Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Il rispetto delle regole

17 Settembre 2013

di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 17 settembre 2013)

Noi italiani scambiamo le regole per tegole. Sicché, quando ci cascano addosso, le schiviamo. E un minuto dopo corriamo a fabbricare un’altra tegola (pardon, regola), cercandovi riparo. È già successo mille volte, sta forse per succedere di nuovo. Oggi il Movimento 5 Stelle proporrà una modifica al regolamento del Senato, allo scopo d’ottenere un voto palese sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Consensi dalla Lega, applausi da Sel, aperture dall’Udc e da Scelta civica, benedizioni da autorevoli esponenti del Pd. E ovviamente un altolà dal Pdl, che difende la regola vigente, ossia lo scrutinio segreto.

C’è una nobile ragione di principio sotto quest’ennesima baruffa sulle regole? Macché, c’è un calcolo politico. Il Pdl spera che il segreto dell’urna favorisca smottamenti nel fronte avverso, sulla carta largamente superiore. Perché la decadenza di Berlusconi rischia di trascinarsi dietro la decadenza della legislatura, con una crisi di governo e poi con lo scioglimento anticipato delle Camere. E perché, si sa, nessuno degli eletti ha voglia di fare le valigie. Dal canto suo il Pd teme giochetti da parte dei grillini: potrebbero salvare in massa l’illustre condannato, per poi addossarne la colpa alla sinistra. Ma soprattutto teme imboscate al proprio interno, giacché i 101 franchi tiratori che affondarono la candidatura di Prodi al Quirinale sono ancora lì, e tramano nell’ombra. Dunque la nuova parola d’ordine è la stessa che Gorbaciov coniò negli anni Ottanta: glasnost , trasparenza. D’altronde come si fa a non essere d’accordo?

Si fa, si fa. Intanto per una ragione di merito, perché non è affatto vero che la segretezza convenga solo ai ladri. Non a caso la Costituzione proclama il nostro voto d’elettori «libero e segreto ». Questi due attributi si tengono a vicenda: il voto è libero unicamente se resta segreto. Altrimenti potremmo subire ritorsioni dal datore di lavoro, minacce dai politici, o più semplicemente potremmo farne mercatino, vendendolo al miglior offerente. E il voto degli eletti? Qui la libertà deve coniugarsi con la loro responsabilità verso gli elettori. Dopotutto se ti ho dato fiducia devo pur sapere se la meriti, se stai mantenendo le promesse. Però siccome ogni democrazia parlamentare accoglie il divieto di mandato imperativo, siccome ormai l’imperatore non è tanto il cittadino bensì il capopartito, allora la segretezza dei voti espressi nelle assemblee legislative suona come il riscatto dei peones, l’ultimo presidio della loro dignità.

Queste due opposte esigenze possono combinarsi in varia guisa. Fino al 1988 era regola il voto segreto, mentre quello palese veniva usato in casi eccezionali. Dopo la riforma dei regolamenti parlamentari s’applica la regola contraria; tuttavia l’eccezione – e cioè il voto segreto – continua a governare le votazioni sui diritti di libertà, sui casi di coscienza o infine sulle singole persone. Il caso Berlusconi, per l’appunto; quantomeno al Senato, giacché alla Camera funziona anche qui il voto palese. Merito di Craxi, salvato nel 1993 dai franchi tiratori, sicché Montecitorio s’affrettò a riformare la riforma. Alla fine della giostra la questione sta allora nel metodo, prima ancora che nel merito. Possiamo calibrare come più ci aggrada il rapporto fra scrutini segreti e palesi. Possiamo anche sbarazzarci della prerogativa che rende i parlamentari giudici di se medesimi, trasferendola per esempio alla Consulta. Ciò che invece non possiamo fare è di scrivere un’altra regola ad personam o meglio contra personam . Per rispetto delle regole, se non della persona.


Qui, la replica sulla decadenza di Berlusconi del relatore Augello (si leggano le pagg. 5-6 in particolare).


Gli spacconi democratici che si attirano la sconfitta
di Fabrizio Rondolino
(da “il Giornale”, 17 settembre 2013)

«Se andiamo alle elezioni adesso li asfaltiamo », ha annunciato Matteo Renzi dal palco della Festa democratica di Milano fra gli applausi scroscianti di una folla che, in gran parte, alle primarie dell’anno scorso aveva convintamente votato per Bersani.
E certo in questa sfrontata esibizione di ottimismo pesa la volontà del sindaco di Firenze di accreditarsi presso quel «popolo della sinistra » che fino a ieri lo considerava un incrocio malefico fra Craxi e Berlusconi. Ma Matteo – come ormai tutti lo chiamano con orgoglio e tenerezza – dovrebbe guardarsi dalla troppa sicumera, dall’arroganza preventiva del vincitore annunciato, dalla propaganda spaccona. Quantomeno perché porta male, visto che arriva nel giorno in cui l’ex governatrice dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti è ai domiciliari con accuse pesantissime di corruzione. Un colpo durissimo alla presunta superiorità morale della sinistra, altro che proclami di vittoria annunciata. La cui serie storica si apre idealmente a piazza San Giovanni, a Roma, alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948. Togliatti, nel comizio conclusivo, annuncia di fronte a una folla immensa l’intenzione di acquistare «un paio di scarponi chiodati per dare un calcio nel sedere a De Gasperi ». Le cronache riferiscono di un applauso lungo dieci minuti. Ma tre giorni dopo la Dc sfiorò la maggioranza assoluta e raggiunse il suo massimo storico (va detto a onore di Togliatti che il suo Fronte popolare fece comunque meglio, con il 31% dei voti, della sgangherata macchina da guerra bersaniana, che a febbraio s’è fermata al 29%).

