetti ha confermato per quanto lo riguardava), quindi, che fornisce adeguato riscontro documentale dell’epoca sulla esistenza e sulle ragioni del “giro dei diritti”: l’evasione fiscale della società italiana. Fornendo peraltro anche la prova che la FOX, i cui diritti risultano intermediati dalle società di CUOMO, si disinteressa totalmente di verificare la solidità dell’intermediario, che dovrebbe essere il suo unico interlocutore, e risale direttamente alle compagnie di BERLUSCONI Al punto che da quelle, da Pugnetti e da BERNASCONI, ed anche dallo stesso LORENZANO devono provenire adeguate rassicurazioni, o, almeno, spiegazioni circa i ritardi nei pagamenti alla Fox” (pag. 121)

È agevole, così, constatare come l’affermazione della Corte di merito (pag. 146) secondo cui “la fonte scritta che meglio descrive il percorso fittizio dei diritti è la mail di Schwalbe a Kaner ….. che descrive il meccanismo nella sua interezza”, è perfettamente aderente al contenuto del documento per cui non sussiste il denunciato vizio di travisamento, infondatamente dedotto nei motivi n. 28 e n. 29 del ricorso Berlusconi, sul quale, comunque, si ritornerà in seguito.

 

Testimonianze:

 

Significativa è stata ritenuta anche la deposizione della teste Marina Camana, segretaria di Bernasconi nel periodo 1994 al 1997/8 – valida, quindi, sia per il primo che per il secondo periodo – la quale ha confermato il ruolo di quest’ultimo nella gestione del settore dei diritti e il ruolo di Lorenzano che aveva lavorato nell’acquisizione dei diritti almeno fino a quando vi aveva operato Bernasconi: “Lorenzano quando lavorava con Bernasconi, si era sempre occupato dell’acquisizione dei diritti, soprattutto dalla Majors in America… che mi risulti, era a New Jork, dove aveva l’ufficio, o a Los Angeles, si muoveva tra New Jork e Los Angeles. Veniva e passava da noi, ma fisicamente non c’era un ufficio suo a Milano” (pag. 142 sent. II grado). La predetta, inoltre, “riferendo dell’acquisto di diritti effettuati direttamente da Lorenzano, ha spiegato che, di volta in volta, Io stesso Bernasconi o la Camaggi indicavano il nominativo della società acquirente da far figurare nei contratti” (pag. 10 sent. I grado).

Di qui, la logica e convincente spiegazione del Tribunale secondo cui “da tutte le deposizioni emerge dunque che l’unica trattativa reale sull’acquisto dei diritti era quella operata da Lorenzano con il fornitore estero e con sottoposizioni della decisione finale a Bernasconi. Viceversa, nessuno nel processo aveva riferito di una logica commerciale dei passaggi tra le varie società del gruppo, né di una trattativa né di qualsiasi altro scopo che non fosse quello già evidenziato dell’aumento dei costi” (pag. 10, sent. I grado).

 

Questa testimonianza ricorda che Berlusconi nel periodo precedente a quello oggetto del processo trattava direttamente i diritti televisivi.

 

Di particolare rilievo è stata, poi, ritenuta la deposizione di Saunders William (dichiarazioni regolarmente acquisite atteso che il teste era deceduto), che si legge alle pagg. 144 e 145 della sentenza impugnata e che qui si riporta (con l’avvertenza che le frasi in corsivo virgolettate (“”) sono quelle relative alla trascrizione della deposizione del teste effettuata dalla Corte di Appello, mentre le espressioni non in corsivo virgolettate (« ») sono le considerazioni della medesima Corte territoriale, e tale sistema sarà adoperato anche per le altre deposizioni):

« Aveva lavorato in Fox sino al 1992.

A partire dal 1981, finito il monopolio RAI, aveva iniziato a trattare, personalmente, sul mercato dei diritti Silvio BERLUSCONI.

Che, negli anni successivi, aveva delegato il settore a Carlo BERNASCONI. Che però si limitava ad approvare gli acquisti e non conduceva le trattative ».

“È al MIP di Cannes che ho incontrato il sig. BERLUSCONI. Voleva comprare dei film, serie….il sig. BERLUSCONI voleva soprattutto fare concorrenza alla RAI ed era quindi un acquirente molto “aggressivo”

All’inizio negoziava il sig. BERLUSCONI stesso però in seguito ha delegato.

In effetti mi ricordo di un sig. BERNASCONI. Per me era il braccio destro del sig. BERLUSCONI.. BERNASCONI non era un acquirente di prodotti, approvava o no gli acquisti; non avevo nessun contatto con lui

« Per BERLUSCONI acquistavano LORENZANO e CUOMO ». “LORENZANO era un compratore per conto di BERLUSCONI Silvio

“Ho trattato con LORENZANO però è un’altra persona che ha firmato i contratti per conto del sig. BERLUSCONI; non mi ricordo il nome del firmatario dei contratti.

“Conosco Alfredo CUOMO

“Lavorava per il sig. BERLUSCONI; si recava a Los Angeles, visionava i prodotti, negoziava con me; tornava da BERLUSCONI per ottenere approvazione; era quindi molto vicino a BERLUSCONI, non mi ricordo più del nome della società del sig. CUOMO, era una società situata in Italia a Roma”.

« Riferiva poi che conosceva la Stardust (nde: la società di CUOMO) come società acquirente della Fox ».

« Risentito, confermava che, dopo avere nei primi anni trattato con BERLUSCONI, aveva poi condotto le trattative con Daniele LORENZANO ». “L’ho visto (BERLUSCONI) la prima volta al MIP TV D di CANNES nell’aprile 1981. All’epoca, non aveva ancora creato CANALE 5 e cercava dei programmi. Per quanto mi ricordo all’inizio incontravo solo il Sig. Silvio BERLUSCONI. Per noi si trattava di un nuovo cliente.

In seguito, mi ricordo di aver trattato con il Sig. LORENZANO Daniele, nonché con il Sig. BERNASCONI Carlo, che era il braccio destro del Sig. BERLUSCONI. Il Sig. CUOMO era un imprenditore che comprava dei programmi poi ne vendeva alcuni al Sig. Silvio BERLUSCONI in virtù di un accordo concluso tra loro. A volte il contratto era concluso con le società del Sig Silvio BERLUSCONI.

“Confermo quanto detto nella mia precedente deposizione secondo la quale Alfredo CUOMO lavorava per il Sig. Silvio BERLUSCONI.

Confermo anche che ritornava dal Sig. Silvio BERLUSCONI per ottenere la sua approvazione; almeno è quello che CUOMO mi diceva. Qualche volta CUOMO veniva a trovarmi a LOS ANGELES, nonché incontrare altri dirigenti della Fox, e mi diceva che il package proposto era troppo caro”.

Domanda: « Sa perché il Sig. Silvio BERLUSCONI non comprava direttamente i programmi e lo faceva tramite il Sig CUOMO? »

Risposta: “Perche CUOMO era un caro amico del Sig. Silvio BERLUSCONI, perché conosceva anche BERNASCONI e LORENZANO. Il Sig. Cuomo nell’ambiente negli Stati-Uniti, si recava spesso in America.

Non mi ha mai spiegato i motivi di tale intermediazione. Sono sicuro di aver parlato del Sig CUOMO con il Sig Silvio BERLUSCONI e so che entrambi s’incontravano regolarmente per parlare dei nostri affari, intendo dei contratti conclusi con la Fox”.

Domanda: « Chi finanziava l’acquisto dei prodotti da parte del Sig. CUOMO?

Risposta: “Era il Sig. Silvio BERLUSCONI perché si trattava di contratti d’importi ingenti e la società del Sig. CUOMO era piccola”.

Sono, quindi, conformi a tali risultanze processuali le logiche e convincenti argomentazioni della Corte di merito:

“Le dichiarazioni di Saunders, pur con riferimento ad annualità precedenti a quelle oggetto dell’imputazione, confermano, per la vendita di diritti Fox, che le modalità erano sempre le stesse: il reale acquirente erano le società di BERLUSCONI e per lui trattava LORENZANO e sovrintendeva BERNASCONI.

I due erano persone di stretta fiducia di Silvio BERLUSCONI che, nei primi anni a riprova della assoluta importanza del settore, aveva trattato direttamente l’acquisto dei diritti.

CUOMO, che pur aveva una propria struttura, agiva per BERLUSCONI come mero agente.

Né vi era alcun dato da cui potesse evincersi che, negli anni successivi, vi fosse stato alcun cambiamento. Anzi tutto era proseguito esattamente come prima, con l’interposizione di CUOMO e con la presenza di BERNASCONI e LORENZANO” (pag. 146).

Infine, i Giudici del merito hanno richiamato le dichiarazioni rese da Francesco Tatò, amministratore delegato di Fininvest nel 1993-1994, il quale ha ricordato che aveva avuto una conoscenza solo indiretta dell’area diritti, pur trattandosi di un’area molto rilevante in quanto la responsabilità era di Bernasconi. Ha precisato il teste, a contestazione del PM: “PM: perché lei ha dichiarato sul punto, sempre nello stesso verbale, a foglio 2 in fondo: era un’area di attività – le modalità di acquisizione dei diritti – assolutamente chiusa ed impenetrabile.. dich: eh abbastanza, quello si. PM: gestita a livello più alto da Bernasconi che dava conto della sua attività direttamente a Berlusconi e non riferiva al consiglio di amministrazione. È vera questa dichiarazione? Dich: è vera …” (pag. 10 sent. I grado). Precisava che “ognuno dei vertici delle operative aveva un rapporto diretto con Berlusconi il quale, in definitiva, aveva l’ultima parola su tutte le questioni di certa rilevanza. Non c’era la presenza fisica del dr. Berlusconi, era diventata una cosa occasionale, non era più una cosa regolare che si sapeva era raggiungibile tutti i giorni ad Arcore“. Confermava che i rapporti con le case americane per l’acquisto dei diritti erano tenuti: “da una persona che si chiamava Lorenzano, Lorenzano era un consulente esterno che credo si pagasse attraverso le transazioni direttamente, i rapporti li teneva Bernasconi con lui” (pag. 133 sent. impugn.).

Anche qui è facile constatare come nella rappresentazione testuale di tale dichiarazione non sia assolutamente ravvisabile “l’evidente travisamento della prova” denunziato nel motivo n. 29 del ricorso Berlusconi.

Ancora, da ultimo, il Tribunale ha ricordato che, dal processo verbale di constatazione dell’11/12/2001 della guardia di finanza e dall’analisi della documentazione contrattuale sequestrata in Mediaset, si evinceva che “Le Principal hanno ceduto i diritti televisivi alle maltesi AMT e Medint, con un ricarico complessivo di 169.181.176 dollari, ricarico quasi interamente sopportato (147.996.993 dollari) da Mediaset” (pag. 21 sent. I grado).

 

Anni 1995-1998

 

Nel richiamare tutte indistintamente tali risultanze, basterà qui evidenziarne alcune tra le più significative e, prima di tutte, anche per la sua rilevanza nei confronti dell’imputato Berlusconi, le dichiarazioni testimoniali di Cavanna Silvia, così come riportate alle pagg. 130 e 131 sent. impugn.:

«Era stata nel servizio gestione contratti fino al 1995 come dipendente. E dal novembre 1995 a tutto il 1998 aveva lavorato come consulente quando era stata sostituita dalla Baldi che rispondeva a Brivio. Ricordava che, nel periodo del primo giro dei diritti, giungevano a Milano le schede contratto predisposte a Lugano. Negli anni 80 LORENZANO era stato l’unico acquirente dei diritti per il gruppo, fino ai primi anni’90. Poi aveva lavorato per il gruppo come consulente. E, nel gruppo, gli era subentrato BERNASCONI. Riferiva che, con il subentro di IMS, non era affatto cambiata la procedura »

« Pm: l’acquisto dei diritti avviene attraverso questa società maltese, IMS, Cavanna: » “Sì , ma il procedimento era uguale cioè dal mio punto di vista la maltese o Isole Vergini, o che cosa, era una delle tante EST (società estere interposte nel giro dei diritti)”.

« Era il suo ufficio, la Baldi, che redigeva i contratti finali, gli acquisti di Mediaset.

In previsione della quotazione di Mediaset i master erano stati cancellati dal computer ed i contratti con i fornitori originali erano stati trasferiti da Lugano a Lussemburgo, dalla GALETTO. Quanto all’organigramma: BERNASCONI, per i diritti era la persona di fiducia della proprietà e quindi di BERLUSCONI: » “BERNASCONI, al di là delle qualifiche, era nella televisione il factotum di BERLUSCONI”. « E BERNASCONI rispondeva solo a BERLUSCONI, a cui riferiva andando in via Rovani, a Milano, o ad Arcore. Ed era quando tornava da tali riunioni che le diceva » “di caricare i prezzi”-

« Anche dopo la quotazione in Borsa di Mediaset, nel 1996, BERNASCONI si occupava dei diritti e continuava ad andare anche da BERLUSCONI ad Arcore (p. 56 e 57). Nei primi anni ’90 LORENZANO si era trasferito negli USA. E si occupava di contratti. Precedentemente, dal 1981 al 1985, se ne era occupato direttamente BERLUSCONI, che trattava personalmente con gli uomini delle Majors (p. 59) » e “LORENZANO era sempre al suo fianco”. “LORENZANO era più l’uomo da assalto che andava a trattare .. BERNASCONI era più sulle condizioni di pagamento .. sulla parte amministrativa ma di dilazione di pagamenti “.

E “quando LORENZANO arrivava in Italia, veniva in ufficio e poi andava ad Arcore, sempre”.

«E lo stesso LORENZANO portava poi da BERLUSCONI CUOMO ed AGRAMA » « Del resto, aveva incontrato, due o tre anni prima (e quindi nel 2004\2005 poiché l’audizione dibattimentale era del 2 marzo 2007), il rappresentante della Warner italiana che le aveva detto che » “vedeva LORENZANO perché curava gli affari di BERLUSCONI., che lavorava tuttora per BERLUSCONI”.

«Poteva quindi affermare che seppure LORENZANO dipendeva formalmente da BERNASCONI egli aveva anche un rapporto diretto con BERLUSCONI ».

«AGRAMA aveva anche ottenuto un aiuto finanziario da BERLUSCONI per evitare dei pignoramenti. I diritti che venivano da AGRAMA avevano un ricarico eccessivo » “erano il doppio, ci venivano fatturati al doppio delle altre società , dei costi che venivano fatturati dalle altre società”, « dalle altre majors ». Anche qui, del tutto aderente alle risultanze processuali, è la logica considerazione della Corte territoriale: « La deposizione della Cavanna illustra, con ampiezza di dettagli, come, anche in tutto il periodo successivo al 1995, IMS si fosse interposta così come le altre società estere si erano interposte nel primo periodo ».

« E come i protagonisti di quella fittizia operatività fossero ancora gli stessi: da LORENZANO a BERNASCONI, a BERLUSCONI. A cui si aggiungevano AGRAMA e CUOMO ».

« Tutti – LORENZANO, BERNASCONI, AGRAMA e CUOMO – con un contatto diretto con BERLUSCONI » (pag. 131).

A sua volta, il Giudice di I grado aveva, già, così, argomentato (pagg. 5-6): “Tra i primi si può anzitutto citare la deposizione di Silvia Cavanna, addetta all’ufficio gestione e contratti di Reteitalia prima e Mediaset dopo, sinteticamente ma efficacemente riassumibile nell’espressione “picchia giù con i prezzi”, rivoltale da Bernasconi, solitamente dopo incontri ad Arcore con Berlusconi. L’espressione “picchia giù sui prezzi” stava a significare che la Cavanna doveva dare indicazioni alla struttura Fininvest Service di Lugano di procedere alla formazione di subcontratti, con prezzi significativamente in aumento rispetto a quelli originari, il che era finalizzato, da un lato all’incremento dei costi di Reteitalia e poi di Mediaset per evidenti fini di evasione fiscale e dall’altro alla costituzione di ingenti quanto illeciti capitali esteri.

La Cavanna ha, inoltre, raccontato che c’erano due tipologie di contratti, i contratti Italia, e i contratti che provenivano dall’estero. Questi ultimi, di fatto, a Milano non venivano nemmeno visti, essendo trasmessi attraverso una scheda (fatta dall’ufficio di Lugano), dove era indicato il nome del fornitore, la tipologia del programma, il numero di episodi e la durata, se il programma era già doppiato, l’epoca di consegna, la decorrenza, la scadenza dei diritti, e il numero dei passaggi consentiti durante lo sfruttamento, senza alcun riferimento ai dati economici. Talvolta addirittura la parte economica era sbianchettata.

L’arrivo dei diritti era solo virtuale, nel senso che l’ufficio di Milano conosceva il titolo entrato nella disponibilità del gruppo, la decorrenza, eccetera, ma ancora il diritto non era stato formalmente acquistato dalla società italiana.

Finalmente, a un certo punto, Bernasconi stabiliva che bisognava fare dei contratti di acquisto, sulla base della decorrenza; la teste allora faceva delle stampe di tutto quello che era in decorrenza con fornitore “Est”.

Ha, quindi, riferito la teste: “Quando io ho fatto la stampa per sapere tutto quello che è in decorrenza e devo comprare, la Baldi telefonava a Lugano e si faceva dettare tutti i prezzi. Per cui sul tabulato a fianco di ogni titolo veniva messo il relativo costo. L ‘ufficio della Camaggi, comunicava a una delle mie ragazze i costi che venivano scritti di fianco a ogni titolo, così, a matita, sul tabulato, io pigliavo il mio tabulato, andavo da Bernasconi il quale mi dava la dritta: “Allora questo mese, questo trimestre dobbiamo arrivare in termine di costo a 5 milioni di dollari, 20 milioni di dollari, eccetera. Però il costo dei diritti era di meno, sensibilmente di meno” (e in questa fase si inseriva quindi quel “picchia giù sui prezzi”, di cui si è già detto).

