di Giorgio Vigolo
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 7 gennaio 1970]
Una forte impressione do vette fare a Hegel, che aveva giusto allora finito di scrivere la « Fenomenologia dello Spirito », trovarsene di fronte il quasi protagonista e certo, per lui, il più rappresentativo fenomeno dello spirito del suo tempo: l’imperatore Napoleo ne a cavallo in testa alle sue truppe per le vie di Jena. E questa impressione la comu nicò calda calda all’amico Niethammer nella lettera scrittagli da Iena nell’ottobre del 1806, con quella romantica compenetrazione di fantasia e di logica che spesso gli pre sentava l’immagine sensibile con il carattere della necessi tà concettuale e deduttiva. Ec cone il passo principale:
« Ho visto l’Imperatore, questa Weltseele (questa Ani ma del Mondo) cavalcare at traverso la città per andare in ricognizione. Si prova davve ro un sentimento prodigioso a vedere un tale individuo che, concentrato qui, in un punto, seduto su un cavallo abbrac cia il mondo e lo domina.
Quanto ai Prussiani tutto fa ceva per loro prevedere il me glio: la vittoria dei Francesi è stata solo merito di questo uomo straordinario, che è im possibile non ammirare ».
Impossibile non ammirare Napoleone? Per la verità, da molti era stato aborrito, in al tri aveva suscitato eroica resi stenza, come l’« Arminio e Dorotea » di Goethe dimo stra, o almeno sgomento e per plessità che in una mente filo sofica potevano avere anche più profonde motivazioni. Ora, comunque si voglia giudica re il «sentimento prodigioso » provato invece da Hegel, non v’è dubbio che nel conflitto di passioni e di idee che Na poleone aveva acceso nel suo tempo, Hegel aveva preso en tusiasticamente partito per lui, si era conformato, aveva ac cettato il nuovo Cesare, su bendo il fascino del momen taneo trionfatore e, per di più, idolatrandolo come Anima del Mondo.
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Anche Hölderlin, l’antico compagno di Hegel e di Scheiling nel collegio di Tubinga, aveva scritto una poesia entu siastica per Bonaparte, ma è del 1797, e il Còrso vi è chia mato der Jüngling, l’adolescente, come un giovane eroe gre co, un nuovo Alessandro. Al tra cosa era entusiasmarsi per Napoleone, per l’Imperatore, nel 1806, quando già Beetho ven aveva tolto la sua dedica della Sinfonia Eroica, dopo appresa la sua incoronazione. Ma per Hegel, nel suo siste ma filosofico del Reale che è sempre Razionale, l’Imperato re vincitore rappresentava nell’hic et nunc storicistico di quel momento, la realtà della massima razionalità.
Debbo qui confessare di avere sempre ammirato Hegel con molte cautele. Ma, anche senza altre ragioni, sarebbe bastato il passo della lettera a Niethammer a mettermi in guardia. Invece di entusia smarmi, quell’iperbole eque stre dell’Anima del Mondo ri svegliava in me un salutare senso di humor. Mi faceva pensare che all’Idealismo he geliano, è forse mancato un Cervantes che ne abbia rica vato un altro Don Chisciotte; ma che Hegel involontaria mente ne ha qui preso le ve ci, mettendo l’Anima del Mondo a sedere su un caval lo. Il nostro Leopardi, tanto più arguto e alieno da entu siasmi, si era guardato bene dal cadere nello stesso ridi colo nel suo « Dialogo di Tor quato Tasso e del suo Genio familiare ». Quando infatti Torquato dice a quello spiri to: « Siedimi qui accanto », il genio familiare, più modesto e giudizioso della hegeliana Weltseele, gli risponde: « Che io segga? La non è già cosa facile a uno spirito ».