La certezza della vittoria, al netto del pur necessario ottimismo che ogni generale deve ostentare per invogliare le truppe alla battaglia, è frutto, a sinistra, del suo vizio capitale: cioè della convinzione di essere migliori, culturalmente e antropologicamente, e dunque di meritare, o addirittura di esigere come un riconoscimento dovuto, la sconfitta dell’avversario. E se i «migliori » non vincono, allora la colpa è del popolo, che si è fatto di volta in volta corrompere, infinocchiare o illudere dal primo venuto.
La storia delle sconfitte della sinistra è anche la storia delle sue vittorie annunciate. Il caso certamente più clamoroso riguarda Bersani, lo smacchiatore, che pochi mesi fa è riuscito a perdere – a «non vincere », come disse pudicamente dopo quarantott’ore di imbarazzato silenzio – una tornata elettorale il cui esito appariva a tutti scontato. Renzi, che non è uno sciocco, dopo essersi autoproclamato asfaltatore proprio a Milano ha preferito rifiutare un giaguaro di pezza che i giovani democratici gli volevano a tutti i costi regalare. Il giaguaro da smacchiare, già protagonista di un indimenticabile videoclip girato sul tetto della sede del Pd, è infatti diventato il simbolo della sconfitta, la metafora del naufragio, l’immagine di un’impotenza che sfiora il ridicolo.

Soltanto la «gioiosa macchina da guerra » di Occhetto è in grado di gareggiare con il giaguaro di Bersani in forza evocativa. L’allora segretario del Pds e leader del Progressisti si trovò ad affrontare per primo Berlusconi – e questo, in effetti, deve valergli come attenuante generica – e ne uscì letteralmente a pezzi. Occhetto commise nel lontano 1994 l’errore che tutti i leader di centrosinistra dopo di lui (con l’eccezione di Veltroni) hanno continuato testardamente a commettere: sottovalutare l’avversario. E, nel caso specifico, considerare il Cavaliere per metà un bandito e per metà un dilettante, dunque inesorabilmente destinato alla sconfitta nello scontro diretto con i professionisti della politica e della morale.
Anche D’Alema, che pure del berlusconismo sembrava aver capito molto, commise da palazzo Chigi l’errore fatale di prevedere una netta vittoria dell’Ulivo alle elezioni regionali del 2000. Fu invece una disfatta: il centrodestra conquistò la Liguria, il Lazio, l’Abruzzo e la Calabria, e D’Alema scelse la strada delle dimissioni per lasciar posto a Giuliano Amato. L’anno dopo Berlusconi vinse le elezioni alla grande.
Se questi sono i precedenti, la cautela non dovrebbe mai mancare quando ci si propone di «asfaltare » il centrodestra. È dall’autunno del ’94, quando Bossi lo disarcionò dal governo, che si parla della «fine di Berlusconi »: le virgolette sono d’obbligo, perché si tratta ormai di un vero e proprio genere letterario, periodicamente riproposto con leggere varianti e sistematicamente smentito dai fatti. Che il Cavaliere non sia nel momento più brillante della sua lunga carriera è chiaro a tutti, e a lui per primo. Ma un po’ di prudenza è d’obbligo. Insomma, caro Matteo: non dire gatto se non l’hai nel sacco.


Fotografarsi i diti
di Marianna Rizzini
(da “Il Foglio”, 17 settembre 2013)

Fotografarsi in tanti, fotografarsi tutti, dice il Pd bersaniano (nella persona del senatore Miguel Gotor, su Repubblica) ai compagni che sperino di sfuggire alla maledizione della cosiddetta “base”, l’entità spaventosa che, pensano nel partito, farà pagare sempre più cari i “centouno traditori anti Prodi” e le larghe intese, non rinnovando le già poco rinnovate tessere. Fotografarsi tutti, fotografarsi on line, come antidoto e prova di purezza ideologica (“non siamo stati noi” a salvare il Cav., è il messaggio); fotografarsi e darsi in pasto a un social network per una volta (si spera) salvifico – ma le tricoteuse della rete, fameliche, il giorno dopo vorranno vedere l’arma del delitto, e la corda dell’impiccato. Fotografarsi come ultima spiaggia, dallo smartphone, e addirittura farsi fotografare in massa da fotografi compiacenti (“ci mettiamo d’accordo”, dicono dal Pd) e da “guardoni” improvvisamente benedetti che immortalino l’attimo assolutorio a uso dell’Anonima anticasta del web: “L’indice della mano sinistra” che entra “nella buca dello scranno” durante il voto in Aula sulla decadenza di Silvio B., ecco la foto perfetta – ma che sia il dito sinistro e solo il sinistro, in modo da rendere “fisicamente impossibile” esprimere un voto diverso dal “sì”. Speranza sottesa: evitare, con un metodo già usato ai tempi dell’arresto di Alfonso Papa, la cosiddetta temuta “imboscata” di Beppe Grillo (Grillo che fa votare contro la decadenza una ventina dei suoi, in barba alla trasparenza dell’urna, per poi dare la colpa al Pd moribondo). Fotografarsi le dita, allora, in un tripudio di Instagram parlamentare (abbellire il voto con il filtro-colore?), e fotografarsi in catena di montaggio: puro sprazzo di Charlie Chaplin, sarà, vedere quei senatori in fila, ritratti (e autoritratti) nello sforzo supremo di non sbagliare indice, buco e scranno. “Non vorremmo sembrare pianisti se non traditori”, dicono preventivamente quelle foto, ma lo scatto evocato un secondo autoscatto chiama: autofotografarsi in massa, chiedono a se stessi anche i Cinque stelle (nella persona di Claudio Messora, comunicatore al Senato), e postarsi ovunque “contro ogni possibile insinuazione” sui franchi tiratori (“filmiamoci le mani”, dice Messora, ed è un’altra catena di montaggio del sé politico che si specchia e s’addensa ai margini del web).