Significative sono state ritenute anche le dichiarazioni di Stabilini Giovanni, (riportate dalla Corte territoriale alle pagg. 136 – 138), che aveva lavorato nel gruppo Berlusconi dal 1983 al 1998 iniziando ad occuparsi degli acquisti dei diritti dal 1996 in poi, quando era diventato direttore generale iniziando a sostituire progressivamente Bernasconi. In ogni caso, fino al 1998, la sua carica era vincolata da una dipendenza funzionale legato che era Carlo Bernasconi.

Il teste ha così delineato il sistema degli acquisti dei diritti televisivi:

“Il settore acquisti diritti era gestito da Carlo Bernasconi e, quindi, non vi era un direttore preposto ….. nell’area acquisti diritti televisivi rientrava anche una struttura estera che veniva gestita dalla sinora Candia Camaggi (coadiuvata da Gabriella Galetto) e che riferiva direttamente a Bernasconi”.

“L’intera operatività sull’estero, correlata all’acquisto dei diritti, veniva gestita da Bernasconi e dalla struttura di Milano ….. Bernasconi, valutati i limiti di budget assegnati alla società, provvedeva a contattare Daniele Lorenzano affinché quest’ultimo reperisse sul mercato americano i prodotti ritenuti più idonei a rispondere alle necessità.

Per quanto a mia conoscenza, una volta che Lorenzano aveva individuato il fornitore americano dal quale acquistare i prodotti e aveva pattuito con lo stesso le condizioni essenziali del contratto (prezzo, decorrenza, territorio, passaggi) inviava tali dati alla struttura della Camaggi che provvedeva alla gestione formale dei contratti. I diritti acquistati sul mercato americano, pervenivano nelle disponibilità di rete Italia e poi a Mediaset a fronte di contratti predisposti dalla struttura di Lugano gestita dalla signora Camaggi. Vorrei precisare che con l’avvento di Mediaset, a memoria dal 1995, la struttura di Lugano era stata sostituita da una società residente in Malta la cui denominazione è International Media Service Ltd, in breve IMS”.

Il teste ha, poi, precisato che la procedura non era cambiata quando il settore era passato sotto la sua responsabilità, sempre peraltro rispondendo a Bernasconi. Sul punto, lo Stabilini ha, così, dichiarato: “analogamente a quanto accadeva nella gestione Bernasconi, il dr. Pugnetti mi rappresentava le necessità delle varie reti ed io, dopo aver valutato la congruità con il budget stimato, provvedevo a contattare Lorenzano affinché reperisse sul mercato i programmi. All’epoca Lorenzano viveva stabilmente a Los Angeles e provvedeva a contattare autonomamente i vari produttori e Majors. Una volta che individuava il fornitore, comunicava in forma essenziale i dati contrattuali e, dopo il mio necessario nulla osta, attivava la struttura maltese affinché formalizzasse i contratti. La cessione del diritto a Mediaset s.p.a. veniva effettuata dalla società maltese IMS Ltd”.

La Corte di merito ha, poi, richiamato numerose altre dichiarazioni relative, in particolare, alla IMS.

BALDI Marina:

«Era una impiegata nell’ufficio gestione contratti e materiali, alle dipendenze della Cavanna.

Quanto al 1995 ed agli anni immediatamente successivi ricordava la costituzione di IMS. E riferiva che non sapeva cosa ci fosse a Malta » “Malta io non lo so se ci fosse semplicemente , penso un ufficio, non lo so. lo non avevo diretti contatti con Malta”.

“Non lo so a Malta che attività veniva svolta, se non quella, forse, della firma dei contratti”. « Contratti che venivano predisposti a Lugano. Dove operavano la Camaggi, la GALETTO e Bellotti ».

«Da quanto affermato dalla Baldi si ricava che IMS svolgeva solo mansioni del tutto strumentali, la mera sottoscrizione dei contratti formati a Lugano.

Peraltro nemmeno Lugano era una reale centrale di acquisto posto che nessuno dei suoi componenti trattava i diritti con le Majors » (pag. 128 sent. impugn.).

BALLABBIO Monica:

«Era la responsabile della tesoreria estera di Fininvest fino al 1996 quando era passata a Mediaset.

«Dal 1996 la dirigente della struttura di Lugano, che le ordinava i pagamenti per IMS era divenuta la GALETTO che era subentrata alla Camaggi ».

«Nel 1998 IMS aveva smesso di intermediarie i diritti ».

Corretta è, quindi, l’argomentazione della Corte territoriale: “La Ballabbio confermava quindi che gli uffici maltesi di IMS si limitavano ad apporre firme o ad eseguire disposizioni da altri prese” (pag. 130).

BELLOTTI Daniele:

«Era stato “assistente di direzione” presso Fininvest Service di Lugano. Dal 1990 al 1997. Riferiva che Fininvest Service era una struttura di poche persone. Lui dipendeva dalla GALETTO che dipendeva a sua volta dalla Camaggi. Vi operavano, con ruoli esecutivi, la De Socio e Tatiana Galli. Inseriva i dati dei contratti nel suo computer, un computer che non era in rete. E lì erano rimasti fino a quando non se ne era andato ed aveva consegnato il tutto alla nuova responsabile, alla GALETTO. Era lui stesso a predisporre le schede contratto non inserendovi i dati economici. Gli era stato detto di fare così per ragioni di privacy aziendale ».

«La Camaggi rispondeva a Carlo BERNASCONI » “anche perché Carlo BERNASCONI era il responsabile della struttura diritti televisivi “.

«Quando lui stesso era passato ad IMS (struttura di Lugano) nulla era cambiato. Nella fase iniziale c’era sempre la Camaggi, poi la GALETTO. » IMS “era la società con la quale venivano comprati i diritti”. « In IMS si firmavano i contratti, ma non sapeva se si firmavano anche i mandati di pagamento ». «Per IMS operava » “una persona che lavorava per il gruppo Fininvest, che era basata negli Stati Uniti .. Daniele LORENZANO .. era una figura che era conosciuta all’interno del gruppo perché era la persona che decideva, fondamentalmente, essendo basata negli Stati Uniti, quello che andava e quello che non andava”.

Anche qui del tutto logica e aderente all’emergenza processuale è la conclusione del giudice di II grado: «Dichiarazioni del tutto emblematiche quelle di Bellotti, dal miglior luogo di osservazione, la IMS di Lugano: sul ruolo di IMS a Malta (del tutto formale), sul ruolo di LORENZANO (del tutto sostanziale). E ciò fino al 1997 e quindi per quasi tutto il periodo di interesse » (pag. 130).

Di particolare importanza è stata giustamente considerata dai Giudici del merito, la deposizione del teste GORDON Bruce:

«Egli era presidente della distribuzione internazionale della Paramount che aveva lasciato nel 1997 »

«Aveva conosciuto gli uomini che acquistavano per la Fininvest che erano BERNASCONI, LORENZANO ma anche AGRAMA »: “una società di BERLUSCONI, una persona di nome BERNASCONI Carlo era un “incaricato di missione”, era lui che firmava i contratti. C’era un acquirente di nome Frank AGRAMA che era un agente per BERLUSCONI, che abitava a Los Angeles; .. AGRAMA non era un impiegato della FININVEST, ma una sorta di acquirente c’era un compratore di FININVEST di cui il nome è LORENZANO Daniele”. «Ricordava che AGRAMA trattava per Fininvest ».

“All’inizio BERNASCONI comprava i nostri prodotti PARAMOUNT direttamente per FININVEST. In seguito BERNASCONI aveva un’agente donna di Los Angeles che si è sposata con un sig. SALOMON. Il sig. SALOMON lavorava per la Warner; sua moglie ha smesso di lavorare per il sig. BERNASCONI.

Frank AGRAMA è subentrato a quella donna come rappresentante FININVEST (sig. BERLUSCONI). AGRAMA ha avuto in seguito l’autorizzazione di firmare i contratti al posto di BERNASCONI”.

«Affermava che era impossibile che vi fosse un accordo verbale dal 1981 con le società del gruppo BERLUSCONI ».

«Spiegava in una successiva deposizione che AGRAMA era un imprenditore pur se si era presentato come successore dell’ agente donna »: “avrà detto a me o ai miei compagni che da quel momento avrebbe rappresentato la Fininvest in luogo ed al posto della signora Pulutzi (fonetico) moglie del sig. Salomon”.

«Lui, Gordon, negoziava però i contratti con LORENZANO e non con AGRAMA »

«Domanda: A che titolo il Sig. Franck AGRAMA interveniva nei contratti? » «Risposta » : “Non lo so. Per quanto mi riguarda, negoziavo i contratti con il Sig. LORENZANO Daniele”

«Domanda » : “Perché i contratti erano firmati con le società di Franck AGRAMA?

«Risposta » : “Non lo so. Occorrerebbe chiederlo al Sig. Silvio BERLUSCONI dato che era lui che pagava“.

«AGRAMA si consultava con BERLUSCONI, anche dopo la sua entrata in politica ».

“Negoziavo i prezzi indifferentemente con il Sig. LORENZANO o con il Sig. AGRAMA. Quest’ultimo, prima di accettare, ne parlava sempre con il Sig. BERLUSCONI. Non so se il Sig LORENZANO consultava il Sig. BERLUSCONI prima di accettare però era lui a dire se gradiva o no il package”.

«AGRAMA » “Ha sempre detto che era il suo migliore amico, che poteva chiamarlo senza problemi. Ha detto che aveva chiamato il Sig. BERLUSCONI per congratularsi con lui quando fu nominato Presidente del Consiglio. Non sono

stato testimone di una conversazione telefonica tra i Sig.ri AGRAMA e BERLUSCONI” … A sua domanda “preciso che il Sig. AGRAMA ci diceva che continuava a riferire al Sig. Silvio BERLUSCONI sulle negoziazioni per l’acquisto dei film anche dopo la sua nomina alla Presidenza del Consiglio.. Diceva che il Sig. Silvio BERLUSCONI era impegnato per giustificare il suo ritardo nel fornirci una risposta nell’ambito di queste negoziazioni”.

«Negava che vi fosse stata un’indagine su di lui della Paramount e ribadiva che AGRAMA era un rappresentante di BERLUSCONI ma non sapeva che specifico legame contrattuale vi fosse tra i due ».

Ineccepibile è la valutazione del Giudice di merito quando afferma: « Il teste Gordon conferma così, dal punto di vista della Paramount, quel che del resto emerge evidente anche muovendo dalla prospettiva della Fininvest/Mediaset. E’ direttamente la Fininvest che acquista dalla Paramount con BERNASCONI, con LORENZANO o con AGRAMA e la ragione per cui, per il gruppo italiano, trattava questa pluralità di persone era riconducibile alla volontà del medesimo gruppo acquirente.

 

 

(Mi inserisco. Qui va ricordata la sentenza della corte Svizzera, recentemente scoperta, che sostiene il contrario, assolvendo Berlusconi e riconoscendo ad Agrama la veste di intermediario della Paramount per vari Paesi, tra cui l’Italia e la Svizzera italiana)

 

È anche dimostrato il permanente interesse del vertice del gruppo, BERNASCONI, ma anche BERLUSCONI, sugli acquisti e ciò anche dopo la revisione degli organigrammi susseguente all’entrata in politica di BERLUSCONI. Vero è che il teste riferisce, de relato, una serie di confidenze fattegli da AGRAMA ma si è già visto come anche altre fonti dichiarative abbiano confermato che AGRAMA manteneva contatti diretti con BERLUSCONI e che BERLUSCONI stesso, se si era fisicamente allontanato dal gruppo, non aveva rinunciato ad esserne costantemente informato ed a riceverne periodicamente i dirigenti per fissare quantomeno le linee strategiche » (pag. 140 sent. impugn.).

Non vanno neppure trascurate le argomentate valutazioni dei Giudici di merito, basate su una corretta esegesi dei dati informativi e su una logica ricostruzione dei fatti accertati, sulle dichiarazioni rese dal teste TRONCONI Gianfranco, ancora una volta riguardanti la continuità, nelle descritte attività frodatorie, tra il periodo precedente al 1995 e quello successivo. Al riguardo si è osservato quanto segue:

Il Tronconi era “rimasto in Mediaset fino al 1996 come dipendente prima e poi come consulente. Con le funzioni di responsabile amministrativo. Riferiva che, fino appunto al 1996, il responsabile della acquisizione dei diritti era BERNASCONI: “si interessava di tutti i diritti”. BERNASCONI si vedeva certamente con BERLUSCONI ma non sapeva cosa si trattasse in quelle riunioni. Precisava che “la pianificazione dell’acquisto dei diritti, come per tutta diciamo la gestione aziendale, veniva fatta dal comitato di gestione, cioè da tutti i direttori centrali e direttori divisionale, no? Poi tutta questa gente, almeno a mio sapere, si riunivano praticamente da BERLUSCONI. Molto probabilmente per decidere le linee di condotta della società. BERNASCONI, io volevo dire, non aveva superiori diretti, no, aveva piena autonomia nell’acquisto dei diritti e l’unico a cui rispondeva sicuramente era BERLUSCONI, non rispondeva ad altri. Per quanto ne sapeva LORENZANO si occupava di acquistare diritti all’estero. Anche perché BERNASCONI andava poco all’estero e parlava pochissimo l’inglese. Da responsabile della contabilità chiariva che nel bilancio “l’acquisto dei diritti era importantissimo”. Quanto al periodo successivo all’entrata in politica di BERLUSCONI affermava che trovarlo era divenuto difficile.

Il teste pare dipingere una certa situazione del tutto sovrapponibile all’ipotesi di accusa fino ai primi mesi del 1994 ma, in realtà egli era rimasto in Mediaset con un importante incarico fino al 1996 e, per questo secondo periodo, non disegna alcun nuovo organigramma (in tema di acquisto dei diritti), che, pertanto, deve considerarsi, immutato (come emerge del resto da altre fonti): al vertice aziendale operativo c’era sempre BERNASCONI, questi riferiva al solo BERLUSCONI, ed all’estero era operativo il solo LORENZANO.”

 

Pag. 115

 

19.4.2. In ordine alle prove documentali, i Giudici di merito hanno attribuita fondamentale importanza a quella che viene definita “la lettera confessione di Agrama”.

Così motiva, in proposito, il Tribunale (pagg. 39 – 40):

In realtà tutti gli argomenti invocati sono inconsistenti atteso che essi sono fondati su una situazione teorica e astratta, per nulla corrispondente a quella pacificamente accertata nel corso del dibattimento. Si intende dire che la linea difensiva è incardinata sul fatto, totalmente contrario alle risultanze dibattimentali, che Agrama sia un reale imprenditore e quindi un intermediario indipendente che assume rischi anche rilevantissimi e che non ha limite alcuno nella maggiorazione del prezzo di vendita dei diritti.

Ed invece Agrama non lo ha mai assunto detto ruolo nei rapporti con le “Berlusconi’s Companies” e questo per sua stessa esplicita e reiterata ammissione in varie occasioni ampiamente documentate.

In una missiva del 29.10.03, diretta all’Avv. Aldo Bonomo, all’epoca Presidente di Fininvest e al dott. Alfredo Messina, direttore di Fininvest, Agrama dichiara di aver lavorato per le società del gruppo fin dal 1976 in qualità di loro rappresentante, precisando che Fininvest non spende un centesimo di più acquistando per il suo tramite e specificando, al riguardo, che i corrispettivi per le concessioni vengono trattati e concordati tra gli incaricati di Fininvest e gli Studios. Il medesimo concetto viene ribadito al punto 7 della missiva dove si afferma che la sua funzione nei confronti di Fininvest è quella di Agente negli USA senza alcun costo aggiuntivo per l’acquirente europeo in quanto la commissione dell’agente viene corrisposta dagli Studios americani e non da Fininvest.

Nel corso di detta lettera Agrama spiega qual è la sua funzione e la sua utilità in relazione agli Studios, e non a Fininvest, in quanto sottolinea che gli affari conclusi con loro non sono soggetti alla ritenuta alla fonte e gli Studios apprezzano notevolmente questo aspetto per il quale appunto – afferma – sono ricompensati i nostri servizi con i corrispettivi di prassi.

È evidente che questa lettera-confessione costituisce la migliore dimostrazione che la difesa dell’imputato si è riferita a un rapporto teorico, ben diverso da quello reale”.

La lettera in questione è riportata dal Giudice di II grado a pag. 150

“Dal 1976 anno in cui ebbe inizio la collaborazione con le Vostre società, ci adoperiamo in qualità di Vostri rappresentanti facilitandovi nell’acquisto di film per tutte le Vostre emittenti (Canale 5, Rete 4 e Italia I in Italia, Telecinco in Spagna e per un certo periodo La Cinq in Francia).

Abbiamo sempre collaborato con il Dott. Silvio direttamente e anche con il compianto Sig. Carlo BERNASCONI.

Nel corso di precedenti incontri con Voi avevamo richiesto la sottoscrizione di un contratto con il quale le Vostre emittenti si impegnassero ad acquistare da noi programmi per un minimo di USD 40.000.000 l’anno; come noto, le Vostre società acquistano programmi per oltre USD 400.000,000 l’anno.

Ci fu promesso che, anche senza un contratto scritto, la Vostra organizzazione avrebbe mantenuto la parola.

