di Bonaventura Tecchi
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 19 giugno 1967]
Erano venuti a quella spiag gia di moda da una città di provincia del sud, con l’idea di esaltare il loro amore. Bru no lui, bionda lei.
Fidanzati da un anno, ma non ancora prossimi al ma trimonio (per la situazione economica ancora incerta di lui e per non aver finiti lei gli studi) erano stati accom pagnati dalla futura suocera, col patto esplicito che non si sarebbe parlato di bikini.
Lei aveva protestato: â— Ma vuoi che faccia la figura di una «basarra », mam ma? â— aveva detto, tirando fuori una parola del dialetto. â— Oggi il bikini lo met tono tutte… â— Poi si era rimessa al parere della ma dre.
E quando si trovò di fron te al carname di una spiag gia tanto popolata e tanto lunga, ebbe un attimo di spavento. Prima di svestirsi, guar dò su quella fiumana di corpi seminudi che il solleone già piegava sotto gli ombrelloni e temé per il suo corpo: che sarebbe stato inghiottito nel mare delle nudità, uno come tutti: e il fidanzato non lo avrebbe distinto dagli altri corpi di donna.
L’opinione del fidanzato era diversa. Appena la vide, benché il costume da bagno non fosse appariscente, un costu mino semplice, nero â— ma quel nero sul biondo! â— la chiamò, accorse festoso, rimase abbagliato.
Lei vide quel bagliore del suo corpo riflesso nella meraviglia degli occhi di lui, e ripensò al salottino della casa di provincia dove aveva concesso pochissimo di sé allo sguardo del fidanzato.
Per saldezza di principi morali in cui era stata educata, per la vigorosa vigilanza della madre che non li lasciava mai soli o soltanto qualche attimo e anche per civetteria o, meglio, per consapevolezza nascosta di quella che era la sua forza, la fidanzata era stata avara nelle concessioni, anche se affettuosa.
Sapeva d’essere bella: una bellezza severa e un poco scontrosa, cui la vita di provincia, il lutto recente del padre, i vestiti semplici, quasi tutti attillati, davano un che riservato, un alone un poco misterioso.
Poi, dopo un anno di quell’amore, era venuta fuori l’idea di un’estate al mare, su, verso il nord, in una spiaggia famosa di cui avevano sentito parlare: uno stacco, una specie di vacanza, un voler quasi rompere le reti di una prigione.
E adesso che le reti della prigione eran cadute dietro le spalle, a trovarsi sulla spiaggia famosa, con tutto il sole accecante negli occhi e tanti corpi nudi, quel senso, in lei, di esitazione e quasi di paura…
Si alzò in piedi, si sentì nuda (come aveva ragione la madre, a non volere il bikini!), e solo l’ammirazione rinnovata e accresciuta, negli occhi del fidanzato, la travolse.
Si lasciò portare per mano (anche lui, era « nudo » e lei non l’aveva ancora visto: così alto, e robusto, quelle sopracciglia folte che pareva s’infuocassero sopra lo sguardo ardente) lungo le fila degli ombrelloni, cercarono d’essere loro due soli in mezzo alla gran folla dei corpi nudi. Ecco: ancora l’impressione di non essere più lei, di aver perduto qualche cosa della propria personalità, proprio nel momento in cui si trova va a lambire coi piedi le acque sul ciglio della spiaggia, piena di gente… Poi l’immersione del piede (la prima vol ta in vita sua) nel mare, il ritirarsi scontroso come per un brivido, infine il concedersi alle onde: a metà del corpo, più su della metà, fino alle spalle e al collo.
E poi quell’impressione curiosa, appena uscita dalle acque: d’esser più sola, nonostante la vicinanza del fidanzato, d’essere più nuda con la stoffa tutta bagnata ed aderente alle membra, di « non essere più nessuno ». E quel correre dentro la cabina, asciugarsi in fretta, rimettersi qua si vestita sotto l’ombrellone.
Lunghissime erano le ore della siesta, mentre tutti dormivano e nell’afa, nel sopore, abbandonati i corpi in una specie di annullamento, tutti uguali, maschi e femmine, un senso quasi di disfacimento…
Il fidanzato le vide una vol ta negli occhi â— mentre sta vano sdraiati sotto l’ombrel lone, a far la siesta, vicino alla madre di lei â— questa impressione d’angoscia e al lungò la mano per prendere la sua. La fidanzata allungò la mano sul braccio di lui, come per dirgli che non facesse caso, che si trattava di una stranezza.
*
Veniva la sera, e la sera era la sua rivincita.
Usavano, nel pomeriggio, risalire alle loro pensioni (abitavano, secondo l’antica usanza, il fidanzato e la fi danzata, in due pensioni di verse) per prepararsi alle pas seggiate o al ballo, e vestirsi.
Vestendosi, lei ritrovava se stessa. Era curiosa questa impressione: di ritrovare la propria personalità mettendosi i vestiti.