Foto rubata, si diceva, ma ora la foto è (per disperazione) esternata, e l’occhio indiscreto riabilitato dopo anni di oscurantismo in cui, regnante alla Camera Gianfranco Fini, si cercò di costringere i “professionisti dell’obiettivo”, così li si chiamava, a dotarsi di un “codice di autoregolamentazione” per non fotografare l’infotografabile: il deputato o senatore che dormiva in Aula, il deputato o senatore con le dita nel naso, il deputato o senatore che giocava a videopoker con l’iPad, il deputato o senatore che scriveva “pizzini”. (Nemesi vuole che fosse proprio la foto di un “pizzino” di Enrico Letta al Mario Monti appena insediato a dare il via alla stretta contro le immagini violatrici della privacy politica, ora rigettata in nome della resa agli urlatori di una base che si dice tale per lo spazio di un tweet).


La leadership non il seggio
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 17 settembre 2013)

Lo scontro sul voto segreto nell’aula del Senato sulla decadenza di Silvio Berlusconi disinnesca la mina che sarebbe dovuta scoppiare mercoledì nel corso della riunione della Giunta per le elezioni di Palazzo Madama. Il Pdl, ovviamente, reagirà duramente alla ufficializzazione dell’alleanza tra Pd e grillini cementata dall’antiberlusconismo più intransigente. Ma ormai è fin troppo evidente che il momento della resa dei conti è rinviato a quando l’assemblea del Senato sarà chiamata a decidere a scrutinio segreto della sorte da riservare al leader del centro destra. Lo slittamento ad una data di ottobre ancora tutta da definire della partita sulla stabilità del governo di Enrico Letta chiude di fatto la cosiddetta “finestra elettorale di novembre” e produce conseguenze fin troppo evidenti.

In primo luogo rinvia automaticamente alla prossima primavera il momento di eventuali elezioni anticipate. Inoltre sposta sulle convulsioni della fase congressuale del Pd le principali responsabilità di una eventuale crisi. Ed infine offre a Silvio Berlusconi la possibilità di predisporre con maggiore tranquillità la strategia da attuare per non perdere quel ruolo di leader incontrastato dell’area moderata che rimane, anche in caso di decadenza e non candidabilità, il principale scudo protettivo non solo per se stesso e per le proprie aziende ma anche per l’intero fronte del centro destra. Il vero obbiettivo del Cavaliere, infatti, non è di conservare il seggio senatoriale per meglio tutelarsi da qualche ulteriore accelerazione della persecuzione giudiziaria ai suoi danni da parte delle solite Procure.

I fatti seguiti alla sentenza della Cassazione dimostrano che lo scudo parlamentare è del tutto inefficace. L’obbiettivo, al contrario, è di mantenere, anche pagando le conseguenze della persecuzione giudiziaria, quella leadership dell’area alternativa alla sinistra che, oltre ad essere l’unico scudo personale possibile, tiene insieme lo schieramento moderato e garantisce il sistema bipolare e la democrazia dell’alternanza. E’ conciliabile la conservazione della leadership con gli arresti domiciliari o con l’affidamento ai servizi sociali? Sicuramente si. Anzi, la condizione afflittiva potrebbe addirittura potenziare il ruolo di punto di riferimento dei moderati italiani. Ma solo a condizione di sfruttare ogni occasione per ribadire che l’afflizione giudiziaria del Cavaliere costituisce il punto di arrivo di una persecuzione giudiziaria, politica e mediatica che non riguarda solo una persona ma l’intera comunità da lui rappresentata.

E di passare dalle parole ai fatti facendo partire il progetto della nuova Forza Italia, caratterizzata come forza tesa alla difesa delle libertà, delle garanzie e dei diritti individuali del cittadini lanciando la proposta di una nuova aggregazione federale di un centro destra allargato dove siano presenti le componenti liberali, popolari, riformatrici e federaliste che si battono per l’innovazione e la modernizzazione di un paese da troppo tempo paralizzato dalla sinistra conservatrice e paralizzatrice. Se si vota in primavera Berlusconi ha tutto il tempo di giocare la nuova partita. Senza rotture intempestive ma con la consapevolezza che la resa dei conti è comunque inevitabile!


Casson su Amato, qui.


Lettera di Amato a “la Repubblica”
(da “Dagospia”, 17 settembre 2013)

In relazione alla mia telefonata del 1990, con la quale invitavo la vedova di Paolo Barsacchi “a non fare nomi” (ne scrive “la Repubblica” di ieri), mi permetto di precisare, in primo luogo, che non si tratta di una scoperta di questi giorni. Su quella telefonata deposi infatti in qualità di testimone davanti al tribunale di Pisa nel novembre dello stesso anno e della mia deposizione “Repubblica” dette allora ampia notizia.

Precisai in tale occasione quanto era del resto già chiaro nelle parole della telefonata e cioè che non avevo affatto invitato la Signora a non fare i nomi di coloro che le risultavano colpevoli. L’avevo invitata a non fare nomi di persone su cui non aveva alcun indizio di colpevolezza, pur di salvaguardare la memoria di suo marito. In questo senso le dissi di difendere lui, senza fare polveroni su altri. Il tribunale ne prese atto e lì finì, mentre lì non sarebbe finita se si fosse ritenuto che avessi fatto o spinto a fare qualcosa di illecito.


Lodo Mondadori, la Cassazione respinge il ricorso di Fininvest
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 17 settembre 2013)

Dopo l’assalto alla libertà personale, il durissimo colpo alle aziende. Nel giro di un paio di mesi la Cassazione sferra due sentenze violentissime per far fuori Silvio Berlusconi, politicamente ed economicamente.

Dopo aver confermato la condanna a quattro anni di reclusione al processo Mediaset, la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Fininvest contro la Cir per il risarcimento del Lodo Mondadori. Risarcimento che, dopo il ritocco al ribasso di circa 23 milioni di euro sulla cifra liquidata dai giudici, farà arrivare nelle casse del gruppo di Carlo De Benedetti oltre 541 milioni di euro.