La Vostra società non spende un centesimo di più acquistando per nostro tramite: infatti tutti i corrispettivi per le concessioni vengono trattati e concordati tra i Vostri Incaricati e gli Studios… .

Di fatto, la nostra funzione nei Vostri confronti è quella di agente negli U.S. A., senza alcun costo aggiuntivo per l’acquirente europeo in quarto i nostri servizi sono retribuiti dagli Studios americani…

La Vostra società non sta tenendo fede al nostro accordo: infatti nel 2003 il totale dei contratti sottoscritti è stato SOLO di USD 14.000.000, anziché USD 40.000.000.

Vorremmo suggerire che l’accordo venga messo per iscritto, esponendo i fatti in modo chiaro, così da non dover costantemente tornare sull’argomento esprimendo rimostranze e spiegando l’accordo, con conseguenti perdite di tempo per i Vostri responsabili.

Dal contenuto di tale documento la Corte territoriale, in maniera assolutamente logica e coerente, ritiene provate le seguenti circostanze (pag. 150):

– il rapporto continuativo con BERLUSCONI e con BERNASCONI;

– il “costo zero” dei diritti da lui intermediati;

– la sua natura di mero agente;

– il fatto che tutti i contratti vengano stipulati in realtà non da lui stesso ma dagli uomini del gruppo (e quindi da LORENZANO).

Non sussiste, quindi, in alcun modo e sotto qualsiasi profilo, il travisamento della prova dedotto sempre con il motivo n. 29 del ricorso Berlusconi.

Del resto, lo stesso concetto è, peraltro, espresso in un’altra missiva di Agrama del 30.10.2001 diretta all’Avv. Bonomo e per conoscenza a Messina e a Pace, nella quale Agrama dice che la sua intermediazione non comporta alcun costo aggiuntivo per le entità di Berlusconi, precisando al riguardo che il prezzo non viene trattato da Agrama con i produttori americani, bensì direttamente dalle società di Berlusconi (pag. 40 sent. I grado). Del tutto infondato è, quindi, anche il motivo n. 2.3.7., dedotto al riguardo dall’imputato Agrama.

Incisivamente, il Tribunale osserva, in proposito, che “la rilevanza probatoria delle riportate lettere di Agrama è tale che il suo consulente le ha spiegate ipotizzando che il ruolo di Agrama ad un certo momento fosse mutato, mentre il difensore ha sostenuto che Agrama, disperato per la situazione, in quelle lettere mentiva” (pag. 40).

Che il ruolo di Agrama, nei rapporti con Fininvest, non fosse quello di un reale imprenditore-intermediario/terzo/indipendente, ma di un mero agente che rappresentava il gruppo nei rapporti con Paramount risultava, secondo la corretta valutazione dei Giudici di merito, dal Prospetto Informativo alla CONSOB per la quotazione in borsa di Mediaset, dove espressamente si dichiara:

“Gruppo Mediaset acquisisce diritti da alcune delle principali major statunitensi (MCA-Universal Columbia Tristar, 20th Century Fox e Paramount – Viacom) e da produttori indipendenti. Gli accordi con le major statunitensi sono volume deal che prevedono l’impegno da parte del Gruppo Mediaset ad acquistare , e il corrispondente impegno della major a vendere, i diritti televisivi in esclusiva su tutti i film e le nuove serie televisive prodotti in un determinato anno dalla major nonché cortometraggi, secondo visioni e fiction a episodi per un valore determinato. / contratti del Gruppo Mediaset con Columbia Tristar e 20th Century Fox hanno durata quinquennale e scadono il 31.12.1997. Sono attualmente in corso trattative per il rinnovo del contratto con la 20th Century Fox che il gruppo Mediaset ritiene di poter concludere entro il 1996. Il contratto MCA- Universal è stato rinnovato quest’anno per tre anni, mentre l’intesa con Paramount-Viacom è basata su un accordo verbale”‘ che dal 1981 ha garantito la fornitura dei diritti. Il Gruppo Mediaset e Paramount- Viacom sono in trattativa per trasformare l’accordo verbale in un contratto scritto, formulato negli stessi termini dei contratti stipulati con 20th Century Fox, Columbia Tristar e MCA Universal”.

Logico e convincente è il commento del Giudice di I grado che – dopo aver rimarcato che Mediaset nel Prospetto informativo assume di avere un rapporto diretto con Paramount – argomenta che, nell’ottica del prospetto, è configurabile l’apporto di un agente addetto al disbrigo in loco di talune formalità, ma non certo quello di un intermediario indipendente capace di effettuare ricarichi elevatissimi (pag. 41).

 

(Mi inserisco. Osservo che questa prova sulla reale posizione di Agrama nei confronti di Mediaset la si va a trovare in un prospetto informativo della Consob, ciò che non esclude affatto che ci sia un mediatore autorizzato dalle majors. Infatti ecco cosa si legge in proposito nella sentenza svizzera che definisce il ruolo di Agrama:

“10. È pratica comune acquistare diritti di diffusione dagli intermediari piuttosto che direttamente dai produttori/detentori dei diritti? Quali sono gli svantaggi/vantaggi nell’acquisto di diritti di diffusione tramite gli intermediari?

È generalmente preferibile negoziare direttamente con il detentore dei diritti senza passare per un intermediario. Tuttavia, in seguito ad alcune tensioni tra il diffusore pubblico Rai e Mediaset, la Paramount aveva cessato per diversi anni di trattare direttamente con i diffusori italiofoni. Di conseguenza, la Televisioni Svizzera di lingua italiana ha dovuto rivolgersi alla società WTLtd la quale era in possesso dei diritti esclusivi. Adesso è di nuovo possibile trattare direttamente con i produttori.”

Dunque almeno dagli anni ’90 è impossibile trattare direttamente con la Paramount.)

Pag. 124

 

19.4.4

Stralcio:

 

È in sostanza impensabile che uno sconosciuto Dal Negro sia divenuto, pur grazie ai nascosti favori di Lorenzano, un fornitore di Mediaset a costi fuori mercato: logica e coerenza vogliono che Lorenzano, su input aziendale, abbia arruolato Dal Negro proponendogli di intermediare diritti per Mediaset. Che poi Lorenzano abbia rivelato o meno tutto il meccanismo al Dal Negro è questione che attiene alla responsabilità di quest’ultimo e che sarà trattata successivamente nell’apposita parte, mentre per il momento è sufficiente dire che senza dubbio alcuno l’intermediazione di Green è stata attuata nella consapevolezza di Bernasconi e non già in frode al predetto.

Si deve, quindi, ritenere, pur in assenza di una prova diretta, che gli importi incassati dal Dal Negro e dal Lorenzano costituissero in larga parte restituzione di quanto erogato da IMS a fronte delle fittizie transazioni intervenute tra la medesima IMS e la Green”.

Queste argomentate, logiche e coerenti conclusioni del Giudice di I grado, che ha fatto puntuale applicazione delle risultanze processuali (testimonianza Francone e consulenza KPMG), sono state confermate dal giudice di II grado (pagg. 163 – 164)

 

 

Pag. 128

 

(Mi inserisco. Si tratta di un paragrafo molto importante, in cui evidenzia che nel passato “preesistenti” i rapporti erano diretti tra Paramount e Mediaset. Poi sono continuati con l’intermediazione di Agrama. A questo proposito si ricordi che Agrama ha dichiarato che la sua intermediazione fu resa necessaria dai problemi insorti tra Paramount e Mediaset e che egli aveva ricevuto dalla Paramount l’esclusiva per alcuni Paesi, tra cui l’Italia e la Svizzera Italiana, come ha dichiarato anche la stessa Televisione svizzera nel processo del 18 ottobre 2010. Anche in questo paragrafo tutto emerge all’infuori della responsabilità diretta di Berlusconi, anche nel caso di testimonianze pesanti.)

 

19.4.6. Agrama (Wiltshire e Melchers).

 

Dalle risultanze relative alla posizione di Agrama, si è già diffusamente argomentato in precedenza con riferimento specifico alla c.d. “lettera confessione” dallo stesso inviata il 29/10/2003 dalla quale risulta il suo ruolo di mero agente-rappresentante; ruolo confermato anche dalla ulteriore, già citata missiva del 30/10/2001. Da tale documentazione, come si è già rilevato, emergeva che la intermediazione dell’Agrama – il quale percepiva le commissioni dai produttori americani – non comportava alcun costo aggiuntivo per le società di Berlusconi.

Ed è in questa corrispondenza – che i Giudici di merito hanno compiutamente analizzato – che, tra l’altro, si ottiene notizia della prospettiva di AGRAMA di continuare ad assicurare i suoi servizi a sostanziale “costo zero” per BERLUSCONI – (si consideri che si sta parlando di affari di milioni di dollari d’investimento annuo) – un “costo zero” che viene insistentemente sostenuto da AGRAMA, pur a fronte di un ricarico formale invece considerevole che, nel passaggio attraverso di lui, gli acquisti subivano nel prezzo formale di scambio; ricarico che veniva apportato in funzione, invece, del sistema della lievitazione dei costi, nel quadro del “giro dei diritti”.

A ciò si aggiungono i vari corollari che pure vengono desunti dalla corrispondenza medesima: il rapporto continuativo di AGRAMA, protratto, con BERNASCONI e con BERLUSCONI; la sua natura di mero agente; il fatto che i contratti venivano poi in realtà stipulati direttamente da uomini del Gruppo BERLUSCONI (Fininvest/Mediaset), e, cioè, in particolare da LORENZANO.

Tale fittizietà era, peraltro, emersa già nel periodo ante 1995 ed era dimostrata da numerosa documentazione proveniente da Paramount o ad essa diretta. Sono state, in particolare, ricordate:

– una missiva tra Gary e Lucas nella quale si legge del 3.3.1992, della Paramount, a proposito della società Wilthshire Trading di Agrama, si legge : ” L’unica cosa della quale siamo orgogliosi è soddisfare un cliente e quando succede che il cliente è Berlusconi è straordinariamente importante che il servizio sia perfetto”;

– una lettera del 21.12.1993 in cui Gordon scrive a Me Kluggage (sempre della Paramount) in ordine ai problemi finanziari delle compagnie di BERLUSCONI riferendosi a discussioni avute con LORENZANO ed aggiunge: “ritengo che BERLUSCONI sia stato un cliente straordinariamente valido che ha comprato per Italia, Francia, Spagna e certe volte per Portogallo e le nazioni della cortina di ferro e ha probabilmente speso circa 200 milioni $ negli ultimi dieci anni”.

Logico e aderente alla risultanza è il commento della Corte di merito: “Era quindi evidente che il reale cliente di Paramount erano le compagnie di BERLUSCONI e non quelle di AGRAMA” (pag. 152).

Oltre “le lettere di confessione” di Agrama, prima ricordate – nelle quali egli ammette di essere un semplice socio, intermediario, a costo zero, in quanto le società del gruppo Berlusconi non “spendevano un centesimo di più acquistando per nostro tramite: infatti tutti i corrispettivi per le concessioni vengono trattati e concordati tra i vostri incaricati e gli Studios” – la Corte territoriale ha richiamato anche altra documentazione tra cui la lettera 7/10/1997 dei contabili della Paramount. Ha evidenziato, in proposito, il Giudice del merito come “I contabili di Paramount, Taylor e Schiaffer, in una lettera del 7.10.1997 avente ad oggetto i pagamenti dei diritti ceduti alle compagnie di BERLUSCONI, scrivono che i crediti nei confronti di Harmony Gold Wilthshire Trading e Principal Network (non distinguendo quindi fra AGRAMA, a cui sono riconducibili le due prime società, e il gruppo Fininvest, a cui appartiene la terza) sono pari, complessivamente appunto, a 22,8 milioni di $.” (pag. 152).

È stata, ancora, evidenziata la deposizione riportata alle pagg. 44 e 45 della sentenza di I grado – e che qui si riporta – del teste GARY MARENZI in Paramount dall’agosto 1997 all’agosto 2004 come Presidente dell’International Television si era occupato delle vendite a Mediaset:

“P.M. – Chi erano i suoi interlocutori all’interno di Mediaset?

INTERPRETE – “Diverse persone, Frank Agrama, Daniele Lorenzano, Roberto Pace e il signor Stabilini e Gabriella Ballabio”. Essi erano degli acquisition executive, quindi si occupavano degli acquisti. Dei contatti fatti per diversi prodotti, per diversi diritti, prodotti già esistenti, più diversi altri contatti con un gruppo di persone “.

P. M. – Lei può spiegare in particolare qual ‘era il ruolo di Frank Agrama?

INTERPRETE – “Credo fosse un po’ l’intermediario tra diversi prodotti e diritti tra Paramount da una parte e Mediaset dall’altra. Si trattava fondamentalmente di rapporti già preesistenti tra Paramount e Mediaset “.

P. M. – Ma nei rapporti col gruppo Mediaset, Lei trattava Agrama come un rappresentante del gruppo Mediaset?

INTERPRETE – “E difficile rispondere, semplicemente perché non l’ho mai contattato, non ho mai lavorato con lui con degli accordi o prodotti nuovi, ma mi sono occupato con lui solo di qualcosa di preesistente, che era iniziato prima del mio arrivo”.

P.M. – Lei ha saputo dalle persone di Mediaset se Agrama era un loro rappresentante?

INTERPRETE – “No”.

P.M. – Lei ha dichiarato, Lei ha detto il 12 gennaio 2004, a pagina 3 : “Frank era l’uomo che era implicato nei contratti”, domanda: “Lei l’ha trovato una persona necessaria per arrivare a Mediaset? “, “Sì, alla fine. Ho cercato di parlare con altre persone alla Mediaset, ma oltre a parlare solo del più e del meno, tutti mi rimandavano a Frank per gli affari”, “Cioè, scusi, persone di Mediaset le dicevano che comunque Lei doveva vendere a Mediaset tramite Frank Agrama?”, “Loro mi dicevano: «Frank è il nostro rappresentante e, insomma, devi passare da Frank »” (…) “Noi negoziavamo sempre e alla fine con Frank Agrama “.

INTERPRETE – “Nessuno all’inizio di questo rapporto mi ha detto che Frank, piuttosto che Lorenzano fossero dei rappresentanti o dei venditori o persone con cui avrebbe avuto a che fare il signor Marenzi. Per diversi altri contatti e prodotti c’era anche Gabriella, e poi diverse atre persone che volevano trattare con noi, acquistare da noi. So che a un certo punto c’è stata una sorta di discussione fra loro, cioè dalla parte italiana, e magari in quel momento io per capire meglio ho cominciato a chiedere con chi avrei dovuto avere a che fare” (…) “Alla fine, poi, per quanto riguarda la gestione e amministrazione di questi prodotti o contatti, tutti quanti questi contratti comunque sono stati gestiti tramite Frank Agrama e Wiltshire Trading “.

P.M. – Lei ricorda se glielo abbia detto Roberto Pace, Guido Barbieri, Gabriella Ballahio?

INTERPRETE – “Non ricordo esattamente chi, forse… potrebbero essere stati tutti, forse Gabriella ” P. M. – Ma quindi glielo hanno detto o no ?

INTERPRETE – Bisognerebbe parlarne con il signor Frank Agrama, e comunque nessuno mi ha mai detto : «Devi fare questo contratto o gestire questo prodotto con Agrama » magari la frase è stata più informale, e quando ho chiesto chi si occupa di questo prodotto qualcuno mi ha detto: «Sì, Frank » “.

P.M. – Ma Lei trattava gli affari indifferentemente con Agrama e Lorenzano, o avevano un ruolo diverso.

INTERPRETE – “Sì, c ‘era una differenza tra i due, perché per quanto riguarda le discussioni principali, quelle più importanti, più grosse, era sempre presente Daniele Lorenzano: invece nel businnes quotidiano, nelle questioni di ogni giorno, cose meno importanti Daniele invece molto raramente partecipava”.

P. M. – Ma Lei ricorda di avere discusso con entrambi degli affari grandi, che riguardavano Mediaset.

INTERPRETE – “Sì, ho avuto discussioni con loro, ma mai arrivati a un contratto”. P.M. – Lei sa se questa società Wiltshire Trading aveva la funzione di agente per Mediaset, in America?, uno che agisce per conto di un principal, che opera per conto e nell’interesse di un altro, nel caso di specie per conto del gruppo Mediaset?

INTERPRETE – “Sì, per i prodotti Mediaset, quindi sì, per Mediaset”.

L’affermazione della Corte di appello sul ruolo dell’Agrama del tutto incompatibile con la pretesa funzione di reale intermediario dei diritti tra Paramount e Mediaset, è conforme al contenuto della testimonianza di Gheri Marenzi (v. pagg. 141-142 sent. impugn.), sicché è infondata la censura di travisamento della prova dedotto con il motivo n. 2.3.5. del ricorso Agrama.

Significative sono state, poi, ritenute anche le dichiarazioni di Pedde, direttore generale Paramount Italia, il quale ha affermato, a proposito di una mail del 9/3/2002 da lui inviata a Gheri Marenzi che, al momento in Paramount, il Marenzi gli aveva spiegato che c’era questo Frank Agrama, amico della famiglia di Berlusconi, che era un intermediario che acquistava diritti presso il loro studio e che era intenzione di liberarsi di questo rapporto ma non trovava un dialogo in queste senso con l’altra parte (pag. 44 sent. I grado).

