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LETTERATURA: I MAESTRI: La parola di Ungaretti

18 Settembre 2013

di Geno Pampaloni
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 7 giugno 1970]

Non √® in un articolo d’occasione che si pu√≤ ricercare la misura della novit√† che Giuseppe Ungaretti ha portato nella poesia italiana. E tuttavia si pu√≤ affermare con qualche certezza che la sua opera, che noi oggi ve ¬≠diamo nella suggestione do ¬≠lente della definizione datale dall’autore, come Vita di un uomo, √® destinata a interes ¬≠sare lo storico almeno quan ¬≠to il critico di poesia. Gi√† dopo i pochissimi giorni tra ¬≠scorsi dalla sua morte, noi avvertiamo che la sua opera esce dall’arco esistenziale di una pur leggendaria autobiografia per farsi paradigma e cimento di un confronto tra la poesia e il destino dell’uomo del nostro secolo. In Ungaretti, in altre parole, non c’e mai ¬ę occasione ¬Ľ, nono ¬≠stante la matrice autobiografica dei versi di un uomo tempestosamente coinvolto nella ¬ę vitalit√† ¬Ľ della vita; √® sem ¬≠pre, invece, un discorso alto, teso alle immagini ultime dell’uomo, alla festa di simboli che colorano la condizione umana. Per questo egli √® uno dei pochissimi poeti contem ¬≠poranei italiani che ¬ę scarta ¬Ľ la linea Pascoli e inventa una linea Petrarca-Leopardi- Mallarm√©.

Nella storia della poesia ita ¬≠liana del Novecento, Ungaret ¬≠ti √® il poeta delle origini. Quando esce, nel ’16, Porto sepolto, la poesia italiana vol ¬≠ta pagina. Non soltanto perch√© egli rompe in via defi ¬≠nitiva con D’Annunzio e i crepuscolari; non era questa la novit√†, giacch√© i futuristi, Palazzeschi, Campana si pon ¬≠gono, in teoria o di fatto, su quella linea; e del resto l’e ¬≠ducazione parigina che Unga ¬≠retti aveva compiuto prima della guerra, la collaborazio ¬≠ne a Lacerba e in genere ci√≤ che lo univa alla generazione dell’avanguardia nella sua tensione svecchiatrice, indica una trafila comune. Ma nessuno come lui intu√¨ il valore ultimativo, religioso, e di de ¬≠stino, che stava dietro quella svolta di verginit√† culturale. Non era soltanto una lette ¬≠ratura che si dimostrava esau ¬≠rita, era un’idea della vita: ed egli vi sostituiva un’idea della vita che trovava il suo centro in un sentimento nudo ed elementare, in una dispe ¬≠rata, solitaria, e quasi mistica fedelt√† alla vita (¬ę La morte √Ę‚ÄĒ si sconta √Ę‚ÄĒ vivendo ¬Ľ).

La novit√† vera di Ungaret ¬≠ti non era dunque, come ab ¬≠biamo creduto per tanto tem ¬≠po, quella di aver detto la parola giusta per una nuova dignit√† dell’¬ę uomo di pena ¬Ľ, ma nella parola solitaria e sil ¬≠labata di speranza che sca ¬≠turisce da quella pena: ¬ę cer ¬≠co un paese innocente ¬Ľ. Si pone qui il grande tema del ¬≠l’uomo alienato dalla storia, che non pu√≤ opporre alla sto ¬≠ria se non il balenante asso ¬≠luto della propria anima, del ¬≠la memoria, degli affetti, della fede, della ¬ę vita di uomo ¬Ľ; ed in questo ineguale confron ¬≠to, ove si alternano i timbri titanici con quelli dell’umilt√†, risale sin che pu√≤ verso la sorgente, verso il punto mi ¬≠sterioso e forse magico ove storia e assoluto dell’anima s’incontrano nella ¬ę parola ¬Ľ. Ecco quindi il poeta della ¬ę parola ¬Ľ farsi appassionato e metafisico, inebriato della musica vitale del creato e chino sul silenzio del mondo, prodigo di affetti sino al de ¬≠lirio e attento alle arcane, favolose significazioni dei sim ¬≠boli.