Un colpo dietro l’altro, sferrati a distanza tanto ravvicinata da dare un’idea dello scopo ultimo. Mentre la Giunta per le elezioni briga e cavilla per far decadere il Cavaliere da senatore e cacciarlo dal parlamento, va in scena la più grande rapina del secolo: il saccheggio delle sue finanze a vantaggio della tessera numero uno del Partito democratico, nonché editore di riferimento delle procure. Gli ermellini mettono la parola fine alla “guerra di Segrate” dando ragione a De Benedetti e confermando la condanna inflitta alla Fininvest dai giudici milanesi a versare un maxi risarcimento alla Cir. Come si legge nella sentenza sul Lodo, La valutazione complessiva riconduce alla Fininvest la responsabilità del corruzione di cui è “imputabile anche Berlusconi”, anche se soltanto dal punto di vista civilistico dal momento che era stato prosciolto per prescrizione dalla vicenda penale. Condividendo quasi totalmente le conclusioni dei giudici del merito, la Suprema Corte ha infatti accolto solo uno dei motivi di ricorso presentati dalla Fininvest. Da qui la lieve, irrisoria riduzione di 46,5 miliardi delle vecchie lire, ossia 23 milioni (euro più, euro meno) che saranno detratti dal risarcimento stabilito dalla Corte d’Appello di Milano. Sebbene sia ben lontano dai 749,9 milioni di euro decisi in primo grado dal giudice Raimondo Mesiano, il bottino che De Benedetti si porta a casa è davvero senza precedenti.

“Dopo più di vent’anni viene definitivamente acclarata la gravità dello scippo che la Cir subì dalla corruzione di un giudice”, ha commentato l’Ingegnere sapendo bene di aver fatto un affare migliore di quello che avrebbe messo a segno se nel 1991 gli fosse stato assegnato il controllo della Mondadori. In realtà i “giochi” erano già stati chiusi lo scorso 28 giugno quando, al quarto piano del Palazzaccio di piazza Cavour, il collegio chiudeva il dispositivo della sentenza in un cassetto per tirarlo fuori al momento più opportuno. “Sarà resa nota con la sua motivazione tra un mese, giorno più giorno meno”, spiegava Liana Milella su Repubblica facendo sapere che la busta sigillata era stata subito consegnata ai massimi vertici della Cassazione, il presidente Giorgio Santacroce e il procuratore generale Gianfranco Ciani. Dalle schermaglie giudiziarie di fine giugno, però, sono passati più di due mesi e mezzo. Tanto da far sorgere il dubbio sulla coincidenza temporale. È forse un caso che l’ultima puntata dello scontro epocale tra Berlusconi e De Benedetti sia arrivata nelle ore in cui il Cavaliere sta mettendo a punto il videomessaggio da cui dipendono le sorti del governo Letta? Forse il partito delle toghe fa il tifo per una nuova maggioranza, che non contepli il Pdl, o per le elezioni anticipate?


Quando De Benedetti esultava per l’accordo con Mondadori. Video qui.

Il commento di Alessandro Sallusti alla sentenza di oggi. Video, qui.

LA SENTENZA qui.


Lodo Mondadori, la reazione del Pdl
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 17 settembre 2013)

“Questa sentenza non è giustizia, è un altro schiaffo alla giustizia. Rappresenta la conferma di un accanimento sempre più evidente. E la sua gravità lascia sgomenti”. Così  Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, ha commentato la sentenza della Cassazione sul Lodo Mondadori.

“Da vent’anni certa magistratura assieme al gruppo editoriale di Carlo De Benedetti tentano di eliminare dalla scena politica mio padre aggredendolo su tutti i fronti. E ora la magistratura ci impone definitivamente di finanziare proprio il gruppo De Benedetti, per un importo spropositato, infinitamente superiore al valore della partecipazione Fininvest nella Mondadori. Tutto ciò è compatibile con la democrazia?”, si chiede in una nota Marina Berlusconi.

Che poi aggiunge: “Sappiamo meglio di tanti altri che le sentenze si devono rispettare, lo abbiamo dimostrato nei fatti eseguendo alla lettera quanto stabilito dai primi due gradi di giudizio. Però le sentenze ingiuste non solo si possono, si devono criticare. E anche questo, al di là delle motivazioni che leggeremo molto attentamente, è un verdetto in palese contrasto con la realtà dei fatti ma anche con le regole del diritto. Siamo dalla parte della ragione, lo abbiamo provato senza ombra di dubbio ma ci vediamo ugualmente condannati ad un autentico esproprio, che senza alcun fondamento colpisce così duramente uno dei più importanti gruppi imprenditoriali del Paese. Il ridimensionamento molto modesto della somma determinata dalla Cassazione non intacca in alcun modo l’eccezionale peso dell’ingiustizia di cui siamo vittime. La Cir non ha subito alcun danno, lo sa per primo Carlo De Benedetti che continua a straparlare di “scippo”, neppure un euro da parte nostra era ed è dovuto. Oggi la Cassazione aveva la possibilità di cancellare quello che non esito a definire uno scandalo giuridico. Ha deciso di non farlo… Ma noi non ci arrendiamo. Percorreremo tutte le strade che riguardo alla sentenza l’ordinamento consente perché questi valori possano tornare a essere rispettati”.

“È una sentenza spropositata nella sua dimensione, un risarcimento enorme, e conferma quanto Berlusconi dice da anni: c’è un attacco contro il Berlusconi
politico, il Berlusconi cittadino, il Berlusconi imprenditore. Penso che l’azienda ricorrerà alle più alte sedi anche internazionali”, ha detto il segretario del Pdl e vice premier Angelino Alfano.