Così come significative sono state ritenute le dichiarazioni di Carlotti Maurizio ­il quale aveva lavorato per Fininvest in varie aziende e ruoli dal 1997 al 2000 (da luglio 1998 ad aprile 2000 era stato amministratore delegato) – il quale ha riferito che anche Pace Roberto – entrato in Mediaset nel 1995 che si era occupato di acquisto dei diritti a partire dal 1998 – gli aveva detto che Agrama era un intermediario necessario, ineludibile e che gli aveva fatto intendere che era inutile e imprudente tentare di scavalcarlo.

I Giudici di merito sono passati, poi, ad analizzare le conclusioni della consulenza KPMG sugli acquisti dei diritti televisivi tramite l’intermediazione delle società di Agrama., secondo la quale: “Dalle analisi svolte risulta che, nel periodo dal 1994 al 1998, Mediaset ha acquistato, tramite l’intermediazione delle società riconducibili a Frank AGRAMA, diritti televisivi per un importo complessivo pari a circa USD 199,5 milioni; su tali acquisti è stata quantificata, con le modalità sopra descritte, una maggiorazione di costo complessiva, rispetto al prezzo praticato dal produttore e/o distributore originario, pari a circa USD 135,1 milioni”.

Aggiunge, in proposito, la Corte distrettuale: “Si deve dare certamente atto (come sostiene la difesa AGRAMA) che i 135 milioni di dollari sono il ricarico complessivo del costo originario, del costo di acquisto dalla Major. Mentre in questo ambito il ricarico operato dalle società di AGRAMA era di “soli” dollari 54.957.590,77. Certo una percentuale minore ma comunque talmente significativa ed elevata da necessitare di una ragione imprescindibile per cui un operatore così accorto come Mediaset avrebbe dovuto sostanzialmente regalare ad AGRAMA una somma simile, posto che, come si è potuto accertare, era LORENZANO a presiedere agli acquisti, sotto la supervisione di BERNASCONI. E si deve poi notare come quel pur ingente ricarico non era ancora sufficiente alle strutture Mediaset che, prima di incamerare i diritti, ne avevano imposto altri passaggi in modo da far lievitare i costi di altri 80 milioni di dollari circa (la differenza fra 135 e quasi 55). E ciò ad ulteriore riprova che l’interesse era la lievitazione dei costi prima dell’arrivo del diritto in Mediaset e l’appoggio ed il pieno inserimento di AGRAMA in questo sistema” (pag. 135).

Di tale enorme ricarico aveva, del resto, parlato la teste Cavanna Silvia quando aveva affermato che i diritti di Agrama avevano un ricarico eccessivo: “erano il doppio, ci venivano fatturati al doppio delle altre società, dei costi che venivano fatturati da altre società” (pag. 131 sent. impugnata).

Aggiunge, ancora, la Corte – e tali considerazioni sono pienamente condivise da questa Corte di legittimità perché perfettamente aderenti alle citate, plurime risultanze processuali, adeguatamente e logicamente valutate -: “Si tratta quindi di un ricarico comunque ingentissimo (ed inserito in un rodato sistema) che è stato operato attraverso il transito nelle società di lui AGRAMA che si definiva “agente” e “rappresentante” del gruppo (ed anche vicino alla famiglia BERLUSCONI) e che asseriva di avere operato per il gruppo a “costo zero”, fin dal 1976. Realizzando invece, in soli 4 anni (tralasciando quindi le altre due decadi che non rientrano nell’attuale imputazione), le indicate plusvalenze. Plusvalenze a perfetta conoscenza del gruppo visto che a trattare era LORENZANO ed a sovraintendere, anche in termini di budget, era BERNASCONI. E non in occasione del passaggio, successivo, da AGRAMA al gruppo Mediaset, ma del primo acquisto, del contatto e del contratto con la Paramount (quasi tutti i diritti passati attraverso le società di AGRAMA provengono da quella Major) (pag. 135- 136).

Ad analoghe conclusioni era già pervenuto il Giudice di I grado (pagg. 45-46): “In definitiva tutti gli elementi evidenziati dimostrano che nei rapporti Paramount-Agrama-Mediaset, difettano integralmente, con riferimento ad Agrama, i tipici elementi caratterizzanti l’impresa (nella specie intermediario di diritti televisivi). Manca infatti il rischio inteso in tutte le sue componenti essenziali, perché Agrama nemmeno sceglie il prodotto da acquistare, in quanto tale compito viene pacificamente svolto da Lorenzano, e comunque è certo che quel prodotto è stato scelto e verrà riacquistato da Mediaset; manca il rischio costituito dall’anticipazione dei pagamenti, posto che, come si è visto non c’è nemmeno anticipazione dei pagamenti al fornitore, visto che si arriva a quella rilevante esposizione debitoria, e comunque il reale debitore viene sempre considerato Mediaset, alla quale Paramount si rivolge nei momenti di difficoltà di Mediaset- Fininvest (e non certo di Agrama) per il pagamento del corrispettivo. Ed allora se nel rapporto con Mediaset/Fininvest, non vi è capacità imprenditoriale nella scelta del prodotto, non c’è rischio di invenduto e non vi è necessità di anticipare il corrispettivo, mancano gli elementi che consentono di definire Agrama un vero imprenditore intermediario e soprattutto non sono ravvisabili le ragioni commerciali che giustificano i rilevantissimi guadagni conseguiti nell’intermediazione”.

Quantomai significativa, sul punto, è la indicazione, contenuta alle pagg. 55 ­56 della sentenza di I grado, di sovrafatturazioni nel passaggio dei diritti dalle società di Agrama ad IMS: il titolo “HUD” ceduto da Paramount a Wilthshire il 23.10.96 per 40.000 $, viene ceduto, per la stessa decorrenza, a IMS 1’1.1.97 a $ 150.000; il titolo “Indian in the cup board” ceduto da Paramount a Wilthshire il 23.10.96 a 350.000 $, 1’1.1.97 viene ceduto, per la stessa decorrenza, a IMS per 500.000 $. Ed ancora Paramount vende a Wiltshire il 4.6.97 per $ 25.000 il titolo “King Of The Gipsies” e Wiltshire vende a IMS il medesimo titolo per uguale decorrenza a 150.000 $ 1’1.1.98. Anche l’esempio del consulente, relativo alla compravendita del titolo “Harlem Nights” rende evidente la sproporzione passando nel giro di 6 mesi da un valore di 100.000 $ a 150.000 $ e, peraltro, trattasi di un titolo al terzo amendment e dunque presumibilmente di minor valore. E ancora il contratto relativo al film “Hatarii” venduto da Paramount a Wilthshire il 23.10.1996 per 35.000 $ viene rivenduto a IMS 1’1.1.97 a 150.000 $; quello relativo a “Lion in Winther” venduto a Wilthshire il 18/7/1996 a 50.000 $ viene rivenduto a IMS I’1/1/1997 a 120.000 $; quello relativo a “Magic” acquistato da Wilthshire il 4/6/1997 per 40.000 $, viene ceduto a IMS 1’1/1/1998 a 150.000 $.

La compatibilità delle valutazioni compiute dai Giudici di merito con i dati informativi acquisiti emerge, poi, in modo plastico quando, cessato il rapporto fra Gordon e Paramount, i suoi successori hanno comunque concrete difficoltà a eliminare l’intermediazione non più voluta di Agrama. Significative in proposito sono le deposizioni di Pedde, Lucas, Gary Marenzi, Stabilini e Pace.

Pedde, direttore generale Paramount Italia” ha dichiarato” (come già innanzi anticipato) a proposito della mail del 9.3.2002 da lui inviata a Gary Marenzi che al momento in Paramount il Marenzi gli spiegò che c’era questo “Frank Agrama”, amico della famiglia Berlusconi, che era un intermediario che acquistava diritti presso il loro studio e che era sua intenzione liberarsi di questo rapporto, ma non trovava un dialogo in questo senso con l’altra parte.

Joe LUCAS, vicepresidente di Paramount, sentito all’udienza del 16.7.08, ha dichiarato in proposito: dall’81 Paramount ha fatto affari con Fininvest tramite F. Agrama. Quindi, a fronte della richiesta del P.M. se avesse mai parlato con i suoi superiori dell’utilità per Paramount di tralasciare Agrama e le sue società per trattare direttamente con Mediaset, ha risposto che l’intermediazione di Agrama è rimasta in quanto Mediaset non ha mai tentato di avere rapporti diretti, “non ha mai fatto il primo passo”. Ha poi in verità aggiunto che c’erano dei vantaggi nel vendere tramite Wiltshire “perché si riuscivano a piazzare più prodotti di quanti ne volesse il canale”.

Sul punto vanno inoltre sottolineate le dichiarazioni rese 1’1.2.03 e il 2.2.2005 alla Procura di Milano da Stabilini, direttore generale di Mediaset dal 1996, il quale ha riferito di aver parlato con Bernasconi della possibilità di avere rapporti diretti con il responsabile della Paramount per le vendite, ma che l’altro gli disse che era impossibile scavalcare Agrama in quanto “socio occulto” di Gordon. Sotto questo profilo è pure ipotizzabile che Agrama avesse cointeressenze con Gordon, ma quel che è certo è che anche quando Gordon fuoriuscì da Paramount, i rapporti Paramount/Agrama/Mediaset rimasero inalterati.

Non sembrano in contrasto con le univoche risultanze di cui sopra le dichiarazioni del teste Carlotti, cui già si è fatto cenno. Il predetto, dal luglio 1998 all’aprile del 2000 amministratore delegato in Mediaset, ha riferito (ud. 3.4.2007) che conobbe il Presidente della Paramount Television, Gary Marenzi il quale, un po’ irritato e un po’ scocciato come se la cosa non gli garbasse, confermò che, almeno per ora, avevano un impegno con Agrama per le transazioni di Paramount sicché non si parlò di possibili futuri accordi diretti, il mediatore Agrama era conosciuto sui mercati, riconosciuto da altri grandi compratori e legittimato dal venditore diretto. Carlotti ha riferito che anche Pace gli disse che Agrama era un intermediario necessario, ineludibile e gli fece intendere che era inutile e imprudente tentare di scavalcarlo. Peraltro, così come non si disconosce che Agrama fosse una reale imprenditore, così parimenti non si intende affatto escludere che Agrama, nella veste di mero agente, come egli stesso si definisce nella lettera del 2003, svolgesse un ruolo di una qualche utilità; ma tutto ciò in alcun modo avrebbe potuto giustificare gli anomali margini di guadagno apparentemente conseguiti da Agrama.

Dalla documentazione di provenienza Paramount riportante l’elenco dei pagamenti ricevuti dalle società di Agrama nel periodo dal 1989 al 2003 risulta tuttavia che le società Agrama hanno corrisposto alla major circa 120/125 min di $. Questo dato, pur nella diversità dei periodi di riferimento, appare abbastanza omogeneo con quello riportato all’inizio del presente capitolo con riguardo al periodo relativo all’imputazione e conferma il dato inerente alle maggiorazioni indicate dalla d.ssa Chersida.

Non può sottacersi che fino al 1998 non sono state rinvenute evidenze contabili dei flussi finanziari relativi alle società di Agrama e quindi non è stata possibile una ricostruzione dettagliata delle movimentazioni in uscita dai conti di Agrama. E tuttavia la mancanza del dato documentale non vuole affatto significare che una tale prova non sia stata raggiunta, come sarà più analiticamente esposto nel capitolo riguardante specificamente la posizione dell’imputato Agrama. In ogni caso resta il dato documentale e confessato, e, quindi, inconfutabile costituito dalla mancanza di qualsiasi logica, come si è visto, negli ingenti importi pervenuti all’imputato.

Non intacca in alcun modo la ricostruzione effettuata dai Giudici del merito – e che questa Corte di legittimità condivide – le conclusioni cui era pervenuta la sentenza del GUP del Tribunale di Roma del 27 giugno 2012 che aveva prosciolto, nel procedimento Mediatrade (stralcio), l’Agrama dal reato di cui all’art. 8 d. Igs. 74/2000 perché il fatto non sussiste in relazione alle fatture emesse sino al 27 dicembre 2004 (con declaratoria di prescrizione del reato per le fatture emesse sino al 27 dicembre 2004).

Va, in proposito, osservato – e sul punto si ritornerà più diffusamente in seguito – che il processo celebrato innanzi al GUP del Tribunale di Roma riguarda periodi successivi a quelli in contestazione, ed è, per come afferma lo stesso GUP, diverso da quello dal quale era stato stralciato (processo Mediatrade principale, pendente presso I’A.G. di Milano), a sua volta, diverso da quello in questione sui diritti Mediaset. In ogni caso, non si comprende perché mai valutazioni di un giudice della udienza preliminare in una sentenza adottata ai sensi dell’art. 425 cod. proc. pen. – che, come è noto, viene emanata allo stato degli atti, non forma giudicato in quanto passibile di revoca ex art. 434 cod. proc. pen. (ed in seguito si esporranno i motivi per i quali questa Corte di Cassazione, con sentenza del 6 marzo 2013 n. 12300, ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso del P.M.) – emesse in altro diverso procedimento debbano prevalere rispetto alla valutazione dei Giudici di merito nel processo di loro competenza adottata su un imponente materiale probatorio, orale e documentale, ivi compresa documentazione proveniente dallo stesso imputato Agrama nella quale confessa di essere un mero agente, un mero intermediario, a costo zero e senza costi aggiuntivi per il gruppo Berlusconi. Perché, quel che qui rileva, ai fini della partecipazione dell’Agrama nel sistema di frode in questione, non è tanto l’essere costui socio occulto di Berlusconi, quanto l’aver agito da intermediario di comodo – come egli stesso ammette – l’aver, cioè, posto a disposizione di Berlusconi, nell’acquisto dei diritti dagli studios statunitensi, la fittizia intermediazione delle sue società.

Del resto, la sentenza impugnata non esclude che l’Agrama potesse essere, nella generalità dei casi, un effettivo imprenditore nel campo dei rapporti di acquisto e rivendita dei diritti televisivi, ma dimostra incontestabilmente, con le innumerevoli risultanze processuali, come fosse stato, invece, un imprenditore fittizio negli specifici rapporti di acquisto dei diritti destinati a Mediaset, diritti, in realtà, acquistati direttamente dalla suddetta società americane a seguito di trattative poste in essere negli Stati Uniti dall’uomo di fiducia di Berlusconi, Lorenzano Daniele che rispondeva del suo operato all’altro uomo di fiducia di Berlusconi Carlo Bernasconi, e, poi, fatti figurare come acquistati dalle società di Agrama con un ricarico ingentissimo. Che poi non sia stata dimostrata la retrocessione al gruppo Berlusconi o alla sua proprietà, è circostanza del tutto ininfluente ai fini della configurazione del reato di frode fiscale; e, sul punto, non può non condividersi la logica conclusione del Giudice di II grado, quando afferma “È, pertanto, del tutto evidente che Agrama ha agito da intermediario di comodo e, seppure non vi sia sicura evidenzia bancaria di retrocessione al gruppo o alla sua proprietà, non resta che ritenere del tutto logico che il vantato costo zero ne presupponga la reale esistenza. Esistenza di cui non si era raggiunta prova documentale per l’estrema complessità e difficoltà nel seguire tutti i rivoli finanziari che si dipartivano dai conti di Agrama e delle sue società e della sostanziale impossibilità di identificarli tutti” (pag. 155).

La Corte, inoltre, ha preso in debita considerazione anche le deposizioni dei testi Massiah, De Santis e Mazzitella e le ha disattese con adeguate argomentazioni del tutto logiche e convincenti.

Infine, sempre a differenza di quanto assume la difesa, la Corte ha preso in esame le risultanze della consulenza Marriman le quali “erano del tutto estranee all’oggetto del processo che non atteneva al mercato dei diritti in genere, ma all’acquisto di questi da parte di Agrama nell’ambito del “giro” organizzato dai vertici di Fininvest” (pag. 156).

Alla stregua di tali considerazioni deve ritenersi del tutto infondato il motivo n. 2 del ricorso Agrama con il quale, nel richiamare, in particolare, la sentenza del Gup di Roma, deduce la violazione degli artt. 125 com. 3 e 546 comma 1 lett. e) cod. proc. pen., vizio di motivazione e travisamento della prova per avere la sentenza impugnata affermato la sua penale responsabilità, attraverso la ritenuta fittizietà della sua intermediazione nei rapporti produttori USA – Agrama – Mediaset.

Del pari infondato è il motivo n. 3.7. del ricorso Agrama per le ragioni già esposte nel paragr. 19.4.4., ribadendo la irrilevanza della dimostrazione delle retrocessioni – che, in alcuni casi, peraltro, risultano positivamente accertate – ai fini della configurabilità del reato in contestazione; così come sono infondati gli analoghi motivi n. 30 e n. 40 del ricorso Berlusconi.

 

(Mi inserisco: assurdo che per i complimenti elargiti a Berlusconi – si ricordi che era il socio maggioritario della Fininvest e di Mediaset – si arrivi a dargli la responsabilità diretta della frode. Inoltre si notino le discordanze sul ruolo di Agrama. Lo si definisce fittizio, anche se non si hanno prove che egli ha restituito le somme accreditategli da Mediaset (si dichiara che sono difficili da reperire), poi la testimonianza dell’amministratore delegato di Mediaset Carlotti, il quale dichiara che era la Paramount ad esigere la intermediazione di Agrama. A partire dalla pag. 138 segue una serie di paragrafi volti a dimostrare il giro di fatture fittizie tra società di comodo in capo alla Fininvest, ma non appare mai la responsabilità diretta di Berlusconi. Troverete anche a pag. 151 la contestazione della difesa di Berlusconi secondo la quale il giudice di merito ha estratto da una testimonianza la parte che interessava mentre ha trascurato l’altra: “Il ricorrente rimarca passi differenti della testimonianza rispetto ai brani valorizzati dalla Corte d’appello (ad es., che il Tronconi, quale direttore amministrativo non aveva mai avuto rapporti diretti con Berlusconi; che non aveva mai avuto indicazioni da Berlusconi per gli ammortamenti; che dopo la discesa in politica Berlusconi era introvabile) ed afferma l’opinione che questa deposizione «elide » quella della teste Silvia Cavanna. Giustamente il Procuratore generale ha sottolineato che sentenza e ricorso esprimono entrambi delle opinioni e dei giudizi, che possono essere l’uno, o l’altro, o entrambi opinabili, ma che si risolvono, in ogni caso, in valutazioni tipicamente e puramente di merito, che non integrano il dedotto travisamento della prova, del quale peraltro la difesa non ha dato dimostrazione.