Tutto l’Ungaretti che √® se ¬≠guito, anche quello che si √® svolto in forme pi√Ļ com ¬≠plesse e ambiziose, si trova in nuce nel primo Ungaretti: con una intensit√†, un fervore di grazia che probabilmente non tocc√≤ pi√Ļ. Forse √® trop ¬≠po tranchant il giudizio di coloro (e non sono pochi, dal Cecchi al Sanguineti) che distinguono nettamente il li ¬≠bro delle prime poesie, L’al ¬≠legria che comprende il ri ¬≠cordato Porto sepolto, stam ¬≠pato nella prima edizione in pochi esemplari, da quelli suc ¬≠cessivi. Ma anche a me sem ¬≠bra indubitabile che, dopo, non si √® avuta pi√Ļ, in una misura miracolosamente cosi precisa, l’identit√† tra poetica e poesia, il raggiungimento di una musicalit√† cos√¨ intima ¬≠mente sprofondata nel tema poetico dell’innocenza ¬Ľ. E comunque, √® quel momento iniziale che fa di Giuseppe Ungaretti un poeta europeo, punto di riferimento (e sotto qualche aspetto punto di ar ¬≠rivo) di quel processo labo ¬≠rioso ma essenziale che gui ¬≠d√≤ le avanguardie del primo quarto del secolo dall’eversio ¬≠ne all’affermazione, dal rifiuto della realt√† in nome della fan ¬≠tasia alla fede nella realt√† in nome di una pi√Ļ sofferta fantasia. E non a caso il suo ¬ęrisillabare le parole ingenue ¬Ľ √® un tema che corre per molta parte della nuova letteratura, quella ideologicamente pi√Ļ tormentata e nobile: esempio fra tanti Elio Vittorini.

Dopo, sono almeno tre le stagioni che scandiscono l’o ¬≠pera ungarettiana. Quella di Sentimento del tempo (1933) ove √® gi√† maturata la rico ¬≠struzione di una sintassi poetica fondata sull’endecasilla ¬≠bo, ed elementi del novecen ¬≠tismo letterario (la favola, lo stupore) s’intrecciano non sempre felicemente con l’im ¬≠pegno religioso ora pi√Ļ scoperto e gridato. Quella de Il dolore (1947), che √® il libro della guerra, della morte del figlio; il momento pi√Ļ deso ¬≠lato del poeta, che si avvolge nel suo sentimento come in un sontuoso drappeggio di ombre controriformiste.

E infine quella dell’ultimo ventennio, che solo ora sta trovando una sistemazione critica (per merito soprattut ¬≠to di Leone Piccioni); nella quale a una pi√Ļ orchestrata e polifonica musicalit√† cor ¬≠risponde, in un mobilissimo contrappunto, un ritorno al frammento, al balenare di immagini di prodigio e verti ¬≠gine. Il traduttore di Mallar ¬≠m√©, di Blake e di G√≤ngora cerca qui una sintesi ardua di cos√¨ diverse esperienze. Vo ¬≠glioso di conciliare il demoniaco e il barocco, il poeta torna e ritorna ad addentrarsi nel fuoco dei sentimenti per lambire ancora una volta la volutt√† originaria, la luce degli assoluti. La sua poesia tende ancora una volta a tra ¬≠scinare la storia, l’ormai irri ¬≠mediabilmente confusa folla dei fatti, privi o troppo ric ¬≠chi di significati, a una in ¬≠candescente catarsi: a farsi metafisica attraverso una mi ¬≠stica delle passioni originarie. La ¬ę parola ¬Ľ cerca ancora una volta la sua funzione di provocatrice di vita. Quale che sar√† il giudizio del cri ¬≠tico di poesia, lo storico non potr√† non segnare la dolo ¬≠rosa attualit√† di un simile grandioso confronto, di un si ¬≠mile atto di fede, quasi mes ¬≠sianico, nella capacit√† rivoluzionaria della parola, por ¬≠tata sino al limite del silen ¬≠zio.

¬ę C’√® oggi una violenza nel ¬≠le cose che diventa la violen ¬≠za propria dell’uomo e gli impedisce di parlare. Le cose mutano e ci impediscono di nominarle. Bisognerebbe risalire con la memoria fino al punto della prima inno ¬≠cenza ¬Ľ, disse qualche anno fa il poeta in un’intervista e oggi noi rileggiamo quelle parole come il suo testa ¬≠mento.


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Bart