“La sentenza della Cassazione conferma che nessuno in Italia può sentirsi più al sicuro: nessuno può sentirsi sicuro della propria libertà personale, sicuro dei propri beni, sicuro dei propri diritti”. A tuonare contro la Suprema Corte, che ha respinto il ricorso Fininvest sul lodo Mondadori, è il coordinatore del Pdl Sandro Bondi, seguito a ruota da Renato Brunetta: “Con una ormai ricorrente chirurgica tempestività, a ventiquattrore da un delicatissimo dibattito parlamentare sulla discutibile applicabilità della legge Severino al senatore Berlusconi, la magistratura colpisce ancora. Ed emana una sentenza in cui traveste di certezza quelle che erano e rimangono delle congetture”, ha detto il capogruppo del Pdl alla Camera.

Anche il deputato del Pdl Luca D’Alessandro ha criticato duramente la decisione della Cassazione: “Dopo la privazione della libertà, dopo il via alla conseguente operazione per cacciarlo dal Parlamento ed estrometterlo dalla politica per via giudiziaria, dopo il saccheggio delle sue finanze a vantaggio dell’editore di riferimento delle procure, deciso oggi dall’ineffabile Cassazione, cos’altro devono fare giudici politicizzati, interi partiti politici, pezzi delle istituzioni senza uno straccio di voto e interi settori della stampa radical-chic e forcaiola, per convincere Silvio Berlusconi che lo stanno scuoiando vivo e che non hanno intenzione di fermarsi fino a quando lo scempio non sarà concluso? Può un popolo intero di milioni di persone assistere inerme e silenzioso di fronte a questo golpe rosso? Può il partito che si riconosce in Silvio Berlusconi, nella sua storia di imprenditore e statista, nella sua leadership, nel suo carisma, nei suoi ideali di libertà e democrazia, fare finta di nulla e camminare a fianco di coloro che stanno tramando e operando per vederlo morto?”.

“Il lodo Mondadori, come dice la parola, fu un accordo ma la Cassazione non lo sa. Si nega l’evidenza con l’ennesima decisione contro Berlusconi. Prova di accanimento che ignora la realtà e rende sempre più intollerabile questa persecuzione”, ha aggiunto Maurizio Gasparri (Pdl), vicepresidente del Senato, mentre Renato Schifani, capogruppo Pdl alla Camera attacca: “La sentenza conferma che contro Silvio Berlusconi è in atto un vero e proprio attacco concentrico. Un’operazione di accerchiamento che, dopo la sentenza Mediaset e la conseguente interdizione, mira a colpirlo anche da un punto di vista patrimoniale”.


Sentenza Cassazione: un paradosso giudiziario
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 17 settembre 2013)

Un risarcimento gigantesco, il più alto della storia giudiziaria italiana, chiude definitivamente con la vittoria di Carlo De Benedetti il braccio di ferro ventennale con Silvio Berlusconi per il controllo della casa editrice Mondadori.
Sull’importo fissato dalla Cassazione, che avrebbe ridotto di circa settanta milioni (ai 23 di capitale vanno infatti aggiunti rivalutazione e interessi) il risarcimento riconosciuto all’Ingegnere dai giudici d’appello, i legali del Cavaliere avevano battagliato a lungo: spiegando in particolare che una cifra come quella che Fininvest deve versare alla Cir debenedettiana corrisponde a molte e molte volte il profitto che Mondadori ha generato in questi anni. Grazie alla sentenza della Cassazione, dicono in sostanza gli avvocati di Berlusconi, De Benedetti ha fatto un affare molto migliore di quello che avrebbe messo a segno se nel 1991 gli fosse stato assegnato il controllo della Mondadori. Un paradosso giudiziario che, evidentemente, ai giudici della Cassazione non è sembrato tale. Ma, ben prima della battaglia sul calcolo dell’eventuale risarcimento, lo staff difensivo di Fininvest aveva puntato – sia nel corso del processo d’appello che davanti alla Cassazione – su un punto ancora più cruciale. Tutta la battaglia contro Berlusconi, dicevano, viene oggi presentata e rivendicata da De Benedetti come la legittima rivalsa di una parte che è stata sconfitta ingiustamente, grazie ad una sentenza scritta da un giudice corrotto. Ma le cose in realtà andarono diversamente. E la conclusione nel 1991 dello scontro per il controllo della Mondadori non vide affatto il ko di De Benedetti ma un accordo firmato da entrambe le parti con reciproca soddisfazione.

A De Benedetti restavano Repubblica, l’Espresso, e i quotidiani locali del gruppo Finegil; a Berlusconi andavano i periodici e i libri della casa editrice di Segrate. Si tratta dell’accordo officiato da Giuseppe Ciarrapico per conto di Giulio Andreotti, e che allora venne salutato da buona parte del mondo politico come la salutare spartizione di un colosso editoriale che, se fosse rimasto nelle mani di un unico soggetto, avrebbe concentrato su di sé un potere abnorme. Sia De Benedetti che Berlusconi, allora, commentarono positivamente l’intesa frutto della mediazione di Ciarrapico. Perché, allora, se la spartizione di Segrate fu concordata tra le parti, oggi la sentenza della Cassazione riconosce a De Benedetti il megarisarcimento che gli attribuisce, nel più clamoroso e sostanziale dei modi, il ruolo di vittima? La tesi dell’Ingegnere, condivisa dai giudici di tre gradi di giudizio, è che a quell’accordo del 1991 De Benedetti fu costretto con la violenza e con l’inganno, grazie alla sentenza della Corte d’appello di Roma che aveva dato ragione a Berlusconi: e che, come si scoprì qualche anno dopo, era viziata dalla tangente incassata da uno dei giudici della Corte. Dovemmo trovare un accordo per limitare i danni e salvare in qualche modo la pelle, ha sostenuto negli ultimi tempi De Benedetti. Ma allora, hanno ribattuto i legali di Berlusconi, perché la Cir non si rivolse alla Cassazione allora, e non oggi, per vedere riconosciute le sue ragioni? Perché non chiese allora che la sentenza della Corte d’appello di Roma, se era così platealmente ingiusta, venisse cancellata dalla Suprema Corte , e fosse ristabilito il suo buon diritto a controllare l’intero regno Mondadori? Già, perché? La verità, hanno sempre sostenuto i legali di Berlusconi, è che in realtà De Benedetti non aveva alcun diritto a impadronirsi della casa editrice.