Fra le altre, con il motivo in esame si eccepisce che sono state «totalmente » travisate le dichiarazioni di Silvia Cavanna. Anche per queste dichiarazioni Io schema della contestazione è il medesimo: la Corte d’appello cita, virgolettandoli, alcuni brani del verbale di udienza; alcuni altri li riepiloga; trae poi alcune conseguenze valutative”. Un altro punto di rilievo è la risposta che la cassazione dà alla difesa quanto quest’ultima sostiena il travisamento della prova: “Invero, che tutto questo sia o meno compatibile con quanto la Corte d’appello ha ritenuto dimostrato in ragione di altre emergenze probatorie, è una questione che può trovare spazio nel giudizio di legittimità soltanto se (e nei limiti in cui) eventualmente manifesti una evidente incoerenza nel ragionamento accolto in sentenza. Ritiene invece il Collegio che non siano ravvisabili vizi di manifesta irragionevolezza nella motivazione della Corte d’appello, la quale dà addirittura per presupposta la non conoscenza della realtà di quello specifico rapporto con Mediaset, al di fuori di una ristrettissima cerchia di soggetti che ne erano messi al corrente.” Ciò significa in poche parole che è sufficiente che il ragionamento della corte di merito sia logico. Se lo non interessa un altro ragionamento logico che lo contrasti. Altra prova a pag. 157: “In particolare, il motivo inizia anch’esso con l’esame della deposizione della teste Marina Baldi, riportando il contenuto valutativo della sentenza della Corte d’appello, e cioè che «Secondo la decisione impugnata, “da quanto affermato dalla Baldi si ricava che IMS svolgeva solo mansioni del tutto strumentali” ». Quindi si censura questo giudizio e si esprime un giudizio contrapposto, ossia che «In realtà la teste, sentita all’udienza del 20.02.2007, non ha offerto alcuna indicazione in tal senso etc. …”. “Per apprezzare la portata della testimonianza, pur valorizzata in sentenza, è sufficiente riportare la seguente risposta: ‘A Malta io non lo so se ci fosse semplicemente, penso, un ufficio, non lo so. Io non avevo contatti con Malta. Risposta dalla quale non può ricavarsi che IMS svolgesse mansioni del tutto strumentali etc. … ». Si tratta evidentemente di (rispettabili) giudizi soggettivi e di censure alle valutazioni del giudice del merito, ma non di travisamento della prova o di un vizio di manifesta illogicità nel ragionamento seguito dalla Corte d’appello nella sua ricostruzione dei fatti.” E così per ogni altra contestazione di travisamento della prova. La cassazione, ossia, accetta senza se e senza ma l’interpretazione dei giudici di merito, pur riconoscendo che anche l’altra interpretazione ha un suo fondamento.)

 

Sul punto così si giustifica la cassazione:

 

Pag. 159

 

20.8. Alla luce di quanto fin qui considerato, va, dunque, affermata la infondatezza di tutti i motivi dedotti dai ricorrenti in ordine all’eccepito travisamento della prova.

Inoltre, possono farsi le seguenti due notazioni generali e conclusive.

In primo luogo, va riaffermato che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, quando le sentenze di primo e secondo grado concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente e forma con essa un unico, complessivo corpo argomentativo (cfr. Sez. 4, n. 15227 del 14/02/2008, Baretti, Rv. 239735; Sez. 6, n. 1307/03 del 26/09/2002, Delvai, Rv. 223061). Tale integrazione tra le due motivazioni si verifica quando – come nel caso in esame – i giudici di secondo grado esaminano le censure proposte dagli appellanti con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione. Si è in presenza, dunque, anche dal punto di vista argomentativo, di una c.d. doppia conforme di merito, ossia della conferma specifica in punto di apprezzamento delle prove data dalla Corte d’appello alla sentenza di primo grado, con un giudizio tipicamente di merito coincidente con quello del Tribunale. E’ vero che questo presupposto non muta la natura delle questioni da esaminare, ma l’adesione critica del giudice d’appello, preposto proprio al controllo di quel giudizio, vale a rimarcare che l’ulteriore sindacato rimesso al successivo grado di giudizio deve svolgersi nei confini di pura legittimità, ossia limitatamente ad eventuali errori di diritto o ai vizi di mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione.

In secondo luogo, l’apprezzamento della prova impone di considerare ogni singolo fatto e il loro insieme non in modo parcellizzato e avulso dal generale contesto probatorio. E’ quindi necessario verificare se i singoli elementi, ricostruiti in sé e posti vicendevolmente in rapporto, possano essere ordinati in una costruzione logica, armonica e consonante che consenta, attraverso la valutazione unitaria del contesto, di attingere la verità processuale (Sez. 2, n. 33578 del 20/05/2010, Isoa, Rv. 248128; Sez. 6, n. 8314 del 25/06/1996, Cotoli, Rv. 206131). E questa esigenza di una applicazione rigorosa del principio di valutazione globale e complessiva del contesto, si impone a maggior ragione qualora le risultanze istruttorie presentino natura indiziaria. Da tale valenza unitaria del contesto probatorio ed indiziario consegue poi che non è consentita una parcellizzazione della loro valutazione, come quella proposta in alcuni passi dei ricorsi in esame.

 

Siamo arrivati alle presunte prove del coinvolgimento di Silvio Berlusconi nella frode fiscale per le quali è accusata Mediaset, la società di cui è socio maggioritario.

 

24. E’ doveroso opportunamente ribadire che, nell’esercizio della funzione di controllo di legittimità spettante a questa Corte, che include la verifica della “tenuta” logica della motivazione, la sentenza impugnata, sul piano dell’argomentazione che riguarda i risultati probatori, è esente dai vizi lamentati dai ricorrenti.

Essa presenta una motivazione solida e coerente, che alla ricostruzione dei fatti come emersi dall’istruttoria ed apprezzati dalla Corte d’appello accompagna sia un esplicito, agevole riscontro delle scansioni e degli sviluppi critici che connotano la decisione in relazione a ciò che è stato oggetto di prova, sia una costante attenzione per la coerenza complessiva dei risultati valutativi.

La sentenza della Corte d’appello di Milano si colloca, pertanto, al di fuori dell’ambito di irrazionalità che i ricorrenti lamentano e, a maggior ragione, al di fuori dell’area di manifesta illogicità della motivazione, la quale soltanto legittimerebbe una pronuncia di annullamento da parte della Corte di cassazione, a norma dell’art. 606, lett. e) cod. proc. pen.

 

24.1. In ordine alla responsabilità di Berlusconi Silvio, ritiene questa Corte di legittimità di premettere le conclusioni cui, in proposito, sono pervenuti i Giudici di merito per poi verificarne la congruità, l’adeguatezza e la correttezza argomentativa rispetto alle risultanze processuali esaminate.

Il Giudice di I grado riporta le seguenti conclusioni alle pagg. 72-76 della sentenza:

“Nell’imputazione Berlusconi è indicato quale fondatore e, fino al 29.1.1994, Presidente di Fininvest spa, proprietario delle società off shore costituenti il cosiddetto “Fininvest B Group”, azionista di maggioranza di Mediaset s.p.a., figura di riferimento, a fini decisionali di Bernasconi e Lorenzano nonché socio occulto di Frank Agrama.

Rileva il Collegio che il c.d. “giro dei diritti” si inserisce in un contesto più generale di ricorso a società off shore anche non ufficiali ideate e realizzate da Berlusconi avvalendosi di strettissimi e fidati collaboratori quali Berruti, Mills e Del Bue nonché di alcuni dirigenti finanziari del Gruppo Fininvest.

Questo contesto è già stato ampiamente analizzato in tutte le sue possibili sfaccettature; quello che qui si intende ribadire è la pacifica diretta riferibilità a Berlusconi della ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto.

Pare sufficiente qui ulteriormente osservare che il sistema così organizzato ha permesso di mantenere e alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere presso conti correnti intestati a varie società che erano a loro volta amministrate da fiduciari di Berlusconi (cfr. la documentazione sui trusts di cui si è ampiamente parlato in precedenza).

Il passaggio del patrimonio delle società “One” e delle “prime” Principal, ossia delle società del comparto estero riservato di Fininvest (Group B) e dei rapporti contrattuali inerenti ai diritti è avvenuto in varie fasi: dapprima alle società off-shore non formalmente inserite nel bilancio del Gruppo si sostituiscono le Principal Communication e Principal Network Communication (il passaggio è attuato attraverso l’espediente del cambio dei nomi e dello spostamento delle sedi oltre che dei conti correnti); successivamente, ossia a metà 1995, le Principal vengono formalmente cedute con effetto retroattivo dall’1.1.94 a società apparentemente terze create da Mills e amministrate dalla fiduciaria Edsaco, le Lainden e vengono, quindi, escluse dal bilancio consolidato; quasi contemporaneamente, con la estromissione di Mills da Edsaco (o quantomeno a seguito della decisione di Edsaco di non seguire le società create da Mills il cui beneficiario economico non era noto, e su ideazione di Del Bue (vedi dep. Bravetti già citata), vengono create le società maltesi AMT (questa società è formalmente costituita nel 1991 e formalmente terza rispetto a Fininvest), MEDINT (costituita nel 1994 e inclusa nel bilancio consolidato del Gruppo) e Lion, tutte seguite dalla Arner delle quali Berlusconi e il suo “entourage” sono i beneficiari economici; tali società risultano intermediarie di ulteriori compravendite di diritti frazionati e poi verranno sostituite con la costituzione di IMS, costituzione che, come si è visto, si è resa necessaria in vista della quotazione in borsa di Mediaset per rendere “cristallino” il bilancio consolidato del Gruppo Fininvest.

Vi è la piena prova, orale e documentale, che Berlusconi abbia direttamente gestito la fase iniziale per così dire del Group B) e, quindi, dell’enorme evasione fiscale realizzata con le società off shore di cui si è lungamente detto.

Questa fase è stata condotta da persone di sicura fiducia dell’imputato e quando Mills non ha potuto proseguire, a causa della vicenda Edsaco, i tramite sono stati spostati a Malta sotto il controllo del Del Bue.

Il meccanismo di frode è proseguito, sotto la stessa regia, con ulteriori nuovi soggetti e con i metodi già sperimentati, secondo lo schema già collaudato, con la sola eccezione della graduale sostituzione delle consociate estere con i vari Giraudi e company.

Anche la gestione del nuovo corso ha avuto come indiscussi protagonisti i soggetti preposti ai diritti e cioè Bernasconi e Lorenzano, già scelti dall’imputato. Berlusconi rimane infatti al vertice della gestione dei diritti posto che, come ha dichiarato il già citato teste Tatò, Bernasconi rispondeva a Berlusconi senza nemmeno passare per il C.d.A. e nessuno ha riferito che tra Bernasconi e Berlusconi vi fosse un altro soggetto con poteri decisionali nel settore dei diritti, neppure dopo la quotazione in borsa e la c.d. “discesa in campo” di Berlusconi.

Lo stesso ha dichiarato il teste Tronconi.

Inoltre Berlusconi aveva rapporti diretti con Lorenzano, che operava a fianco di Agrama e Cuomo. come risulta dalla deposizione di vari testi che hanno riferito di incontri tra i due che non potevano che riguardare questioni attinenti ai diritti. Vari testi hanno riferito infatti che Agrama e Cuomo quando venivano in Italia si recavano sistematicamente ad Arcore o comunque incontravano Berlusconi.

E, come si è detto, si tratta di persone con le quali la societas sceleris è proseguita per tutto il periodo oggetto dell’imputazione. Ed evidentemente la possibilità di proseguire l’illecito rapporto sodale con Cuomo ed Agrama non necessitava del formale esercizio di poteri gestori in Mediaset.

Come si è visto si tratta di un sistema che è stato congegnato e strutturato con mezzi e modalità tali da richiedere un apporto che non può provenire da un soggetto con limitati mezzi e privo di un potere indiscusso e generale, necessario per alimentare ovunque ve ne fosse la necessità l’operatività del meccanismo delittuoso.

Detto sistema ha infatti richiesto l’intervento di fiduciari stranieri di alto livello (Mills, Del Bue) a loro volta certo lautamente remunerati per il lavoro svolto; l’apertura di numerosissimi conti correnti presso banche ubicate in vari paesi; la areazione di numerose società all’estero; la contestuale movimentazione di   ingentissime somme di denaro; il coinvolgimento di una pluralità di collaboratori; il raggiungimento di accordi illeciti con soggetti inizialmente estranei alla propria sfera d’influenza.

Non è dunque verosimile che qualche dirigente di Fininvest/Mediaset abbia organizzato un sistema come quello accertato e, soprattutto, che la società abbia subito per vent’anni truffe per milioni di € senza accorgersene (non risultano invero denunce nei confronti di Bernasconi o Lorenzano). Anzi, per il vero, l’anomala discussione svolta dalla parte civile Mediaset all’esito del processo e la conseguente asserita mancanza di danni alla società in coerenza con una ritenuta congruità dei prezzi corrisposti da Mediaset nel corso degli anni per l’acquisto dei diritti, significa sostanzialmente che i vertici della società ancora oggi neppure riconoscono l’illiceità di quanto è stato accertato.

Pertanto deve ritenersi che l’interposizione di tutte le suddette entità nelle compravendite dei diritti provenienti dall’estero sia stata ideata per il duplice fine di realizzare un’imponente evasione fiscale e di consentire la fuoriuscita di denaro dal patrimonio di Fininvest/Mediaset a beneficio di Berlusconi.

Si tratta dunque di un preciso progetto di evasione che si è esplicato in un arco temporale molto ampio, in un vasto ambito territoriale e con modalità molto sofisticate.

Deve infine essere rimarcato il fatto che Berlusconi, pur non risultando che abbia intrattenuto rapporti diretti con i materiali esecutori della gestione finanziaria di Mediaset, la difesa assume che il riferimento alle decisioni aziendali consentito nella pronuncia della Cassazione che ha riguardato l’impugnazione della difesa Agrama della dichiarazione di non doversi procedere per prescrizione in merito ad alcune annualità precedenti starebbe proprio ad indicare che occorre aver riguardo alle scelte aziendali, senza possibilità, quindi, di pervenire ad una affermazione di responsabilità di Berlusconi che presumibilmente del tutto ignari delle attività prodromiche al delitto, ma conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato, mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti e che continuavano ad occuparsi della gestione in modo da consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale. Né ad un diverso avviso può condurre la pronuncia della Cassazione in merito all’impugnazione della decisione del Gup Milano, circa il non luogo a procedere nei confronti di Berlusconi, nel processo Mediatrade, secondo cui non vi è alcun elemento probatorio preciso e concreto che possa considerarsi apprezzabilmente significativo dell’esistenza in capo all’imputato Silvio Berlusconi di reali poteri gestori della società Mediaset nel periodo di riferimento dei fatti per cui si procede. Rileva il Collegio che le due situazioni non appaiono automaticamente sovrapponibili, atteso che manca nella vicenda Mediatrade la descritta continuità temporale e fattuale che sussiste, invece, nel procedimento de quo. La circostanza che tutto il materiale di questo processo sia stato, in ipotesi, trasfuso nell’altro processo, non toglie che qui il contesto sia diverso, permanendo per esempio l’utilizzo delle società maltesi, della cui reale funzione si è più volte detto. Peraltro verso qualsiasi comparazione è impossibile a questo collegio non essendo in questo procedimento noti gli atti del processo Mediatrade. Ma va detto che anche tutte le varie problematiche successivamente emerse, anche a seguito della piena conoscenza pubblica degli atti di indagine, in particolare per quel che concerne la cessazione del rapporto con Agrama ed il mancato intervento di Berlusconi perché ciò non accadesse (“trattandosi – dice la difesa – del suo socio occulto”) sono fatti ai quali non è assolutamente possibile dare quel significato univoco che la difesa sostiene. Infatti, come si è detto sono intervenuti, medio tempore, plurimi atti (sequestri, perquisizioni, arresti) che potrebbero costituire appagante spiegazione di ciò che si pretende di ritenere incompatibile con una condotta intervenuta molti anni prima. A questo punto appare opportuno esaminare la doglianza a lungo espressa dalla difesa Berlusconi sulla riduzione delle liste testimoniali. Sul punto, tra l’altro, nella discussione l’avv. Ghedini così si esprime: Berlusconi non aveva possibilità di intervenire, non c’è stata una domanda del signor Procuratore in questo senso. Perché lui dice: eh, la Difesa avrebbe potuto domandare, poi vedremo sui testimoni, ma qui il Pubblico Ministero non ha portato alcunché di rilevante probatoriamente sull’intervento di Silvio Berlusconi che ha detto “No, no, gli ammortamenti si dovevano fare così”. Erano decisioni assunte da altri, funziona così, signor Procuratore. Se voi vedete i nomi su quelle denunce, se voi guardate le firme, vedrete che non c’è la firma di Silvio Berlusconi, e nessuno di costoro su tale scelte non aveva possibilità di intervenire Ritiene il Collegio che francamente è quanto meno opinabile cogliere nelle parole della Corte il significato che la difesa pretende di dare ha mai ipotizzato che vi sia stato un intervento di Silvio Berlusconi per decidere che gli ammortamenti fossero appostati in quella maniera. Va detto, per inciso, che sono proprio le suddette affermazioni che in realtà ben chiariscono le ragioni della riduzione delle liste testimoniali della difesa, atteso che effettivamente il P.M. non ha fornito alcuna prova diretta circa eventuali interventi dell’imputato Berlusconi in merito alle modalità di appostare gli ammortamenti nei bilanci. Ne conseguiva appunto l’assoluta inutilità di una prova negativa, peraltro, di fatti che la pubblica accusa non aveva provato in modo diretto. A quanto detto può aggiungersi il criterio non certo evanescente del cui prodest, atteso che anche su questo punto vi è prova diretta e documentale, con riguardo al primo periodo, che il risultato dell’evasione sia confluito nella piena disponibilità dell’imputato, per cui non vi è ragione di ritenere che qualcosa di diverso sia accaduto con riguardo ai fatti di cui all’imputazione. Ed i rilevanti importi confluiti sui conti del “socio occulto” Agrama costituiscono palese dimostrazione del mantenimento inalterato del precedente sistema di frode. E del resto la qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza e dominus indiscusso del gruppo gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di intervento, anche in mancanza di poteri gestori formali. La permanenza di tutti i suoi fidati collaboratori, ma anche correi, ne costituisce la più evidente dimostrazione. In definitiva deve affermarsi la responsabilità dell’imputato in ordine al reato ascrittogli, con esclusione dell’annualità 2001, essendo il reato estinto per intervenuta prescrizione”.