Indugiava, davanti alla grande specchiera della camera d’albergo, a mettersi la camicetta: bianca sulla pelle di bionda che il mare e il sole avevano un poco adombrato; e la sottoveste con l’ampia ragnatela di trine in fondo che dava già un che di volante e di misterioso all’alta figura; e la scelta delle scarpe che sembrano nulla, quasi una appendice perché destinate al l’ultima parte del corpo, e in vece significano tanto per tut ta la persona. Ma prima delle scarpe, la scelta di un abiti no che andasse bene, per co lore e per foggia, secondo gli umori del tempo e la luce, dell’atmosfera, nuvolosa o splendente, ma, soprattutto, secondo lo stato d’animo di chi doveva indossarlo. Ogni vestito è un pezzo d’anima.
E se il tout de míªme, qua lunque fosse il colore, non an dava bene per quella sera, la scelta di una gonna, per lo più abbastanza lunga perché la facesse ancora più snella, e di una blusa: vaporosa o aderente, una blusa che, con la scusa di coprire il petto â— che ella sapeva assai ben for mato â— di fatto lo mettesse in evidenza.
Ogni vestito è un pezzo d’anima. La fidanzata scende va con questa oscura convin zione nel locale che stava da vanti all’albergo e si metteva a ballare col fidanzato, anche lui completamente vestito.
In quel locale di lusso, pro teso a palafitta sul mare, anzi con la pretesa di simulare la tolda di una grande nave, pie na di lumi, i più ballavano o sostavano intorno ai tavoli an cora seminudi, in costume da bagno: o per prendere il fre sco anche nelle ore tarde della sera in quell’afa di un’esta te che non finiva mai o, sem plicemente, per stordirsi â— fra suoni e bevute â— e non esser nessuno.
Lei era sicura che presto gli sguardi di tutti, uomini e donne, si sarebbero rivolti verso la coppia o le poche coppie vestite. Era tranquilla in questa sua sicurezza, di cui poi le importava fino a un certo punto.
Ma di fatto avveniva così: quel fiocco nero sulla chioma di bionda, quelle ginocchia strette sotto la gonna quando, dopo il ballo, si metteva a sedere su una sedia, quella blusa che faceva indovinare il corpo senza svelarlo, atti ravano l’attenzione degli uo mini, e anche delle donne, più che le nudità ancor non sazie di apparire indifese sotto le luci artificiali della notte. E – quel che più le importava – era di sentire che in quei momenti non solo i desideri ma anche i pensieri del fidan zato erano più suoi.
*
|| sua rivincita. Usavano, nel pomeriggio, â– tali re alle loro pensioni (abitavano, secondo l’antica Imanza, il fidanzato e la fi-danzata, in due pensioni di ¬’ti se) per prepararsi alle pas- irggiate o al ballo, e vestirsi. Vestendosi, lei ritrovava se ••essa. Era curiosa questa im- ” align=”left” height=”1135″ hspace=”7″ width=”179″>Declinando l’estate, aveva no scoperto un altro locale che corrispondeva meglio ai loro gusti.
Dove il mare si infrange fra gli scogli, un po’ fuori della città, c’erano alcune ba racche per bagni, un piccolo ristorante, non più sulla sab bia ma su una specie di ponte in cemento armato. E quel locale, mezzo rustico e mez zo mondano, confinava con la campagna. Si udiva, mentre nel piccolo ristorante i due fidanzati sorbivano una bibi ta o gustavano un gelato, il chicchiolìo di due galline, il chicchirichì di un gallo. E pro prio davanti al ristorante, sot to la tettoia di paglia, l’estro so proprietario del locale, amante della caccia, aveva messo una gabbia d’uccelli.
C’erano merli e tordi, e due ghiandaie, e anche una gazza, ma le ghiandaie leticavano sempre, mandando ogni tan to quel grido lungo e strasci cato che si ode nei boschi, i due fidanzati vi andavano ogni tanto, alternando quel posto quasi campestre coi lo cali di lusso.
Un pomeriggio che il cielo s’era fatto nuvoloso e faceva presentire ancor meglio la fi ne dell’estate, mentre stavano tutti e due seduti a prendere un sorbetto, la fidanzata ebbe modo di osservare a lungo la gazza. Nera la lunghissima coda e la schiena, con un razzo bianco sulle ali e sul petto, il corpo snello e astu to, il becco nero e prepotente, la gazza ladra prendeva vo lentieri dalle mani dei clienti una moneta luccicante, la por tava in giro, salendo fuggiti va e misteriosa, fra i ponti celli legnosi della gabbia poi la riponeva, anzi la na scondeva, lesta lesta, col bec co e coi piedi, in mezzo alle bucce del mangime.
Fu un baleno: la fidanzata pensò, in un attimo, che il giuoco del l’amore era in fon do lo stesso: svelare e non concedere, far balenare per un momento qualche cosa che, sulla scia del desiderio, appa riva abbagliante e misterioso, e poi nasconderlo per farlo valere di più.
A questo pensiero sorrise e insieme chiuse gli occhi. E subito, con gli occhi della immaginazione, mentre il fidanzato le sedeva accanto, vide le sere d’autunno che si avvicinavano, quelle più fitte e più lunghe dell’inverno, sentì l’ombra lunga dei monti che si incupivano e poi si imbiancavano di neve, laggiù, nella casa di provincia, nel salottino, vicino al caminetto.
E fu sicura che lì il loro amore si sarebbe acceso anche di più.