di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 18 luglio 1969]
Monaco, luglio.
M’è successo, una sera di pioggia. Venuto nel cuore della vecchia città, subii l’at trattiva d’un nome. Come se il tedesco, a Roma, si lascias se suggestionare, pur sapendo che sta per diventare la vit tima d’una impresa commer ciale, dai simboli che paiono garantirgli la chiave per pe netrare nella romanità espres sa nella sua pienezza. Un’oste ria di Trastevere, popolaresca e tuttavia elegante come una stampa; oppure uno di quei ristoranti, fra il Palatino e i mercati traianei, coi camerieri vestiti da antichi romani, i quali servono cibi dal menù definiti antichi: mero vino, intingoli pepati, formaggi caprigni.
Il nome della birreria a tre piani â— uno terreno e altri due sopra, col graduale pas saggio dalla birra come nu trimento quotidiano, all’altro della birra come gioia a cui abbandonarsi â— l’avevo negli orecchi. Nastri bianco-azzurri, stendardi e figurazioni di ani mali. Ohibò, mi dicevo salen do l’ampia scala di pietra consunta, sopravanzato da fe staioli più svelti di me. Ohibò, dove sono capitato, e a qua le spettacolo dovrò assistere, stasera.
Invece, fosse per un ritor no di pioggia uggiosa di là dalle finestre, o per il senso di vuoto che, all’avvicinarsi della notte, s’avverte nelle città straniere, continuavo a salire la scala. « Avanti, più su » m’ordinò, quasi avesse intuito la mia incertezza, im perioso e sornione, con allu sioni quasi peccaminose negli occhi umidi, il guardiano solenne del primo piano. Io volevo dare uno sguardo a quella parte secondaria del lo cale, già più pretenziosa di quella terrena. Forse, tentavo di convincermi che non esiste vano ragioni plausibili per seguitare a salire. Sedermi lì, cenare, e poi in albergo, a dormire. Non dovevo la sciarmi attrarre dal fragore in arrivo dall’alto: una cupola sonora, si sarebbe detto, so vrastante l’edificio. Sarebbe stato più dignitoso. Il gigan te però, superbo dell’unifor me, del berretto, dei bottoni metallici, dei galloni, del ven tre dilatato, m’ingiunse peren torio e subdolo di continua re la salita. L’uomo ammiccò, un vero lenone, e io obbedii, senza chiedermi quali piaceri, e di che genere, mi promet teva.
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Chiesa, circo equestre, ma neggio per i cavalli, teatro di massa: immagini d’origine varia mi tentarono. L’onda sonora degli ottoni, il lucci chio degli strumenti, le calze bianche, i calzoni corti, le bretelle dei suonatori, là in fondo sul palcoscenico, mi re spinsero. La guardarobiera aveva però già sfilato il so prabito alla mia compagna e a me. Entrammo, proprio mentre i bandisti, senza smet tere di suonare, alzavano il gotto da un litro.
Siamo nell’ovvio, mi ripe tevo; ho ceduto, e, anziché salire al terzo piano d’un edi ficio vecchiotto, sono preci pitato nella Germania devota, quasi in modo polemico, con astio nordico, ai distillati del luppolo; nell’imbroglio turisti co: partecipo a un rito, risa puto e noioso già prima di averlo sperimentato.
Intendiamoci: conoscevo già le birrerie tedesche, talvolta così intime: per esempio, quelle che hanno al centro una pista dove si muovono cavalli normanni, sui quali salgono donne non più gio vani e grasse, liete di dare spettacolo di sé, non sospetto se d’apparire grottesche, sod disfatte di fare ridere la clien tela. Le conoscevo da tempo, le birrerie; mi ci ero seduto durante altri viaggi, nella Ber lino distrutta del ’48, dove discesi per assistere alle ope razioni del ponte aereo; nel l’Amburgo, nella Francoforte, nella Colonia: tutte città in rovina, subito dopo la guer ra. E m’era piaciuto, in tali occasioni, la bonarietà pacifi ca provocata dalla birra, la sonnolenza che alla fine sopraggiunge, e che pesa prima sulle palpebre per poi inva dere tutto il corpo.
Ora, invece, penetravo in una specie d’invenzione sce nica, non priva di foschi ri chiami storici, per esempio, quello di Hitler e dei suoi accoliti coi quali, appunto in locali del genere, amava riu nirsi prima d’andare al potere. Dunque, non era il caso d’indietreggiare. Un altro gigante spinse me e mia moglie, quasi avvertisse, se non la nausea che provavamo, la nostra incertezza pudica. In casi del genere, c’è la risorsa della passività. Ah, voi vi divertite a ingurgitare gotti da un litro, non la smettete con i vostri prosit, vi abbracciate; sfacciatamente correte ad alleggerirvi alle toelette? Ebbene, vi osserveremo inerti, e domani, rivivendo questi istanti, vi giudicheremo e opporremo Bacco a Gambrinus, il bicchiere centellinato al gotto tirato giù.