E che la sentenza della Corte d’appello romana fu una sentenza giusta, tant’è vero che la condivisero tutti i giudici che facevano parte della Corte, e che – con una sola eccezione – non sono mai stati accusati di alcunché di illecito. La sentenza era giusta perché gli eredi di Arnoldo Mondadori avevano tutto il diritto di scegliere Berlusconi, e non De Benedetti, come loro alleato nell’operazione di salvataggio dell’azienda: specie dopo che De Benedetti, con una mossa incauta, aveva proclamato ai quattro venti di essere pronto a raggiungere il pacchetto di maggioranza delle azioni. È questo, andando indietro nel tempo, lo scontro da cui tutto nacque. Un dato è certo, e non è mai stato smentito da nessuno nel corso del tempo: gli eredi di Mondadori decisero liberamente l’alleanza con Berlusconi, e furono loro a spalancare al Cavaliere le porte dell’azienda. De Benedetti fu vittima della diffidenza che aveva creato nei Mondadori, e non delle trame di Berlusconi. Come si fa, adesso, a dargli mezzo miliardo di risarcimento?


Lodo Mondadori. Marina Berlusconi: “Sentenza inaccettabile”
di Redazione
(da “Libero”, 17 settembre 2013)

Marina Berlusconi è infuriata: la sentenza della Cassazione che conferma gran parte del maxi-risarcimento che la famiglia Berlusconi deve alla alla Cir di Carlo De Benedetti non le va affatto giù. Dopo vent’anni di battaglie legali, la vicenda del Lodo Mondadori finisce nel modo peggiore per la Fininvest e Marina, che è a capo delle aziende coinvolte, non ci sta. L’assegno da 541,2 milioni di euro rischia di mettere a soqquadro i conti della Finivest e le prime dichiarazioni della figlia del Cavaliere raccontano tutta la delusione per una sentenza che, a Segrate, ha sapore decisamente politico: “Da vent’anni certa magistratura assieme al gruppo editoriale di Carlo De Benedetti tentano di eliminare dalla scena politica mio padre aggredendolo su tutti i fronti”. La sentenza definitiva della Cassazione, poi, potrebbe avere ripercussioni sul centrodestra italiano: Marina, attaccata personalmente, adesso non ritiene più un tabù la possibile discesa in campo.

Anomalia – Marina, subito dopo la lettura della sentenza, veste i panni del leader e attacca a tutto campo: “La magistratura ci impone definitivamente di finanziare proprio il gruppo De Benedetti, per un importo spropositato, infinitamente superiore al valore della partecipazione Fininvest nella Mondadori. Tutto ciò è compatibile con la democrazia?”. Il presidente di Finivest e del gruppo Mondadori dimostra tutta la sua delusione per una sentenza che non si aspettava: “Davvero si puo’ far finta di niente di fronte ad una simile anomalia?”. La Berlusconi sa, dice, “che le sentenze si devono rispettare” però non riesce a nascondere l’attesa per la lettura delle motivazioni che hanno spinto gli ermellini a confermare sostanzialmente tutto l’impianto accusatorio. Il piccolo sconto di 23 milioni di euro, infatti, non basta ad addolcire una sentenza definitiva che Marina non ha paura a definire “ingiusta”. Queste sentenze, dice, “non solo si possono, ma si devono criticare”. “Questo – dice – è un verdetto in palese contrasto con la realtà dei fatti ma anche con le regole del diritto”.

Figlia manager – Marina Berlusconi del padre Silvio è sempre stata braccio destro. All’indomani della sentenza della Cassazione che ha condannato il Cavaliere in via definitiva per frode fiscale, Marina è stata giorni a Palazzo Grazioli, a Roma, per mostrare la sua vicinanza al padre. Tanto vicina che in quelle ore le voci di una successione familiare alla guida del centrodestra si facevano via via più insistenti. Lei, presidente di Finivest e Mondadori, fu costretta a smentire con fermezza anche se sono ancora molti quelli che sognano una scheda elettorale con la scritta “Berlusconi presidente”. Ma oggi quella determinazione sembra dileguarsi sotto i colpi di una magistratura che ha adesso lei e le sue aziende nel mirino.

Falchi – All’interno del Pdl, adesso, c’è chi ha ripreso a sostenere una candidatura di Marina a Palazzo Chigi. I falchi di sicuro, ma non solo. Lei ricorda tanto il padre e rappresenta ad oggi la sola possibilità per “vendicare” politicamente il Cavaliere: sarebbe l’unica, è il ragionamento dei suoi sponsor più accesi, in grado di guidare il popolo di centrodestra verso una vittoria elettorale. Dalla sua ha il nome, tanti piccoli leader di partito pronti a sostenerla e, come si è visto oggi, anche una buona dose di carisma: non è più vietato parlarne, anzi. Il presidente di Finivest potrebbe sentire il dovere di seguire le orme del padre e quindi lanciare la sua sfida alla sinistra italiana. Prendere il testimone del padre è argomento serio sul tavolo e sembra he in questo mese trascorso ad Arcore sia stato proprio il Cavaliere il più grande sostenitore della figlia. Lei ha partecipato ai vertici politici e il pressing costante la sta facendo cedere: “Le cose stanno maturando” dicono fonti ben informate del Pdl.

