Che cosa può dare un romanzo? (Parte prima)

Interviste a cura di Giuliano Zincone
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 13 febbraio 1969]  

Per il Romanzo è già pronto un     funerale con i morta ­retti, allegro di pettegolezzi e di care memorie. Ma l’Ita ­lia     letteraria,  al capezzale del grande ammalato, segue la crisi con finta apprensio ­ne. Editori, critici, scrittori, affilano il senno di poi, spiano le reazioni del vicino. E in ­fine ciascuno torna alla privata angoscia, a scegliere, a valutare, a limare: mentre si prepara a seguire il feretro, ogni addetto ai lavori ha in serbo un nuovo prodotto.
Forse il Romanzo morrà davvero, ma dalle risate, come Margutte. Per ora si sa che sta male, ma le dia ­gnosi sono troppe, per capi ­re davvero di che soffra. C’è chi (come Zolla e Revel) par ­la di una crisi globale della cultura d’Occidente; altri giu ­stificano le fughe denuncian ­do l’angustia dei generi lette ­rari; c’è perfino chi si prepa ­ra a ballare sulla tomba, fe ­lice di seppellire il trastullo di una società oziosa e de ­cadente.
Una delle diagnosi più so ­lide è che il Romanzo sia mi ­nacciato d’asfissia; che il suo spazio vitale sia eroso a po ­co a poco dalle comunica ­zioni di massa e dalla nuo ­va mitologia dell’informazio ­ne (la casa editrice Ferro si prepara a lanciare una col ­lana, la « libro rivista – informatissima », in seguito a una ricerca di mercato secondo la quale il lettore spera di otte ­nere dal libro « sicurezza, guadagno e prestigio »).

Ma il romanzo non è, oggi, uno strumento di cono ­scenza? E’ in grado di com ­petere, su questo piano, con i suoi concorrenti più ag ­guerriti? Oppure la lettera ­tura, « itinerario nel meravi ­glioso », è una riserva dì cac ­cia aperta solo ai raffinati?
Su questi temi ho interro ­gato un gruppo di scrittori, tutti interessati, per varie cause, ai rapporti fra lette ­ratura e informazione.  

Il giudizio di Alberto Mo ­ravia apre il dibattito: «Una volta il romanzo era una spe ­cie di summa;   si pensava (con Balzac) che rispecchias ­se la società. Questo fino a quando la conoscenza era af ­fidata, almeno in parte, alla intuizione. Oggi le scienze so ­no in grado di informarci più esattamente del romanzo. Ma questo non significa che possano sostituirlo: le infor ­mazioni che contano, quelle che vengono dall’esperienza esistenziale, e non da una somma astratta di dati, con ­tinua a darcele l’arte. Il ro ­manzo è in grado di spie ­garci la realtà, la scienza può soltanto descriverla: un libro di storia ci dice quello che è accaduto in guerra, ma quello che vi si prova può comunicarlo   solo     l’artista ».

Arrigo Benedetti è d’accordo: « Oggi i romanzieri e i poeti sanno di incidere sem ­pre meno sulla realtà sociale del proprio paese. La loro ef ­ficacia impallidisce, parago ­nata a quella di mezzi più violenti e immediati, come la radio, la televisione, il cine ­ma e il giornalismo. Ma è anche vero che scrittori e poeti,     talvolta,     colgono la realtà meglio di una ricerca scientifica; senza di loro il passato ci risulterebbe incom ­prensibile ».  

« Il romanziere – aggiunge Vasco Pratolini – non è più un fulminatore di suggestio ­ni. Probabilmente la massa dei lettori sceglie la saggi ­stica perché a un dato ‘in ­ventato’ preferisce le idee ‘provate’; ma la letteratura non è alternativa alla cono ­scenza scientifica: le due for ­me     anzi, sono in osmosi ».

C’è il rischio – precisa  Carlo Emilio Gaddache la cultura di massa resti affidata ai mezzi di comunica ­zione di massa, che sono ra ­pidi, ma diseducativi, perché impongono un surménage che impedisce di operare delle scelte coscienti. Il romanzo può ancora essere uno stru ­mento d’informazione, specie se il romanziere arricchisce la sua materia con la cono ­scenza delle scienze umane (biologia, psicoanalisi, gene ­tica, antropologia); ma que ­sto risultato non dipende af ­fatto dalle spinte ideologiche che l’autore intende im ­porre ».