 

Le conclusioni del Giudice di II grado (pagg. 181-182):

“Anche negli anni di interesse del presente processo, dal 1995 al 1998, lo schema delle catene dei diritti era rimasto immutato pur se le stesse si erano accorciate. Come negli anni precedenti, attraverso IMS ma anche attraverso intermediari esterni al gruppo, il costo dei diritti acquistati alla fonte subiva un cospicuo rialzo. Del tutto incomprensibile dal punto di vista societario perché era evidente che non aveva senso alcuno acquistare ad un determinato prezzo quel che si era già individuato come acquistabile, ed effettivamente acquistato, ad un prezzo molto minore. Ad agire era una ristrettissima cerchia di persone che non erano affatto collocate nella lontana periferia del gruppo ma che erano vicine, tanto da frequentarlo tutti (da BERNASCONI, ad AGRAMA, da CUOMO a LORENZANO) personalmente, al sostanziale proprietario (rimasto certamente tale in tutti quegli anni) del medesimo, l’odierno imputato BERLUSCONI. Un imputato, un imprenditore che pertanto avrebbe dovuto essere così sprovveduto da non avvedersi del fatto che avrebbe potuto notevolmente ridurre il budget di quello che era il maggior costo per le sue aziende e che tutti questi personaggi, che a lui facevano diretto riferimento, non solo gli occultavano tale fondamentale opportunità ma che, su questo, lucravano ingenti somme, sostanzialmente a lui, oltre che a Mediaset, sottraendole. Continuando, peraltro, costoro, a suo danno, una operatività che era invece propria del gruppo, fin da quando non vi era dubbio che l’imputato ne fosse al vertice anche operativo, anche giornaliero, prima del 1994. Una operatività che aveva visto, negli anni precedenti (indicando come discrimine temporale non tanto l’entrata in politica dell’imputato quanto il collocamento in Borsa di Mediaset), catene assai lunghe e costruite all’interno del comparto estero, anche quello riservato, così da, documentalmente, costituire disponibilità estere e far lievitare i costi da contrapporre ai ricavi della società italiana. Del resto, seppur comprendendo l’anno 1994, si è visto come i vantaggi siano stati cospicui arrivando, nel solo ultimo quinquennio, a costituire risparmi fiscali discendenti da un fittizio aumento di costi per oltre 360 milioni di dollari. Certo le somme in gioco in questo processo sono ben minori ma ciò dipende dal fatto che qui si tratta degli ultimi esiti di tale complessiva, ingente, evasione, relativi agli ultimi anni delle quote di ammortamento di tali costi. Ciò detto si deve inoltre aggiungere che, almeno fino al 1998, e, quindi, fino a quando ai vertici della gestione dell’acquisto dei diritti vi era stato BERNASCONI (e non gli uffici ad esso proposti e neppure gli organi societari a ciò deputati, come aveva precisato l’amministratore Tatò che, pur chiamato a contenere i costi, era stato escluso dalla maggior partita di tale voce) vi erano state anche le riunioni per decidere le strategie del gruppo, riunioni con il proprietario del gruppo, con BERLUSCONI. Ed era assolutamente ovvio che la gestione dei diritti, il principale costo sostenuto dal gruppo, fosse una questione strategica e quindi fosse di interesse della proprietà, di una proprietà che. appunto, rimaneva interessata e coinvolta nelle scelte gestionali, pur abbandonando l’operatività giornaliera. Non possono incidere sul giudizio formulato i diversi arresti a cui erano pervenuti i Gup di Milano e Roma (con sentenze confermate dalla Cassazione) che attengono a diversi periodi di tempo e a distinti quadri probatori. Perché attengono agli anni in cui a IMS era stata sostituita Mediatrade ed alla operatività condotta con tale diversa società. Sostanzialmente da chi aveva ritenuto di dare una svolta, anche di “trasparenza”, al precedente modo di agire.

 

(Mi inserisco. Gli arresti di uomini Mediatrade e l’assoluzione di Berlusconi come estraneo alla frode riconosce in pratica la responsabilità personale. Qui, invece la cassazione applica il “non poteva non sapere”. Una applicazione davvero bizzarra della legge)

 

Resta pertanto confermata la penale responsabilità dell’imputato (e la sola prescrizione per l’annualità 2001).”

Si è ritenuto di riportare integralmente le conclusioni formulate dai Giudici del merito per poter affermare che esse sono del tutto conformi alle plurime risultanze probatorie che essi hanno richiamato, riportato e valutato con adeguate argomentazioni del tutto immuni da vizi logico-giuridici e, come tale, non sindacabili in questa sede di legittimità.

A prescindere da altre vicende giudiziarie pur richiamate (quelle relative ad altri fidati collaboratori di Berlusconi, quali Berruti Massimo Maria e Mills Makenzie), va qui osservato come le risultanze processuali dimostrino, come incisivamente afferma il Giudice di I grado, “la pacifica diretta riferibilità a Berlusconi della ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto”, cioè di quel meccanismo delle società facenti capo a Berlusconi Silvio – che nella più volte richiamata email del contabile Schwalbe, indirizzata al presidente della distribuzione internazionale della Fox – è definito come “l’impero di Berlusconi, che funziona come un elaborato shell game… e, cioè, “gioco dei gusci vuoti… con la finalità di evadere le tasse italiane“.

Come già si è visto, attraverso l’analisi del c.d. “giro dei diritti”, i Giudici del merito ne hanno individuato le caratteristiche di meccanismo riservato, direttamente promanante in origine da Berlusconi e avente, sin dal principio, valenza strategica per l’intero apparato dell’impresa a lui facente capo.

Ed è in questo scenario descritto che la Corte d’appello, con assoluta linearità logica, ha ritenuto di valorizzare quel dato che – attraverso l’analisi delle emergenze anzitutto dichiarative del processo – essa ha posto in evidenza in più punti della sentenza: la continuità della gestione dei diritti di sfruttamento delle opere televisive nella forma dell’acquisizione attraverso passaggi d’intermediazione fittizi, tutti accomunati dall’aumento considerevole di prezzo lungo il percorso. L’avvio del sistema in anni di diretto coinvolgimento gestorio del dominus delle aziende coinvolte – Silvio BERLUSCONI – e, poi, l’evoluzione del medesimo sistema secondo schemi adattati alle modifiche societarie e anche alle necessità d’immagine esterna, ma con sostanziale perdurare dei caratteri essenziali del meccanismo fittizio complessivo, acquistano evidenza probatoria – nell’ottica della Corte d’appello – alla luce dell’accertata continuità dei rapporti di tutti i personaggi-chiave: quei personaggi mantenuti sostanzialmente nelle posizioni cruciali anche dopo la dismissione delle cariche sociali da parte di BERLUSCONI e in continuativo contatto diretto con lui, di talché la mancanza in capo a Berlusconi di poteri gestori e di posizione di garanzia nella società non è dato ostativo al riconoscimento della sua responsabilità.

I personaggi chiave della vicenda sono Berlusconi Silvio, Bernasconi Carlo, Lorenzano Daniele e poi Agrama Frank (nonché Cuomo Alfredo).

E’ stato da più parti evidenziato come il Berlusconi – fondatore e, fino al 29/1/1994, Presidente di Fininvest S.p.a. e poi azionista di maggioranza di Mediaset S.p.a. (oltre che proprietario delle società off shore costituenti il c.d. Fininvest B Group) – avesse collocato al vertice aziendale operativo del comparto acquisto diritti all’estero, riservato per non dire inaccessibile, un uomo di sua assoluta fiducia Carlo Bernasconi che “dava conto della sua attività direttamente a Berlusconi e non riferiva al Consiglio di Amministrazione” (Tatò). Egli “aveva piena autonomia nell’acquisto dei diritti e l’unico a cui rispondeva era Berlusconi, non rispondeva ad altri” (Tronconi); “era, al di là delle qualifiche, nella televisione, il factotum di Berlusconi” (Cavanna); “era il braccio destro di Berlusconi”(Sanders).

Daniele Lorenzano – il protagonista principale della contrattazione dei diritti alla fonte (come incisivamente osserva la Corte di merito) – era legato da strettissimi rapporti con Silvio Berlusconi, risalenti nel tempo fin da quando (anni 1981-1985) si recavano insieme sul mercato statunitense per l’acquisto dei diritti (“Lorenzano era sempre al suo fianco”, così Cavanna. Era lo stretto collegamento con Bernasconi Carlo alle cui dipendenze sostanzialmente operava, e con accesso diretto a Berlusconi. Era colui che gestiva essenzialmente su vari livelli la trattativa per l’acquisto dei diritti: “Lorenzano trattava negli Stati Uniti, ma qualsiasi sua operazione negli Stati Uniti, comunque, era poi soggetta all’approvazione essenziale di Carlo Bemasconi”, così Pugnetti; “Lorenzano era un compratore per conto di Berlusconi Silvio” (così Saunders). La teste Cavanna ha ricordato che il rappresentante della Warner Italia le aveva detto che “vedeva Lorenzano perché curava gli affari di Berlusconi“.

Per un migliore inquadramento dei rapporti tra Berlusconi, Bernasconi, Lorenzano ed Agrama, è opportuno richiamare le dichiarazioni – già in precedenza ricordate – dei testi Stabilini e Cavanna.

Il primo ha così delineato il sistema degli acquisti dei diritti televisivi:

“Il settore acquisti diritti era gestito da Carlo Bernasconi e, quindi, non vi era un direttore preposto ….. nell’area acquisti diritti televisivi rientrava anche una struttura estera che veniva gestita dalla sinora Candia Camaggi (coadiuvata da Gabriella Galetto) e che riferiva direttamente a Bemasconi”.

“L’intera operatività sull’estero, correlata all’acquisto dei diritti, veniva gestita da Bernasconi e dalla struttura di Milano ….. Bernasconi, valutati i limiti di budget assegnati alla società, provvedeva a contattare Daniele Lorenzano affinché quest’ultimo reperisse sul mercato americano i prodotti ritenuti più idonei a rispondere alle necessità.

Per quanto a mia conoscenza, una volta che Lorenzano aveva individuato il fornitore americano dal quale acquistare i prodotti e aveva pattuito con lo stesso le condizioni essenziali del contratto (prezzo, decorrenza, territorio, passaggi) inviava tali dati alla struttura della Camaggi che provvedeva alla gestione formale dei contratti. I diritti acquistati sul mercato americano, pervenivano nelle disponibilità di rete Italia e poi a Mediaset a fronte di contratti predisposti dalla struttura di Lugano gestita dalla signora Camaggi. Vorrei precisare che con l’avvento di Mediaset, a memoria dal 1995, la struttura di Lugano era stata sostituita da una società residente in Malta la cui denominazione è International Media Service Ltd, in breve IMS”.

Da tali dichiarazioni – come, peraltro, ha spiegato anche il teste Carlotti -emerge che l’esigenza di acquisto veniva manifestata dai responsabili delle reti, ma la trattativa, per ovvi motivi di frazionamento delle condotte, veniva gestita dalla struttura diretta da Bernasconi, il quale, raccolto il parere di compatibilità di budget dava incarico a Lorenzano di condurre la trattativa spesso coadiuvato da soggetti della struttura commerciale di Mediaset. Una volta conclusa la trattativa, a Lorenzano veniva indicata la società che doveva figurare come acquirente.

Una volta individuato il fornitore estero, determinato il prezzo e indicata la società estera del gruppo ovvero una società apparentemente terza di comodo, si svolgeva quella fase tutta interna che la Cavanna ha così efficacemente descritto nella frase : “picchia giù sui prezzi”. A questo punto i contratti erano predisposti formalmente dalla struttura di Lugano, ossia da Camaggi e da Galetto che, in coordinamento con la struttura finanziaria del Gruppo (SBF), spedivano il contratto a Malta dove veniva firmato da Fenech o Grima – soggetti assolutamente privi di qualsiasi potere decisionale, come riferito da vari testi che sono stati assolutamente categorici sia per quanto concerne la stipulazione dei contratti, che dei pagamenti.

La deposizione dello Stabilini va integrata con quella della Cavanna. Invero, costei – dopo aver precisato che “Bernasconi era il factotum di Berlusconi” e rispondeva solo a quest’ultimo – ha precisato che il Bernasconi, quando ritornava da incontri con Berlusconi ad Arcore o in Via Rovani ove si era recato per riferire, la invitava a “picchiare giù con i prezzi“. Tale espressione stava a significare, come hanno incisivamente e convincentemente spiegato i Giudici di merito, “che la Cavanna dava indicazioni alla struttura Fininvest Service di Lugano di procedere alla formazione di sub-contratti, con prezzi significativamente in aumento rispetto a quelli originari, il che era finalizzato, da un lato all’incremento dei costi di rete Italia e poi di Mediaset per evidenti fini di evasione fiscale e, dall’altro, alla costituzione di ingenti quanto illeciti capitali esteri” (pag. 5 sent. I grado). Opportunamente, il Tribunale, (pag. 6 della sentenza), ha riportato la seguente dichiarazione della teste: “Quando io ho fatto la stampa per sapere tutto quello che è in decorrenza e devo comprare, la Baldi telefonava a Lugano e si faceva dettare tutti i prezzi. Per cui sul tabulato a fianco di ogni titolo veniva messo il relativo costo. L’ufficio della Camaggi comunicava a una delle mie ragazze i costi che venivano scritti di fianco a ogni titolo, così, a matita, sul tabulato, io pigliavo il mio tabulato, andavo da Bernasconi il quale mi dava la dritta: “Allora questo mese, questo trimestre dobbiamo arrivare in termine di costo a 5 milioni di dollari, 20 milioni di dollari, eccetera. Però il costo dei diritti era di meno, sensibilmente di meno” (e in questa fase si inseriva quindi quel “picchia giù sui prezzi”, di cui si è già detto).

Ha confermato, ancora, la Cavanna sia il rapporto funzionale Bernasconi-Lorenzano sia il rapporto diretto con Berlusconi del Lorenzano che “quando veniva in Italia, veniva in ufficio e poi andava ad Arcore, sempre ….. e portava poi da Berlusconi sia Agrama che Cuomo“, vale a dire i due intermediari fittizi che, come si è già più volte evidenziato, operavano massicci ricarichi sulle vendite e che erano legati da antichi rapporti di amicizia con il Berlusconi.

Le dichiarazioni della Cavanna sui rapporti tra Berlusconi, Bernasconi, Lorenzano, Agrama e Cuomo hanno trovato pieno riscontro nelle dichiarazioni di Saunders – (in precedenza riportate e che riguardano il periodo fino al 1992, ma il meccanismo, come si è dimostrato, è continuato anche dopo) – il quale ha, più volte, affermato che:

-“Bernasconi Carlo era il braccio destro di Berlusconi”;

-“Lorenzano era un compratore per conto di Berlusconi Silvio”;

-“Alfredo Cuomo lavorava per Silvio Berlusconi;….. si recava a Los Angeles, visionava í­ prodotti, negoziava con me; tornava da Berlusconi per ottenere approvazione; era quindi molto vicino a Berlusconi, non ricordo più il nome della società del sig. Cuomo; era una società situata in Italia a Roma”

– alla domanda: “Sa perché il sig. Silvio Berlusconi non comprava direttamente i programmi e lo faceva tramite il sig. Cuomo?”, ha risposto: “perché Cuomo era un caro amico del sig. Silvio Berlusconi, perché conosceva anche Bernasconi e Lorenzano“.