Eredità – “Nessuna lotta di successione, Berlusconi è il nostro leader” ha detto Angelino Alfano che però non chiude la porta alla figlia del Cavaliere. Se tutto dovesse precipitare, infatti, ecco che Marina diventerebbe la persona giusta da contrappore a Matteo Renzi, candidato in pectore dei democratici. Ma cosa blocca l’annuncio? E’ proprio Silvio Berlusconi a non dare il via libera: da un lato vuole che la figlia segua il suo esempio, dall’altro teme che la magistratura possa incominciare ad attaccare lei così come ha fatto con lui dal ’94 ad oggi. L’altro nodo è legato al ruolo che Marina Berlusconi ha nelle aziende: come dice un big azzurro, infatti, “bisognerà risolvere la questione aziendale dato il ruolo che Marina ricopre”.

Cav – Ma alla fine Silvio Berlusconi lascerebbe volentieri la sua creatura politica alla persona che più sente vicina e questa, al netto dei dubbi, sembra essere la convinzione vincente. Agli occhi del leader, infatti, la rinascita di Forza Italia avrebbe in Marina il volto perfetto. Se così dovesse finire, l’ultimo compito di Berlusconi sarebbe quello di convincere quei membri del partito che non sopporterebbero facilmente una successione “dinastica”. Come sempre, insomma, la partita la dovrà giocare il Cavaliere che pare abbia voglia di far sentire, per un’ultima volta, il suo straordinario peso politico all’interno del centrodestra.


De Benedetti esulta, ma deve restituire 70 milioni al Cav
di Redazione
(da “Libero”, 17 settembre 2013)

Esulta, Carlo De benedetti, alla notizia che la corte di Cassazione ha confermato la sentenza d’appello sul ‘lodo Mondadori”, che dispone il risarcimento da parte di della società del Biscione a Cir di oltre 540 milioni di euro. “Prendo atto con soddisfazione che dopo piu’ di vent’anni viene definitivamente acclarata la gravita’ dello scippo che la Cir, attraverso la mia persona, subì a seguito della accertata corruzione di un giudice da parte di Berlusconi, il quale, a quel tempo, era ancora ben lontano dall’impegnarsi in politica” ha detto a caldo l’Ingegnere.

La Cassazione ha riconosciuto al Cavaliere solo uno sconto di circa 23 milioni di euro. Che potrebbero sembrare un’inezia su oltre mezzo miliardo di euro, se non si considerassero gli interessi maturati, che portano quella cifra a circa 70 milioni, che l’Ingegnere dovrà restituire al Cav. Il conto per la holding di Silvio Berlusconi sara’ alla fine quindi piu’ leggero, intorno ai 494 milioni di euro.


Processo Mediaset, pool di avvocati-cittadini ricorre in Cassazione
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 17 settembre 2013)

Un ricorso alla procura generale della Cassazione contro la sentenza definitiva nei confronti di Silvio Berlusconi nell’ambito del processo Mediaset.

È stato depositato oggi, riferisce Michaela Biancofiore (Pdl), ad opera di un pool di avvocati, ma nelle vesti di semplici cittadini elettori del Pdl, e a breve il ricorso sarà depositato anche presso la Giunta per le elezioni del Senato, che sta affrontando il “nodo” della decadenza da senatore del Cavaliere.

Secondo i ricorrenti, spiega ancora Biancofiore, esisterebbero gli estremi per ottenere un annullamento della sentenza della Cassazione. Tra i legali che hanno avviato la procedura in questione, Daniele Morelli e Maurizio Benedetti. Nel ricorso viene richiamato l’articolo 67 dell’ordinamento giudiziario, che a dire dei ricorrenti sarebbe stato violato. Tra i motivi, la composizione del collegio giudicante della sezione feriale della Cassazione, in cui figurava un giudice civile e non penale.

In serata arriva una nota stampa da Palazzo Grazioli che informa che il ricorso presentato dagli avvocati Benedettini e Morelli non è stato in alcun modo autorizzato dal Presidente Berlusconi ed è evidentemente una iniziativa personale non concordata né condivisa.


Diritti Mediaset, irregolare il collegio di giudici che ha condannato Berlusconi
di Redazione
(da “Libero”, 17 settembre 2013)

Salta fuori una nuova magagna nella vicenda giudiziaria che ha portato alla condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale sui diritti Mediaset. Ed è una magagna non da poco. Il collegio di toghe della sezione che ha giudicato il Cavaliere era irregolare e la sentenza di condanna nei suoi confronti è da annullare. Per questo, l’avvocato Daniele Morelli e il dottor Fabrizio Benedettini dello studio legale romano Morelli & Partners hanno presentato ricorso contro la sentenza al procuratore generale della Cassazione. Il punto è che una delle toghe che componevano il collegio non era un giudice penale, bensì civile: Giuseppe De Marzio. Mentre l’articolo 67 dell’ordinamento giudiziario recita che “la Corte di cassazione in ciascuna sezione giudica con il numero invariabile di cinque votanti. Giudica a sezioni unite con il numero invariabile di nove votanti. Il collegio a sezioni unite in materia civile è composto da magistrati appartenenti alle sezioni civili; in materia penale è composto da magistrati appartenenti alle sezioni penali”. Non sono previste sezioni ‘promiscue’.

“Abbiamo presentato questo ricorso, perché è stato violato non solo l’articolo 67 dell’ordinamento giudiziario, ma anche l’articolo 25 della Costituzione sulla precostituzione del giudice naturale e il principio di uguaglianza davanti alla legge previsto dall’articolo 3” spiega benedettini, che tiene a precisare di essere “un semplice cittadino elettore” e di non avere “alcun mandato da parte di Silvio Berlusconi”.. Una copia del ricorso è stata consegnata oggi anche alla Giunta per le elezioni del Senato, che domani deciderà sul nodo della decadenza del Cavaliere. “Giunta che a questo punto, secondo noi, dovrebbe sospendere il suo giudizio in attesa che a pronunciarsi sia il procuratore generale o la Corte costituzionale, alla quale pure abbiamo inviato gli atti”.


