di Geno Pampaloni
[dal “Corriere della Sera”, domenica 7 giugno 1970]
Non è in un articolo d’occasione che si può ricercare la misura della novità che Giuseppe Ungaretti ha portato nella poesia italiana. E tuttavia si può affermare con qualche certezza che la sua opera, che noi oggi ve diamo nella suggestione do lente della definizione datale dall’autore, come Vita di un uomo, è destinata a interes sare lo storico almeno quan to il critico di poesia. Già dopo i pochissimi giorni tra scorsi dalla sua morte, noi avvertiamo che la sua opera esce dall’arco esistenziale di una pur leggendaria autobiografia per farsi paradigma e cimento di un confronto tra la poesia e il destino dell’uomo del nostro secolo. In Ungaretti, in altre parole, non c’e mai « occasione », nono stante la matrice autobiografica dei versi di un uomo tempestosamente coinvolto nella « vitalità » della vita; è sem pre, invece, un discorso alto, teso alle immagini ultime dell’uomo, alla festa di simboli che colorano la condizione umana. Per questo egli è uno dei pochissimi poeti contem poranei italiani che « scarta » la linea Pascoli e inventa una linea Petrarca-Leopardi- Mallarmé.
Nella storia della poesia ita liana del Novecento, Ungaret ti è il poeta delle origini. Quando esce, nel ’16, Porto sepolto, la poesia italiana vol ta pagina. Non soltanto perché egli rompe in via defi nitiva con D’Annunzio e i crepuscolari; non era questa la novità, giacché i futuristi, Palazzeschi, Campana si pon gono, in teoria o di fatto, su quella linea; e del resto l’e ducazione parigina che Unga retti aveva compiuto prima della guerra, la collaborazio ne a Lacerba e in genere ciò che lo univa alla generazione dell’avanguardia nella sua tensione svecchiatrice, indica una trafila comune. Ma nessuno come lui intuì il valore ultimativo, religioso, e di de stino, che stava dietro quella svolta di verginità culturale. Non era soltanto una lette ratura che si dimostrava esau rita, era un’idea della vita: ed egli vi sostituiva un’idea della vita che trovava il suo centro in un sentimento nudo ed elementare, in una dispe rata, solitaria, e quasi mistica fedeltà alla vita (« La morte â— si sconta â— vivendo »).
La novità vera di Ungaret ti non era dunque, come ab biamo creduto per tanto tem po, quella di aver detto la parola giusta per una nuova dignità dell’« uomo di pena », ma nella parola solitaria e sil labata di speranza che sca turisce da quella pena: « cer co un paese innocente ». Si pone qui il grande tema del l’uomo alienato dalla storia, che non può opporre alla sto ria se non il balenante asso luto della propria anima, del la memoria, degli affetti, della fede, della « vita di uomo »; ed in questo ineguale confron to, ove si alternano i timbri titanici con quelli dell’umiltà, risale sin che può verso la sorgente, verso il punto mi sterioso e forse magico ove storia e assoluto dell’anima s’incontrano nella « parola ». Ecco quindi il poeta della « parola » farsi appassionato e metafisico, inebriato della musica vitale del creato e chino sul silenzio del mondo, prodigo di affetti sino al de lirio e attento alle arcane, favolose significazioni dei sim boli.
Tutto l’Ungaretti che è se guito, anche quello che si è svolto in forme più com plesse e ambiziose, si trova in nuce nel primo Ungaretti: con una intensità, un fervore di grazia che probabilmente non toccò più. Forse è trop po tranchant il giudizio di coloro (e non sono pochi, dal Cecchi al Sanguineti) che distinguono nettamente il li bro delle prime poesie, L’al legria che comprende il ri cordato Porto sepolto, stam pato nella prima edizione in pochi esemplari, da quelli suc cessivi. Ma anche a me sem bra indubitabile che, dopo, non si è avuta più, in una misura miracolosamente cosi precisa, l’identità tra poetica e poesia, il raggiungimento di una musicalità così intima mente sprofondata nel tema poetico dell’innocenza ». E comunque, è quel momento iniziale che fa di Giuseppe Ungaretti un poeta europeo, punto di riferimento (e sotto qualche aspetto punto di ar rivo) di quel processo labo rioso ma essenziale che gui dò le avanguardie del primo quarto del secolo dall’eversio ne all’affermazione, dal rifiuto della realtà in nome della fan tasia alla fede nella realtà in nome di una più sofferta fantasia. E non a caso il suo «risillabare le parole ingenue » è un tema che corre per molta parte della nuova letteratura, quella ideologicamente più tormentata e nobile: esempio fra tanti Elio Vittorini.
Dopo, sono almeno tre le stagioni che scandiscono l’o pera ungarettiana. Quella di Sentimento del tempo (1933) ove è già maturata la rico struzione di una sintassi poetica fondata sull’endecasilla bo, ed elementi del novecen tismo letterario (la favola, lo stupore) s’intrecciano non sempre felicemente con l’im pegno religioso ora più scoperto e gridato. Quella de Il dolore (1947), che è il libro della guerra, della morte del figlio; il momento più deso lato del poeta, che si avvolge nel suo sentimento come in un sontuoso drappeggio di ombre controriformiste.
E infine quella dell’ultimo ventennio, che solo ora sta trovando una sistemazione critica (per merito soprattut to di Leone Piccioni); nella quale a una più orchestrata e polifonica musicalità cor risponde, in un mobilissimo contrappunto, un ritorno al frammento, al balenare di immagini di prodigio e verti gine. Il traduttore di Mallar mé, di Blake e di Gòngora cerca qui una sintesi ardua di così diverse esperienze. Vo glioso di conciliare il demoniaco e il barocco, il poeta torna e ritorna ad addentrarsi nel fuoco dei sentimenti per lambire ancora una volta la voluttà originaria, la luce degli assoluti. La sua poesia tende ancora una volta a tra scinare la storia, l’ormai irri mediabilmente confusa folla dei fatti, privi o troppo ric chi di significati, a una in candescente catarsi: a farsi metafisica attraverso una mi stica delle passioni originarie. La « parola » cerca ancora una volta la sua funzione di provocatrice di vita. Quale che sarà il giudizio del cri tico di poesia, lo storico non potrà non segnare la dolo rosa attualità di un simile grandioso confronto, di un si mile atto di fede, quasi mes sianico, nella capacità rivoluzionaria della parola, por tata sino al limite del silen zio.
« C’è oggi una violenza nel le cose che diventa la violen za propria dell’uomo e gli impedisce di parlare. Le cose mutano e ci impediscono di nominarle. Bisognerebbe risalire con la memoria fino al punto della prima inno cenza », disse qualche anno fa il poeta in un’intervista e oggi noi rileggiamo quelle parole come il suo testa mento.