Analoghe dichiarazioni sono state rese dal teste Gordon, presidente della distribuzione internazionale della Paramount fino al 1997 il quale, come già si è visto in precedenza, ha precisato il ruolo del Bernasconi, del Lorenzano con il quale egli negoziava i contratti, ed alla domanda: “perché i contratti erano firmati con le società di Frank Agrama ?”, ha risposto: “Non lo so, occorrerebbe chiederlo al sig. Silvio Berlusconi, dato che era lui che pagava“. Ha, infine precisato i rapporti tra Agrama e Berlusconi assumendo che l’Agrama, prima di accettare i contratti di acquisto, “parlava sempre con il sig. Berlusconi”. Ha precisato ancora che Agrama gli aveva sempre detto che Berlusconi “era il suo migliore amico, che poteva chiamarlo senza problemi. Ha detto che aveva chiamato il sig. Berlusconi per congratularsi con lui quando fu nominato presidente del Consiglio. Non sono stato testimone di una conversazione telefonica tra i sigg.ri Agrama e Berlusconi ….. preciso che il sig. Agrama ci diceva che continuava a riferire al sig. Silvio Berlusconi sulle negoziazioni per l’acquisto dei film anche dopo la nomina alla presidenza del Consiglio ….. diceva che il sig. Silvio Berlusconi era impegnato per giustificare il suo ritardo nel fornirci una risposta nell’ambito di queste negoziazioni”.

Anche su questo punto, ritiene questa Corte di legittimità di condividere la ineccepibile valutazione del Giudice di merito:

“Il teste Gordon conferma così, dal punto di vista della Paramount, quel che del resto emerge evidente anche muovendo dalla prospettiva della Fininvest/Mediaset. È direttamente la Fininvest che acquista dalla Paramount con BERNASCONI, con LORENZANO o con AGRAMA e la ragione per cui, per il gruppo italiano, trattava questa pluralità di persone era riconducibile alla volontà del medesimo gruppo acquirente.

È anche dimostrato il permanente interesse del vertice del gruppo, BERNASCONI, ma anche BERLUSCONI, sugli acquisti e ciò anche dopo la revisione degli organigrammi susseguente all’entrata in politica di BERLUSCONI. Vero è che il teste riferisce, de relato, una serie di confidenze fattegli da AGRAMA ma si è già visto come anche altre fonti dichiarative abbiano confermato che AGRAMA manteneva contatti diretti con BERLUSCONI e che BERLUSCONI stesso, se si era fisicamente allontanato dal gruppo, non aveva rinunciato ad esserne costantemente informato ed a riceverne periodicamente i dirigenti per fissare quantomeno le linee strategiche » (pag. 144 – 145 sent. impugn.).

Significative del rapporto tra Berlusconi e l’Agrama sono anche le già richiamate dichiarazioni di Pedde, direttore generale Paramount Italia, il quale ha affermato, a proposito di una mail del 9/3/2002 da lui inviata a Gheri Marenzi che, al momento in Paramount, il Marenzi gli aveva spiegato che c’era questo Frank Agrama, amico della famiglia di Berlusconi, che era un intermediario che acquistava diritti presso il loro studio e che era intenzione di liberarsi di questo rapporto ma non trovava un dialogo in queste senso con l’altra parte (pag. 44 sent. I grado).

Così come significative sono le già considerate dichiarazioni di Carlotti Maurizio – il quale aveva lavorato per Fininvest in varie aziende e ruoli dal 1997 al 2000 (da luglio 1998 ad aprile 2000 era stato amministratore delegato) – che ha riferito che anche Pace Roberto – entrato in Mediaset nel 1995 che si era occupato di acquisto dei diritti a partire dal 1998 – gli aveva detto che Agrama era un intermediario necessario, ineludibile e che gli aveva fatto intendere che era inutile e imprudente tentare di scavalcarlo.

Solo nel contesto del pactum sceleris di cui ha più volte parlato il Giudice di I grado (pagg. 69, 74) può spiegarsi perché un operatore così accorto come Mediaset – che avrebbe potuto avere quei diritti al costo al quale le Majors li vendevano, costo, peraltro, già concordato proprio per conto della predetta società, da Lorenzano ed approvato dal ‘braccio destro’ di Berlusconi, Carlo Bernasconi – avrebbe dovuto sostanzialmente regalare all’Agrama la incredibile somma di circa 55 milioni di dollari (tale era, come si è già visto, il ricarico operato dalle società di Agrama, poi divenuto di 80 milioni di dollari negli altri passaggi).

È sempre in tale contesto che si colloca l’assurdo ricarico del 100% del costo originario effettuato dalla società di Cuomo Alfredo nella vendita dei diritti a Mediaset (73,7 milioni di dollari rispetto a 36).

Ed è solo in questo modo che si spiega perché i ricarichi effettuati dalle società riconducibili a Lorenzano, (Green Comunication e Promociones Catrinca, società fittizie), gran parte dei quali trasferiti poi su c/c esteri del Lorenzano.

Così come ancora, sempre in tale ottica, si spiega come i ricarichi della società Film Trading, riferibile al commerciante di Carmine Giraudi (altra società cartiera) siano finiti, oltre che allo stesso Giraudi, su c/c esteri di società appartenenti al comparto riservato Fininvest (Redmond Trading Limited e Scarlett International Overseas Corp.).

Ed è, infine, sempre in tale contesto, che si spiega come gran parte dei ricarichi di altra società (Elpico) siano finiti sui c/c esteri sconosciuti.

Ed allora è nel giusto la Corte di merito quando afferma che “nel gruppo Fininvest/Mediaset era stato creato un particolare sistema di acquisizione dei diritti di diffusione di prodotti che comportava che gli stessi acquisti trattati, come era logico, fin dall’origine da persone di assoluta fiducia, venissero poi dirottati in catene più e meno lunghe di società (appartenenti allo stesso gruppo o ad intermediari compiacenti) che, operando ulteriori compravendite, ne determinavano il notevole aumento di costo finale consentendo così al gruppo di diminuire in modo cospicuo il carico fiscale da assolvere in Italia, e nel contempo di disporre di ingenti fondi all’estero”(pag. 172).

Così come è ancora nel giusto la Corte territoriale quando, sotto le definitive conclusioni, a pag. 172, afferma:

“Così che si è già dimostrato come nel “giro dei diritti” relativo alle annualità prescritte fosse del tutto palese la fittizietà del costo finale del diritto imputato all’acquirente. Ed altrettanto palese era che esisteva una struttura, pur interna al gruppo ma sostanzialmente parallela ai suoi organi formali, che si occupava di questo tipo di operatività (che, ovviamente, non doveva svelare la sua reale, illecita, attività) e che era costituita da BERNASCONI che ne era il vertice operativo (e da alcuni operativi che a Lugano, o a Milano, si limitavano ad eseguirne le direttive), da LORENZANO che era l’uomo di fiducia del gruppo deputato agli acquisti dalle Majors, da alcuni formali intermediari (AGRAMA e CUOMO su tutti), tutti con accesso diretto al vertice proprietario del gruppo” (pag. 125).

E, del resto, la qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza e dominus indiscusso del gruppo gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di intervento, anche in mancanza di poteri gestori formali. La permanenza di tutti i suoi fidati collaboratori ma anche correi, ne costituisce la più evidente dimostrazione.

A tutto ciò – e, dunque, a livello strategico di gestione, e ancora al rapporto diretto BERNASCONI-BERLUSCONI (che saltava il consiglio d’amministrazione) e al rapporto LORENZANO-BERLUSCONI, oltre che ai sistematici incontri di AGRAMA e di CUOMO con BERLUSCONI, quando venivano in Italia (tutti immutati protagonisti del meccanismo prima e dopo il 1994: un sistema in sostanza preservato inalterato dallo stesso BERLUSCONI) – si aggiungono due argomenti di verifica della ragionevolezza della motivazione in conto di responsabilità individuale e che assumono anche il valore di prove logiche, ampiamente esaminate dai Giudici del merito.

Il primo è l’assoluta inverosimiglianza della ipotesi alternativa che vorrebbe tratteggiare una sorta di colossale truffa ordita per anni ai danni di Berlusconi (proprio in quello che è il suo campo d’azione e nel contesto di un complesso meccanismo da lui stesso strutturato e consolidato) da parte dei personaggi da lui scelti e mantenuti, nel corso degli anni, in posizioni strategiche e nei cui confronti non risulta essere mai stata presentata denuncia alcuna.

Il secondo è il “cui prodest”. È argomento di chiusura che presenta un elevato tasso di utilità in termini di verifica della tenuta logica della decisione. Ebbene, il criterio dell’individuazione del destinatario principale dei benefici derivanti dall’illecito fornisce un risultato convergente con quello che s’è visto essere l’esito dell’apprezzamento delle prove compiuto dai due gradi di merito: esso indica, cioè, proprio in BERLUSCONI – ideatore del meccanismo del giro dei diritti, che a distanza di anni continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende a lui facenti capo in vario modo – il soggetto che in ultima analisi, anche dopo l’assunzione della veste di azionista di maggioranza, continuava a godere della ricaduta economica del sistema praticato.

Sono, quindi, infondati tutti i motivi (si veda, in particolare, i motivi n. 2, n. 39 e n. 43) che contestano il giudizio di responsabilità dell’imputato Berlusconi Silvio, affermato nel doppio grado del processo.

 

 

Nel paragrafo seguente si motivano le responsabilità di Frank Agrama

 

24.3. Lo spazio e l’attenzione che complessivamente i Giudici di merito, (quello di I grado alle pagg. 38-46 e 67-72, e quello di II grado alle pagg. 154 ¬157 e 180-181), hanno dedicato, con argomentazioni strettamente aderenti alle risultanze processuali e valutate in maniera logica e convincente, alla figura di Agrama Frank, sono di tale ampiezza ed approfondimento sì da consentire a questa Corte di legittimità di affermare che il complesso probatorio circa il suo concorso del reato a lui ascritto è di particolare consistenza.

La motivazione inquadra una figura indiscutibilmente complessa (al pari dei suoi intrecci finanziari), della quale il rapporto con le società facenti capo a Silvio BERLUSCONI (e, per quanto qui rileva, particolarmente con Mediaset), ed anche personalmente con lo stesso BERLUSCONI, costituisce un filo conduttore che è possibile seguire per l’intero percorso del ragionamento svolto in sentenza.

La Corte d’appello non manca di rimarcare come fosse lo stesso AGRAMA a menare vanto “per tutta l’attività svolta a favore del Gruppo e anche (e soprattutto) della famiglia proprietaria”. E, altresì, come quel rapporto diretto col dominus (BERLUSCONI) gli consentisse la cognizione complessiva del meccanismo fraudolento e, dunque, della sua finalità, evidentemente da lui condivisa negli anni.

Posto che riprendere gli spunti probatori a carico di AGRAMA comporterebbe veramente la riproposizione di gran parte dei contributi testimoniali, delle evidenze ottenute dalla c.t.: in sostanza, di gran parte della sentenza, ciò che conclusivamente rileva è la coerenza dell’accertata funzione di intermediario di comodo attribuita all’imputato: funzionale pur essa – in modo marcato – alla realizzazione del piano fraudolento che doveva culminare (come in effetti è culminato) nella falsa fatturazione, doppiamente simulata nell’intestatario e sul valore economico e, infine, nelle dichiarazioni fiscali che di tale fatturazione si avvalevano per lo scopo illecito che l’art. 2 del decreto legislativo del 2000 sanziona.

Nel rinviare a quanto ampiamente esposto allorquando è stata esaminata la posizione di Agrama e delle sue società, con particolare riguardo alla irrilevanza dell’attività di intermediazione professionale reale verso altri soggetti svolta da Agrama contemporaneamente a quella fittizia per Mediaset, e alla irrilevanza ai fini della configurabilità del reato in questione della retrocessione del denaro (v. paragr. 19.4.6.), è opportuno, comunque, svolgere le ulteriori conclusive considerazioni.

Le plurime prove orali e documentali esaminate e debitamente valutate dai Giudici di merito – alcune delle quali sono state anche testualmente richiamate da questa Corte di legittimità (lettera confessione di Agrama del 29/10/2003 diretta all’allora Presidente Fininvest, altra corrispondenza Agrama/Bonomo/Messina/Pace, dichiarazioni di Gordon, Marenzi, Cavanna, ecc.) – hanno incontestabilmente dimostrato che sia nel periodo ante 1995 che in quello successivo fino al 1998 che:

a)           Agrama era un mero agente Fininvest/Mediaset;

b)           la sua intermediazione non comportava alcun costo aggiuntivo per le entità di Berlusconi (costo zero);

 

(Mi inserisco. Difficile capire perché Agrama insista a chiedere lavoro a Mediaset: 1-senza guadagnarci un centesimo – costo zero – 2 – rischiando la sua professionalità in un’operazione illecita. Non è più verosimile che Agrama chiedesse lavoro a costo zero, perché – come lui stesso sostiene, e la cassazione riconosce al punto c) – avrebbe incassato le provvigioni direttamente dalla Paramount?)

 

c)           Agrama veniva pagato con provvigioni dagli Studios statunitensi;

d)           il prezzo per l’acquisto dei diritti con produttori americani non veniva trattato da Agrama, bensì direttamente dalle società di Berlusconi; nelle trattative era Daniele Lorenzano che concordava con Paramount i prezzi e le altre condizioni contrattuali, sotto la supervisione del braccio destro di Berlusconi, Carlo Bernasconi, cui spettava l’ultima parola;

e)           Agrama pagava le Majors solo quando riceveva i soldi da Fininvest/Mediaset;

f)             Agrama, nei rapporti Paramount/Fininvest-Mediaset, fungeva da mero mandatario di Berlusconi non assumendo egli stesso alcun rischio di impresa; tant’è che Paramount fa riferimento alle Berlusconi’s Companies quando si riferisce alla grave esposizione debitoria scaturita dall’attività di acquisto dei diritti apparentemente da parte di Agrama (e ciò è emerso anche dalle missive dello stesso che riconduce le obbligazioni al patrimonio del gestore);

g)           Agrama aveva stretti rapporti con Berlusconi ed era sostanzialmente ritenuto un intoccabile (come risulta dalle dichiarazioni di Pedde e Carlotti);

h)           risulta dalla relazione KPMG che “nel periodo dal 1994 al 1998, Mediaset ha acquistato, tramite l’intermediazione delle società riconducibili a Frank AGRAMA, diritti televisivi per un importo complessivo pari a circa USD 199,5 milioni; su tali acquisti è stata quantificata, con le modalità sopra descritte, una maggiorazione di costo complessiva, rispetto al prezzo praticato dal produttore e/o distributore originario, pari a circa USD 135,1 milioni”.

Aggiunge, in proposito, la Corte distrettuale che “si deve dare certamente atto (come sostiene la difesa AGRAMA) che i 135 milioni di dollari sono il ricarico complessivo del costo originario, del costo di acquisto dalla Major. Mentre in questo ambito il ricarico operato dalle società di AGRAMA era di “soli” dollari 54.957.590,77. Certo una percentuale minore ma comunque talmente significativa ed elevata da necessitare di una ragione imprescindibile per cui un operatore così accorto come Mediaset avrebbe dovuto sostanzialmente regalare ad AGRAMA una somma simile, posto che, come si è potuto accertare, era LORENZANO a presiedere agli acquisti, sotto la supervisione di BERNASCONI. E si deve poi notare come quel pur ingente ricarico non era ancora sufficiente alle strutture Mediaset che, prima di incamerare i diritti, ne avevano imposto altri passaggi in modo da far lievitare i costi di altri 80 milioni di dollari circa (la differenza fra 135 e quasi 55). E ciò ad ulteriore riprova che l’interesse era la lievitazione dei costi prima dell’arrivo del diritto in Mediaset e l’appoggio ed il pieno inserimento di AGRAMA in questo sistema” (pag. 154).

Devono, in definitiva, ritenersi assolutamente corrette e conformi alle risultanze processuali le conclusioni cui è pervenuta la Corte di merito: “Così che gli elementi ricavabili sia dalle fonti orali, sia dalle fonti documentali, sopra descritte, trovano una granitica conferma logica. Deve infatti considerarsi che pochissimi erano i soggetti che operavano nella catena dei diritti che transitava per le società di AGRAMA: sostanzialmente LORENZANO, AGRAMA stesso e BERNASCONI. Tutti i tre soggetti menzionati erano a conoscenza del reale costo di acquisto dei diritti dalle Majors. Tutti erano a conoscenza del ricarico operato da AGRAMA. Anche LORENZANO che frequentava sia BERNASCONI, sia AGRAMA, sia la struttura Fininvest di Lugano. E che aveva normale accesso anche a BERLUSCONI. Come lo avevano, del resto (e significativamente, vista l’importanza del settore di cui si occupavano) anche AGRAMA e BERNASCONI. Non vi è elemento di prova alcuno che consenta di affermare che i tre agissero, concordemente, per causare al gruppo Fininvest, ed a Mediaset, un ricarico di costi che fosse a tale ultimo destinatario dei diritti sconosciuto, che consumassero quindi, a suo danno, una truffa di dimensioni colossali. Perseguita per anni. Per decenni, anzi. Nonostante poi che i dati reali fossero perfettamente rinvenibili a chiunque, e quindi agli organi del gruppo, ma anche alla proprietà, negli uffici di Lugano. Una truffa che si scontrerebbe poi con l’evidente dato che AGRAMA stesso, anche in anni più recenti, menava vanto, e chiedeva adeguati compensi, per tutta l’attività svolta a favore del gruppo e anche (e soprattutto) della famiglia proprietaria. È pertanto del tutto evidente che AGRAMA ha agito da intermediario di comodo e seppure non vi sia sicura evidenza bancaria di retrocessioni al gruppo o alla sua proprietà non resta che ritenere del tutto logiche che il vantato “costo zero” ne presupponga la reale esistenza. Esistenza di cui non si era raggiunta prova documentale per l’estrema complessità e difficoltà nel seguire tutti i rivoli finanziari che si dipartivano dai conti di AGRAMA e delle sue società e della sostanziale impossibilità di identificarli tutti” (pag. 5).

Così come parimenti corrette sono state le ampie conclusioni del Giudice di I grado che esamina la posizione dell’Agrama in punto di responsabilità alle pagg. 67-72, alle quali si rinvia bastando qui solo rimarcare la seguente significativa considerazione del Giudice di merito: “Del resto, gli stessi anomali flussi di denaro che pervengono alle società di Agrama sono la migliore prova del sodalizio criminale inteso ad evadere le imposte, drenare liquidità e a creare ingenti fondi esteri… quelle maggiorazioni che, come si è detto, non sono in alcun modo giustificabili (dato il suo ruolo di mero agente) al di fuori del pactum sceleris di cui si è detto“.

Sono, quindi, infondati tutti i motivi che contestano il giudizio di responsabilità dell’imputato Agrama, affermato nel doppio grado del processo.

 

 

Si riportano anche questi paragrafi “minori”, per completezza

 

 

Pag. 202

 

26.1. I motivi n. 44 e n. 45 del ricorso Berlusconi – con i quali si deduce violazione di legge e vizio di motivazione con riguardo alla determinazione della pena base, all’aumento per la continuazione ed alla mancata concessione delle attenuanti generiche – sono infondati.

Il Giudice del merito, invero, ha fornito congrua, specifica ed adeguata motivazione sull’esercizio del proprio potere discrezionale in ordine alla determinazione della pena, ivi compreso il diniego delle attenuanti generiche, in considerazione della gravità materiale dell’addebito e della intensità del dolo dimostrato, trattandosi di una operazione illecita organizzata e portata a termine attraverso la costituzione di società e conti esteri a ciò destinati, con un sistema portato avanti per molti anni, sfruttando complicità interne ed esterne al gruppo ed in una posizione di assoluto vertice.

In particolare, per quanto concerne le attenuanti generiche, la Corte d’appello ha ritenuto irrilevanti gli elementi positivi messi in rilievo con l’atto di appello (incensuratezza, età anagrafica, il fatto che l’imputazione riguarda solo due annualità per le quali è stata contestata una evasione minimale) a fronte della già ritenuta oggettiva gravità del reato e della particolare intensità del dolo. La motivazione, pertanto, non appare mancante o manifestamente illogica e non può quindi essere sindacata in questa sede di legittimità.

 

Pag. 203

 

27.1. Fondato è, invece, il motivo n. 46 del ricorso Berlusconi con riferimento alla pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici.

Non ignora il Collegio l’orientamento espresso, in altre occasioni, da questa Corte, secondo il quale, nel caso di pena accessoria, non espressamente determinata dalla legge, quanto alla durata della stessa, tale statuizione, più che rimessa ad una valutazione discrezionale – come tale, in tesi, preclusa al giudice dell’esecuzione – “va parametrata dal giudice a quella della pena principale” (in termini, Sez. 3, n. 41874 del 9/10/2008, Azzani, Rv. 241410, relativa proprio alle pene accessorie previste per i reati tributari dal d. lgs. n. 74 del 2000, art. 12; Sez. 5, n. 29780 del 30/06/2010, Ramunno, Rv. 248258; Sez. 1, n. 22067 del 01/02/2011, Hu Zhiyu, Rv. 250227).

Tuttavia, nella più recente delle sentenze citate, si discuteva della possibilità per il giudice dell’esecuzione di applicare le pene accessorie, in un caso nel quale il giudice di cognizione, oltre ad aver previsto in parte motiva l’applicazione nei confronti del condannato delle tre pene accessorie oggetto della richiesta di correzione, obbligatoria ex lege, ne aveva anche determinato la durata.

Nella sentenza Azzani come pure nella sentenza Ramunno, il principio dell’operatività dell’art. 37 cod. pen. per la determinazione delle pene accessorie concernenti i reati tributari è stato affermato in relazione ad una pena principale determinata per tali illeciti in misura concretamente inferiore ai tre anni.

Ora, a tacer del fatto che, come si rileverà infra, ritiene il Collegio maggiormente persuasivo l’orientamento secondo il quale, agli effetti dell’art. 37 cod. pen., “pena accessoria di durata espressamente determinata dalla legge” è anche quella per la quale la legge contempli un minimo ed un massimo, spettando in tali casi al giudice, nell’ambito di tale intervallo temporale, stabilirne la concreta durata ricorrendo ai criteri di cui all’art.133 cod. pen. (Sez. 3, n. 25229 del 17/04/2008, Ravara, Rv. 240256; Sez. 3, n. 42889 del 15/10/2008, Di Vincenzo, Rv. 241538), l’analisi delle decisioni sopra ricordate dimostra che in tali pronunce non è stato affrontato il problema del rapporto tra l’art. 12 d. lgs. n. 74 del 2000 e l’art. 29 cod. pen.

Ciò posto, occorre muovere dal dato normativo.

L’art. 12, comma 2, d. lgs. n. 74 del 2000 dispone che la condanna per taluno dei delitti previsti dagli articoli 2, 3 e 8 importa altresì l’interdizione dai pubblici uffici per un periodo non inferiore ad un anno e non superiore a tre anni, salvo che ricorrano le circostanze previste dagli articoli 2, comma 3, e 8, comma 3.

L’art. 29 cod. pen., al comma primo, prevede, invece che la condanna alla r clusione per un tempo non inferiore a tre anni importa l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque.

Secondo l’interpretazione prospettata dalla sentenza impugnata quando la pena principale superi gli anni tre si deve applicare il disposto dell’art. 29 cod. pen., che individua la misura dell’interdizione in anni cinque, “non essendovi ragione alcuna per trattare più favorevolmente i reati fiscali rispetto a quelli comuni, posto che la loro stessa normativa li considera così gravi da imporre l’interdizione, seppure per un termine minore, come accessorio a qualsivoglia pena detentiva.

Tanto più se si considera che, nel citato art. 12, non si rinviene alcun appiglio letterale che imponga la deroga alla disciplina generale”.

In realtà, l’art. 12 d. lgs. appare il frutto di un organico disegno del legislatore delegato inteso a rimodulare in modo autonomo, secondo una disciplina speciale, la regolamentazione delle pene accessorie conseguenti alla condanna per i reati tributari.

Tale convincimento si desume sia dalla legge delega (art. 9, comma 2, lett. d, I. n. 205 del 1999, secondo cui al Governo era affidato il compito di “prevedere sanzioni accessorie adeguate e proporzionate alla gravità delle diverse fattispecie, desunta in particolare dalle caratteristiche della condotta e della sua offensività per gli interessi dell’erario”), sia dalla relazione governativa che, sul punto, testualmente prevede che: “… Limitati ritocchi sono stati apportati alla durata delle misure, in una logica di razionalizzazione complessiva dell’assetto sanzionatorio: in particolare, è stata aumentata la durata minima e massima … dell’interdizione dai pubblici uffici …

“… A differenza che per le altre pene accessorie, le quali trovano applicazione in caso di condanna per uno qualsiasi dei delitti contemplati dallo schema, si è previsto che l’interdizione dai pubblici uffici consegua esclusivamente alla condanna per i delitti più gravi (dichiarazione fraudolenta e emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti), e sempre che non ricorrano le circostanze attenuanti speciali …

“… È appena il caso di rilevare, al riguardo, come la conservazione della pena accessoria in parola â— peraltro in ambiti più ristretti rispetto alla normativa (pre)vigente â— risulti pienamente giustificata a fronte dell’incompatibilità degli atteggiamenti delinquenziali avuti di mira con i doveri di probità e fedeltà all’ordinamento di chi è chiamato ad un munus publicum”.

La conclusione del carattere speciale della normativa penai-tributaria è confortata dall’insegnamento delle Sezioni Unite, secondo le quali “il sistema sanzionatorio in materia fiscale ha una spiccata specialità che lo caratterizza come un sistema chiuso e autosufficiente, all’interno del quale si esauriscono tutti i profili degli interventi repressivi, dettando tutte le sanzioni penali necessarie a reprimere condotte lesive o potenzialmente lesive dell’interesse erariale alla corretta percezione delle entrate fiscali” (Sez. U, n. 1235 del 28/10/2010 – dep. 19/01/2011, Giordano, Rv. 248865).

In siffatto contesto normativo, l’obiettivo di complessiva razionalizzazione dell’assetto sanzionatorio è reso palese, sul piano testuale, dall’assenza di una clausola di salvezza di quanto disposto dall’art. 29 cod. pen.

In assenza di una disciplina di raccordo con la regolamentazione generale codicistica (sul modello di quanto previsto, ad es., dall’art. 216, ult. co. I. fall.), non è, pertanto, consentita un’interpolazione dei due modelli di determinazione delle pene accessorie, anche per le irrazionali ricadute applicative che ne scaturirebbero, in quanto, a seguire l’intepretazione disattesa, si dovrebbe giungere ad applicare la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per le pena non superiore ai tre anni, a fronte di una pena principale di pari durata (art. 12 cit.), mentre, per le pene non inferiori a tre anni, venendo meno la pretesa correlazione con la pena principale, si dovrebbe sempre applicare la pena accessoria nella misura fissa di cinque anni (art. 29 cod. pen). E ciò senza dire che tale coordinamento è tutt’altro che perfetto, in quanto, a fronte di una pena principale della durata di tre anni si realizzerebbe una sovrapposizione delle due previsioni (ciò che è il sintomo dell’assenza di una voluntas legis di operare un raccordo fra le due norme), da risolversi, a favore dell’operatività legge speciale, in applicazione dell’art. 16 cod. pen.

In realtà, proprio l’art. 16 appena menzionato, a mente del quale le disposizioni del codice si applicano alle materie regolate dalle leggi speciali, in quanto non sia da queste stabilito altrimenti, conferma che l’unica norma applicabile in subiecta materia è l’art. 12 d. lgs. n. 74 del 2000.

Né siffatta interpretazione rivela una manifesta irrazionalità, censurabile sul piano della legittimità costituzionale e idonea a prospettare letture maggiormente adeguate al principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Carta fondamentale, in quanto l’art. 12 cit. impone, nello speciale disegno sanzionatorio sopra evidenziato, anche l’indefettibile applicazione, per tutti i delitti previsti dal d.lgs. n. 74 del 2000 (e, dunque, anche per quelli di cui agli artt. 2, 3, 8), delle pene accessorie ivi previste.

Per effetto della conclusione raggiunta, occorre porsi il problema delle conseguenze da trarre sul piano processuale.

Ritiene questa Corte, per quanto si accennava in principio, che la tesi maggiormente persuasiva sia quella secondo la quale l’art. 37, nell’indicare come presupposto della sua operatività, la mancata espressa determinazione della d rata della pena accessoria non si riferisca al caso in cui il legislatore abbia sp cificato una durata minima e una durata massima.

Pur nella consapevolezza del contrario orientamento espresso dalle decisioni sopra ricordate, si ritiene, infatti, che, in presenza di uno spettro applicativo fissato dal legislatore attraverso la previsione di un limite minimo e di uno massimo, la norma debba essere intesa nel senso che la determinazione delle pene accessorie deve essere avvenire, in ossequio ai principi costituzionali della individualizzazione e della funzione rieducativa della sanzione (art. 27, comma terzo, Cost.), attraverso una valutazione discrezionale, fondata sui criteri di cui all’art. 133 cod. pen. e rimessa alle valutazioni del giudice di merito (Sez. 3 n. 17702 del 05/12/2012 – dep. 18/04/2013, Pagliaroni, non massimata, oltre le già citate Sez. 3, n. 25229 del 17/04/2008, Ravara, Rv. 240256; Sez. 3, n. 42889 del 15/10/2008, Di Vincenzo, Rv. 241538).

 

 

27.2. Il motivo n. 46 di Berlusconi è, invece, infondato nella parte in cui censura l’omessa motivazione sui motivi di appello con i quali era stata contestata la quantificazione, effettuata dal giudice di primo grado, della pena accessoria dell’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per un periodo di anni tre, di quella dell’incapacità di contrattare con la P.A. per un periodo di anni tre e di quella dell’interdizione dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria per un periodo di anni quattro.

In realtà, con I’ appello, in relazione a queste specifiche pene accessorie ci si limitava a richiamare genericamente le considerazioni svolte in ordine alla quantificazione della pena principale (pag. 463 atto di appello). Stante la genericità del motivo, la corte d’appello non era tenuta a motivare specificamente sul suo rigetto. In ogni modo è evidente che, così come aveva fatto l’appellante, la Corte d’appello ha fondato la sua decisione di confermare la durata delle suddette pene accessorie sulle medesime considerazioni ed i medesimi elementi valutati per quantificare la pena principale, e cioè l’oggettiva gravità del reato e l’intensità del dolo.

 

 

28. Il motivo n. 47 di Berlusconi – con il quale si denunzia vizio di motivazione con riguardo al riconoscimento del danno non patrimoniale in favore dell’agenzia delle entrate ed alla quantificazione della provvisionale – è anch’esso infondato.

E’ difatti congrua ed adeguata la motivazione con la quale la Corte d’appello ha confermato la condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile Agenzia delle Entrate, osservando che il danno patito non coincide con la mera misura della imposta evasa ma anche con il danno funzionale rappresentato dallo sviamento e turbamento dell’attività di accertamento tributario. I giudici, in particolare, hanno tenuto conto della particolare complessità dell’operazione di occultamento, attuato con la costituzione di un meccanismo di notevole accuratezza ed insidiosità, facendo larga profusione di società e conti esteri; e così grandemente difficultando indagini ed accertamenti e costringendo pertanto l’organo accertatore ad un difficilissimo, e dispendiosissimo, compito.

La Corte d’appello ha poi confermato la liquidazione del danno non patrimoniale, considerando che una operazione illecita protratta per anni, per somme ingenti, e solo disvelata con grande difficoltà non può che recare un rilevante pregiudizio all’organo accertatore nell’opinione dei consociati, anche in relazione alla notorietà della società e dei suoi vertici.

Il ricorrente ora contesta specificamente la risarcibilità del danno all’immagine asseritamente subìto da enti preposti al controllo del corretto esercizio di attività (economiche e non) a seguito della commissione di reati connessi all’espletamento di tale attività, ed in particolare invoca l’art. 17, comma 30 ter del d.l. 1 luglio 2009 n. 78, convertito, con modificazioni, nella legge 3 agosto 2009 n. 102, il quale prevede che «Le procure della Corte dei Conti esercitano l’azione per il risarcimento del danno all’immagine nei soli casi e nei modi previsti dall’art. 7 della legge 27 marzo 2001 n. 97 », disposizione quest’ultima che fa espresso riferimento unicamente ai «delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione previsti nel capo I del titolo II del libro secondo del codice penale ».

Ritiene il Collegio che anche questo assunto non possa essere condiviso. I Giudici del merito, ed in particolare il Giudice di primo grado, hanno infatti richiamato il principio generale della risarcibilità del danno non patrimoniale ai sensi dell’art. 2059 cod. civ. ed il principio della risarcibilità del danno all’immagine subito da enti preposti al controllo del corretto esercizio di attività (economiche e non) a seguito della commissione di connessi all’espletamento di tali attività (cfr. Sez. 3, n. 35868 del 01/10/2002, Falconi, Rv. 222512). Questo principio generale non può ritenersi derogato, in mancanza di qualsiasi specifica indicazione normativa, dal citato art. 17, comma 30 ter del d.l. n. 78/2009, che pone una norma speciale che si riferisce esclusivamente all’azione per il risarcimento del danno all’immagine esercitata dalle procure della Corte dei Conti recato da pubblici dipendenti all’ente pubblico di appartenenza e non si estende in via generale al risarcimento del danno non patrimoniale liquidabile dal giudice penale a seguito di una condanna per un illecito penale.

La quantificazione della provvisionale è stata poi, con congrua motivazione, determinata tenendo conto che la mera evasione ammontava a oltre 7 milioni di euro. E ciò fermo restando il principio per cui non è deducibile con il ricorso per cassazione la questione relativa alla pretesa eccessività della somma di denaro liquidata a titolo di provvisionale (Sez. 4, n. 34791 del 23/06/2010, Mazzamurro, Rv. 248348).

 

 

Conclusione

 

Pag. 208

 

P. Q. M.

Rigetta i ricorsi di Agrama Frank, Galetto Gabriella, Lorenzano Daniele, che condanna al pagamento delle spese processuali.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Berlusconi Silvio limitatamente alla statuizione relativa alla condanna alla pena accessoria dell’interdizione temporanea per anni cinque dai pubblici uffici, per violazione dell’art 12, comma 2, d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 e dispone trasmettersi gli atti ad altra sezione della Corte di appello di Milano perché ridetermini la pena accessoria nei limiti temporali fissati dal citato art. 12,ai sensi dell’art. 133 cod. pen., valutazione non consentita alla corte di legittimità; rigetta nel resto il ricorso del Berlusconi nei cui confronti dichiara, ai sensi dell’art. 624, comma 2, cod. proc. pen., irrevocabili tutte le altre parti della sentenza impugnata.

Condanna tutti gli imputati in solido al pagamento in favore della parte civile, Agenzia delle Entrate, delle spese dalla stessa sostenute in questo grado di giudizio, liquidate in complessivi 5.000,00 euro, oltre accessori come per legge. Così deciso in Roma, l’1 agosto 2013.


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Bart