Mediaset. Ricorso contro i giudici della Cassazione. E slitta il videomessaggio di Berlusconi
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 17 settembre 2013)

L’atteso videomessaggio di Silvio Berlusconi è stato registrato, ma avrebbe bisogno ancora di qualche ritocco. Così la sua messa in onda dovrebbe essere rimandata a mercoledì attorno all’ora di pranzo, giusto prima del voto in Giunta elezioni e immunità del Senato sulla decadenza del leader del Pdl dopo la sentenza che ha reso definitiva la condanna per frode fiscale. Un pronunciamento che il Cavaliere ha sempre criticato e contestato. Due avvocati, Maurizio Benedettini e Daniele Morelli, hanno deciso di presentare ricorso in Cassazione: secondo i due legali c’è stato un difetto di composizione del collegio giudicante e per questo chiederanno l’annullamento della sentenza. Il testo è stato depositato nel pomeriggio anche alla Giunta del Senato per chiedere lo stop dei lavori in attesa di un pronunciamento definitivo. «La decisione di presentare ricorso – si legge in una nota diffusa da Palazzo Grazioli – non è stato autorizzato dal presidente Berlusconi ed è stata una iniziativa personale ».

IL COLLEGIO «ANOMALO » – Nel ricorso si contesta la legittimità del collegio giudicante . Gli avvocati Morelli e Benedettini citano una serie di norme per sostenere la violazione dell’articolo 25 della Carta Costituzionale nel quale si difende il principio secondo cui «nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge ». Nel collegio che ha deciso la condanna per il Cavaliere, ci sono 5 magistrati di cui 4 penali e uno civile. Lasciando la presenza del magistrato civile, Giuseppe De Marzo, oltre i limiti stabiliti dalla legge per la composizione dei collegi durante il periodo feriale, si è di fatto costituita «una sezione semplice con funzioni promiscue », che è ciò che contestano i legali chiedendo la nullità della sentenza di condanna. «Come mai – si chiedono gli avvocati nel ricorso in Cassazione – la presenza all’interno del collegio in un procedimento così particolare, di un consigliere (Giuseppe De Marzo) proveniente addirittura dal settore civile? Quale la sua specificazione professionale nell’ambito di un procedimento penale? ». La composizione del collegio giudicante così formato determina, per i ricorrenti, «una nullità di ordine generale » della sentenza di condanna «rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento ».

«TEMPI NON RISPETTATI » – In più, secondo gli avvocati, tale collegio sarebbe stato formato in ritardo rispetto alla delibera del Csm che prevede come la composizione dei collegi nel periodo feriale debba essere comunicata entro il 10 maggio di ogni anno. La composizione di quello che si sarebbe dovuto interessare di Berlusconi sarebbe stato comunicato solo l’11 luglio 2013, cioè «pochi giorni prima dell’udienza di trattazione del processo ». Pertanto, Morelli e Benedettini non solo chiedono la nullità della condanna e la sospensione immediata dei lavori della Giunta per le Immunità del Senato, ma sollecitano anche la Cassazione a rimettere gli atti alla Corte Costituzionale. Nel ricorso lo si chiede affinché la Corte si pronunci sul rispetto degli articoli 3 e 25 della Carta (che tutelano i principi dell’uguaglianza di fronte alla legge e del diritto al giudice naturale), ma potrebbe anche trasformarsi in un’occasione perché ci si occupi anche dell’intera vicenda Berlusconi-Mediaset e perché no? dell’applicazione e retroattività della legge Severino.

«SOLO UNA PROVOCAZIONE »â€‚- Al ricorso non sembra dare molto peso Felice Casson, ex magistrato e ora senatore Pd e membro della giunta: è «certamente infondato », ha detto, ed è nient’altro che «una provocazione ». L’istanza, secondo Casson, è infondata «perchè è normale che durante la sezione feriale i collegi siano composti con civilisti e penalisti. Non c’è nessuna violazione dell’ordinamento giudiziario ». E anche se vi fosse, l’articolo 7 bis dello stesso ordinamento stabilisce che la violazione dei criteri delle tabelle con cui vengono assegnati i magistrati non produce nullità del provvedimento.

IL CAMBIO DEL MESSAGGIO – Tornando al contenuto del videomessaggio, il Cavaliere – secondo quanto si apprende – non apre la crisi, ma critica i magistrati e lancia Forza Italia 2.0, passando anche per l’esortazione ai ministri del Pdl a continuare il proprio lavoro all’interno delle larghe intese. Era prevista intorno alle 12 di oggi la messa in onda del filmato. Fonti interne del partito lasciano intendere che Berlusconi avrebbe preferito registrare un nuovo messaggio con contenuti almeno in parte differenti. L’intento potrebbe essere duplice: inserire un commento anche sulla conferma della condanna di Fininvest per il lodo Mondadori e utilizzare la ribalta mediatica che il video finirà inevitabilmente con l’avere per cercare di fare ombra alla riunione della Giunta.

M5S PER IL VOTO PALESE – Per quanto riguarda la possibilità che il Cavaliere diffonda il videomessaggio, Michele Giarrusso, capogruppo del Movimento 5 Stelle in giunta per le Immunità del Senato osserva: «Non sono cose che fanno bene al nostro Paese. Berlusconi dovrebbe farsi da parte in silenzio ». Giarrusso difende quindi la richiesta del M5S di modificare il regolamento del Senato, prevedendo in aula il voto palese: «Noi abbiamo chiesto questa modifica presentando la nostra proposta alla giunta per il regolamento. E se più gruppi lo chiederanno, il presidente Grasso non potrà che prenderne atto ». Sull’accusa lanciata dai grillini al Pd, secondo la quale i Democratici potrebbero salvare Berlusconi nel segreto dell’urna, Giarrusso ribadisce di aver ascoltato «questo timore da senatori democratici come Laura Puppato e Felice Casson ».


Letto 2691 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart