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Brava Santanchè. Questo è parlar chiaro

21 Ottobre 2013

Il termine di “traditore” adoperato ieri da Daniela Santanchè non è affatto lo stesso termine che la costituzione usa nel prevedere per esso la messa in stato d’accusa del nostro presidente della repubblica.

Il Pd vorrebbe gettare fumo negli occhi e convincerci che si tratti, invece, di vilipendio (hanno dimenticato ciò che fecero all’innocente presidente Giovanni Leone!) e che quindi la parlamentare del Pdl vada punita. Lo stesso Napolitano, ricordo, ha chiesto più volte che sia eliminato dal nostro codice penale il reato di vilipendio al capo dello Stato, il quale, infatti, non è mai stato una divinità repubblicana, e tanto meno lo è oggi che, come ricorda la Santanchè con verità ineccepibile, non è arbitro ma giocatore in campo e a pro di una idea politica che corrisponda soltanto alla sua. Il modo in cui sono nati i governi Monti e Letta la dice lunga sull’agire in trasparenza e correttezza costituzionale del nostro capo di Stato, e già più di una voce si è levata a rimarcarne il ruolo bizzarro ed estroso. Non lo hanno rimarcato invece tutti coloro che qualche giorno fa scesero in piazza per difendere la costituzione e si dimenticarono a bella posta di citare tra coloro che abusano dei poteri assegnatigli, proprio il capo dello Stato. Ricordo ancora una volta il silenzio in proposito del presidente emerito della corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, il quale, per la sua autorità e per la sua influenza sulla sinistra, avrebbe potuto fermare questo inquietante dilagare dei poteri, così come avrebbe potuto puntualmente arrestare la proliferazione dei vari Ernst Janning, i quali proprio perché vi è totale acquiescenza al loro comportamento si sono permessi in più di una sentenza autorevole (la sentenza Esposito della cassazione e la sentenza Quaranta della consulta, fra tutte) di fare della nostra costituzione un vero e proprio chewing-gum.

La Santanchè non è una mestierante, ossia non è una che si adegua facilmente all’andazzo dei nostri tempi per non perdere la poltrona e il potere che ne deriva. Il suo focoso temperamento può o non può piacere, ma la parlamentare dice ciò che pensa e non ha riguardi per nessuno, nemmeno per il capo di Stato allorché ritiene (e ne avanza le motivazioni) che egli non si sia comportato correttamente nei confronti di Silvio Berlusconi.

Altri, magari giuristi insigni, preferiscono, per questioni addirittura più importanti, starsene rincantucciati per paura di non so che cosa (ritorsioni accademiche, emarginazioni nelle istituzioni, paura della reazione dei partiti protettori?), ma la Santanchè si fa forte di quella che considera la sua verità e non ne teme la difesa.

Quello che dispiace è che gli   invertebrati del Pdl, non abituati a dire pane al pane e vino al vino, ne prendano le distanze, sentendosi colpiti nella loro fragile natura, mentre dovrebbero imparare ad essere più battaglieri, poiché solo se gli avversari si affrontano a muso duro, essi ci temeranno. Veniamo alle accuse della Santanchè.  Vi ricordate le promesse fatte da Oscar Luigi Scalfaro a Berlusconi, quando nel 1994 pretese, sulla scorta di quel fasullo avviso di garanzia, le sue dimissioni? Berlusconi lasciò il governo solo quando Scalfaro promise che di lì a poco, una volta realizzati 3 o 4 precisi punti di programma, avrebbe sciolto il parlamento e indetto nuove elezioni.

Invece le cose andarono per le lunghe. Lamberto Dini, chiamato a sostituire Berlusconi al governo, realizzati in pochi mesi i 3 o 4 punti del programma (ma si veda il mio “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”, dove quel periodo è reso con abbondanti dettagli), di concerto con Scalfaro cominciò ad aggiungerne altri, uno alla volta, a mano a mano che il precedente fosse concluso. Berlusconi, intanto, ricordava continuamente a Scalfaro la sua promessa, ma Scalfaro faceva orecchie da mercante, e sicuramente godeva nel prendersi gioco dell’odiato nemico. Finché di questo disgustoso andazzo non si stancò Fausto Bertinotti, che pose una specie di altolà, e quando si cercò di tergiversare, tagliò corto e tolse la fiducia al governo Dini. Ma Scalfaro era intanto riuscito nel suo intento e aveva fatto maturare le condizioni affinché alle elezioni, che si tennero nella primavera del 1996, vincesse la sinistra guidata da Romano Prodi.