Che l’atto stesso del seder si nei momenti tragici comporti una certa comicità lo os serva del resto anche Bergson nell’Essai sur le rire, dove nota che gli eroi non bevono, non mangiano e anzi, finché è possibile, non si mettono a sedere. Sedersi nel bel mezzo di una tirata sarebbe ricordar si che si ha un corpo. E nem meno a farlo apposta anche Bergson cita Napoleone che, dopo la battaglia di Jena, fu ricevuto dalla regina di Prus sia. Come un’eroina di Corneille ella declamava in tono tragico: « Sire, justice! justice! Magdebourg! ».
Raccontò poi l’Imperatore che per togliersi d’imbarazzo, pregò la regina di sedersi; e commentava: « Niente tronca meglio una scena tragica, poi ché quando si è seduti, « cela devient comédie ».
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Ma come e in quale senso Hegel aveva usato per Napo leone l’espressione di Anima del Mondo? Certo, non nel senso di Anima mundi che le davano Plotino e i Neoplato nici nella tradizione del Ti meo, o in quello degli Scola stici che la identificarono con lo Spirito Santo. Non la usò nel significato attribuitole in un suo celebre saggio da Schelling che vedeva in essa il principio che salda l’Orga nico e l’Inorganico. E tanto meno nel significato esoterico che ha nella poesia di Goethe intitolata appunto Weltseele, dove il Cosmo è concepito co me una sfera vivente, un labi rinto di soli o di pianeti che ha il suo punto focale nella coppia umana. Ispirazione non dissimile, in fondo, è nella Cantata Massonica, bellissi ma, di Mozart (K. 429) Die Seele des Weltalls.
Nulla di tutto ciò in He gel, dove il termine, dettato da momentaneo entusiasmo, voleva solo esaltare Napoleo ne con epiteto iperbolico, co me tipo di nuovo eroe, mon diale, e già quasi di « super uomo »; e, con questo, con trapporlo all’ideale tanto di verso dell’Anima Bella, con cui era in acre polemica. Non si dimentichino gli strali sca gliati da Hegel in quella pa gina della Fenomenologia che è, se si vuole, un capolavoro di lucidissima spietatezza, di perfidia nietzschiana prima della lettera, contro l’intimi smo etico-religioso dell’Anima Bella, tanto sublimata invece da Goethe e da Schiller. L’at tacco hegeliano era sostanzial mente ingiusto, quando vede va nell’Anima Bella solo un analogo della Coscienza Infe lice, trascurando che essa era quanto di più alto lo spirito europeo, in uno dei momenti più luminosi della sua civiltà, aveva saputo concepire.
Questa denigrazione del l’Anima Bella, sfociante poi nella esaltazione come Anima del Mondo del superuomo Na poleone, è uno dei tratti ti pici in cui il pensiero hege liano opera in maniera più distruttiva scalzando l’interio rità dei valori etici, dissacran do la loro inviolabile assolu tezza, per aprire la strada, su queste rovine, alle infatuazio ni collettive di futuri idolatri del successo. Altre incarnazio ni di consimili Anime del Mondo, anziché sedute su un cavallo, le abbiamo poi viste pilotare potenti aerei, arringa re folle oceaniche e magari nuotare a forti bracciate nel le acque dello Yang-tze-Kiang.
Ma non molto diversamen te (poiché tutto nell’infinito circolo del tempo è già acca duto) i Nebukadnezar degli Assiri e i Cesari dei Roma ni divinizzavano l’Anima del Mondo nella loro persona, esi gendo l’adorazione del Divo Cesare. E tutti sappiamo che la forza con cui nei primi se coli dell’altro millennio fu rovesciata una situazione stori ca, consisté appunto nel rifiu to eroico di quell’adorazione dell’idolo sommo, e cioè del l’individuo che, concentrato lì, seduto su un cavallo o altro che fosse, abbracciava il mon do e lo dominava. Non per nulla nella Lettera paolina ai Romani si leggeva il gran mo nito: Nolite conformari huic saeculo.
Resta da dire, per la verità, che nel passo della Enciclo pedia dove definisce l’Anima del Mondo, Hegel sembrò poi ricordarsi con qualche riserva delle accese parole scritte a Niethammer e ne fece am menda precisando: « L’Anima universale non deve come Weltseele essere fissata in un soggetto ».