Da una parte, dunque, i mass-media, con l’invadenza del loro linguaggio perento ­rio; dall’altra la saggistica, con la lusinga della sua con ­cretezza. Il romanzo, nella morsa, si difende, come dice Pratolini, « dando in filigra ­na il piacere della scoper ­ta ». E su questo giudizio concordano, sostanzialmente Gadda, Benedetti e Moravia. L’accordo sulla qualità « su ­periore » delle informazioni che si ricevono dal roman ­zo restituisce all’opera crea ­tiva la sua qualità di pro ­dotto privilegiato, fatto per tutti, ma goduto solo da una élite (i romanzi di consumo, naturalmente, non sono in causa).

Paolo Volponi va fino in fondo: « Il romanzo serve al ­la critica, al dibattito dell’in ­formazione: tende alla co ­struzione del giudizio attra ­verso un rapporto con il let ­tore, chiamato a partecipare. L’informazione ‘ pura ‘, inve ­ce, lascia inerte chi la rice ­ve, anche perché parla il suo stesso linguaggio. E il pub ­blico, che teme l’angoscia del ­la scoperta, che ama ricono ­scersi in quello che legge, è portato a preferirla. Chi cer ­ca i ‘ dati ‘, del resto, non può scegliere che l’indagine scientifica (sociologica, stori ­ca, economica) ».  

« Anche il cinema – dice Moravia – è un concorrente terribile: batte il romanzo per efficacia descrittiva, per immediatezza e ubiquità. Di fronte al cinema (che non può restituire un esatto do ­saggio di pensiero e vita) possono sopravvivere solo il romanzo-saggio, il romanzo-poesia. Sul piano dell’infor ­mazione, poi, il pubblico non è più disposto a riconoscere autorità al romanziere: la scienza gode di un prestigio troppo maggiore. Ma i ro ­manzi si continueranno a scrivere: la società senza ar ­te muore, come l’uomo quan ­do non sogna ».  

Se Moravia insiste su un concetto aristocratico della cultura («le informazioni ap ­prese dai mass-media equi ­valgono all’analfabetismo di una volta »), Vasco Pratolini, riconoscendo questo limite, ne denuncia le cause socio ­logiche: «La cultura italia ­na – dice – risente della de ­cadenza della borghesia che la esprime, non fa nulla per avvicinare le masse. Il ro ­manzo, che dovrebbe essere stimolante, sobillatore, agisce all’interno di una società che, ormai, non ci riserva sor ­prese. E le masse, distratte dalle forme più immediate di informazione, finiscono per abbandonare una lettura che non può dare risposte a chi non la interroghi con parteci ­pazione ».  

« Nel romanzo – sottolinea Gadda – il lettore deve poter riconoscere una realtà che esiste e che lo riguarda. Cer ­to il pubblicò deve essere dotato di buona vista, e non cedere alla tentazione di abbandonarsi al linguaggio esaurito, agnostico, delle co ­municazioni di massa. Se que ­sto linguaggio esiste, del re ­sto, la colpa è proprio degli scrittori italiani, che mai (a partire da Dante Alighieri) si sono dedicati alla ricerca di un linguaggio veramente universale ».

Volponi: « La lingua di un romanzo può anche essere difficile: può essere il contra ­rio della lingua dell’informa ­zione. Dove questa contribui ­sce a dare notizie controlla ­bili e rassicuranti sulla con ­dizione nella quale agisce il lettore, la lingua del roman ­zo toglie e brucia il materia ­le delle vecchie costruzioni, mette il lettore a nudo di fronte all’impegno della no ­vità e della ricerca ».

Dì fronte alle lusinghe ibride del mercato e dei mass-media gli scrittori rivendica ­no il dominio su una citta ­della dove il romanzo non te ­ma infiltrazioni e possa man ­tenersi povero ma casto. Di questa strategia (difensiva) daremo altri particolari in un prossimo articolo, nel qua ­le scenderà in campo, accanto a Gadda, Moravia, Benedetti, Pratolini e Volponi, un altro gruppo di consulenti.

Anticipiamo, intanto, la misurata opinione di Benedetti: « Oggi il pubblico sa come deve essere letto un poeta e in che modo, invece, un sociologo o uno storico. L’importante, quindi, è ave ­re pazienza. Non proporsi di incidere sulla realtà: l’artista non può farlo con uno sfor ­zo della volontà, ma con in ­tuizioni di cui sarà capace quanto più si occuperà con discrezione del suo lavoro, attendendo ai suoi racconti, alle sue poesie, come un arti ­giano. Magari credendo, a torto o a ragione, di non saper fare altro ».

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