Non v’è dubbio che sta accadendo oggi ciò che accadde nel 1994. Per avere Berlusconi proposto la formula delle larghe intese, accettate infine dal Pd, dopo i tentativi goffi di Bersani di allearsi con i grillini, non ci può non essere stato un contatto tra l’insoddisfatto Napolitano (che ha sempre patito i grillini come un orzaiolo negli occhi) e Berlusconi, affinché avanzasse una proposta di governabilità insieme con il Pd. E la disponibilità di Berlusconi non può essere stata gratis, così come non lo fu nel 1994. Ciò che richiedeva era una pacificazione generale che facesse scomparire dalla scena politica l’odio tra i due più importanti partiti alternativi. Ciò significava anche che la magistratura dovesse seguire per Berlusconi il percorso ordinario che si riserva ad ogni cittadino e non quello tutto speciale  frutto di un odio viscerale cumulatosi nel corso del ventennio.

Invece sono accaduti fatti che hanno dell’orripilante, se misurati ai tempi ordinari della nostra magistratura. In pochi mesi, nel processo Mediaset, si sono consumati i passaggi di secondo e terzo grado, che di regola impiegano anni (ho in corso una causa iniziata nel 1995 e che avrà la prima udienza in appello nella primavera del 2016!) e ogni altro provvedimento che lo riguardi sta correndo ad una velocità che supera quella della famosa lepre Speedy Gonzales.

Un altro esempio di pacificazione mancata e per la quale Napolitano non si è mosso, riguarda l’applicazione retroattiva della legge Severino. Non vi è dubbio che se Napolitano avesse voluto spendere una parola a favore di Berlusconi, il Pd non si sarebbe sottratto alla richiesta del Pdl di chiedere sulla materia il parere della consulta. Invece niente, ed oggi tocca al morbidone Angelino Alfano alzare la voce nei confronti del Pd (qui) e chi sa che non si mettano a ridergli dietro le spalle.

Dove sbaglia dunque la Santanchè? Come dovrebbe agire? Lasciare che il fuoco acceso consumi la vittima?
Se tutti nel Pdl fossero come la Santanchè il Pdl non sarebbe ridotto alla condizione di servaggio di oggi. I vari molluschi avrebbero preso il largo per altri nascondigli, ma il partito avrebbe guadagnato in rispetto e autorevolezza.

Fedele Confalonieri l’altro ieri ha accusato Berlusconi di non essere stato più cinico e più cattivo. È ciò che vado scrivendo da tanto tempo. Perciò la Santanchè fa bene ad agire così. È la sola donna che si comporti da uomo nel Pdl. E quel che Paragone recrimina a Berlusconi di non avere, ce l’ha la pitonessa, e in dose così imponente che i cosiddetti maschi del Pdl ritengono opportuno prenderne con precipitosa fuga le distanze.


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6 Comments

  1. Commento by ennio — 21 Ottobre 2013 @ 12:02

    Purtroppo non è un romanzo e neanche una partita a risiko.  
    La Santanchè non ha mai avuto uno straccio di idea politica, sta solo lì a fare la star. Certamente nella mia attività non ho certo bisogno di lei.

  2. Commento by Giuseppe — 21 Ottobre 2013 @ 12:47

    Bene, ennio. E’ la tua (legittima) opinione. La mia è diametralmente opposta e, per quanto riguarda la mia attività, ti assicuro che non sento alcun bisogno di una Rosy Bindi.

  3. Commento by ennio — 21 Ottobre 2013 @ 13:10

    .. cosa centra la Rosi Bindi? … dovrebbe riflettere qualche secondo prima di rispondere per stizza!

  4. Commento by zarina — 21 Ottobre 2013 @ 14:58

    Sig. Giuseppe, ma non lo sa che le sole idee   politiche riconosciute   sono   quelle del pensiero unico?   Tra un po’ faranno anche una legge ad hoc.

  5. Commento by Giuseppe — 21 Ottobre 2013 @ 15:33

    Purtroppo è così, Zarina. Ma se per un verso sono costretto a subirlo, dall’altro non mi piegherò mai a questo criptocomunismo, conseguenza nefasta della deviazione oncologica del democristanismo.

  6. Commento by ennio — 21 Ottobre 2013 @ 17:53

    Le posso assicurare di non avere mai messo una croce su di una “falce e martello”, mai!. Sono stato anticomunista anche quando questo poteva comportare qualche bel cazzotto sul viso.  
    Lasci stare il comunismo, a meno che non si debba credere che non conosca il significato della parola.

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