Dunque, siedo, aspetto la cena ordinata sbadatamente, non partecipo, non chiedo una bottiglia di vino rosso, come hanno fatto alcuni ironici francesi; accetto il litro di cer vogia chiara, il pane nero e umido, le Weisswürste, la se nape. Non m’alzo, non ballo, non canto, non mi dondolo, dopo aver passato il mio sot to il braccio d’un vicino sco nosciuto che, invece, lo vor rebbe.
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L’occhio, prima neutralizza to dalla sonorità che mi ave va costretto a concentrarmi nell’udito, comincia a distin guere. Su un lato, c’è una nu merosa comitiva americana, di cui fanno parte un negro as sai dignitoso e una giovane negra. Sul lato opposto â— spontaneo, negli stranieri, se dersi ai tavoli laterali, forse per non sentirsi dentro la be vuta collettiva â— un gruppo di veneti. Avevo avuto il sen so d’un che di familiare; alla fine, m’ero accorto che si trattava d’una intrusione medi terranea; di gente appunto sa lita dalle Venezie; giovani d’ambo i sessi, di giusta com plessione fisica. Mi succedeva di provare il sollievo sentito, quando, nella visita alla bella Pinacoteca di Monaco, ero passato dalle sale del Quattro cento tedesco, in quelle dove sono i Tiziano, i Tintoretto e i Raffaello. Allora, avevo avuto l’impressione che la luce si stendesse lieve sui volti del le persone ritratte, senza insi stenza veristica di artisti de gni come Michael Pacher o Hans Pletdenwurff, tanto per citare quelli che ricordo.
I veneti sono gai senza ab bandono, disposti alla gioia con lievità. Il venditore di ro se che s’aggira fra i tavoli â— un meridionale alto e bruno – scopre la compagnia degli italiani, azzarda segni di com plicità, ma, accortosi che i veneti non vogliono spendere un pfenning per le loro ra gazze, s’allontana, mi rivolge uno sguardo senza speranza, come per significare: « Non imbrogliamoci tra noi ».
I veneti bevono, alzano il gotto, ma la loro allegria è inadeguata. Attraggono tutta via l’attenzione, anche se bal lando non eccedono. L’espres sività italiana prevale, dànno senza volerlo spettacolo. La gente aspetta qualcosa: « Ah – forse pensa â— sono arri vati i comici dal sud; guar date come sono belli e agili. Perché non cominciano? ».
C’è un’intesa fra me e il fioraio. « Quante smancerie » ci diciamo con gli occhi am miccando ai tedeschi che in clinano nel sentimentale. Ma intanto irrompono sulla pista gli americani, dei quali uno, sui settant’anni, si rivela infa ticabile ballerino, deciso a far fare un giro a tutte le donne della compagnia, con riguardo speciale alla negra, per impar tire ai tedeschi una lezione priva di richiami al passato, solo didattica: un buon esem pio. C’è, nel ballerino, la vo lontà di offrire una buona idea dell’America e una di mostrazione di tolleranza raz ziale.
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Addio caro, ha l’aria di gri dare l’instancabile vecchio, ap pena sfiora il negro elegan te, forse un medico, un inge gnere, che, a sua volta, con distacco, ha invitato a bal lare una compagna di viag gio, bionda, slavata, muoven dosi però senza enfasi, sicuro di sé. « Chissà â— mi dico â— che anche lui non sappia che un tempo Hitler, in que sta sala, bevendo birra, spie gava i suoi propositi di ge nocidio ».
Appena gli americani tor nano al loro tavolo lungo il muro, i musicanti, con in te sta il trofeo grottesco, che, al posto dell’aquila, ha una gran de Weisswürste, circondano gli stranieri e suonano Happy birth day to you, per poi ri partirsene, ora guidati da un vecchio americano, alto e di gnitoso come un siou, il quale, salito sul palcoscenico, accetta il cappello verde, la bacchetta e dirige serissimo, professora le, la marcia dei marines.
Le note schiettamente mi litari â— non un ballabile mili tarizzato â— eccitano tutti e pochi restano seduti, ma gli americani sono già tutti sulla pista e fanno il treno tenen dosi in fila per i fianchi. La folla li stringe, non danza: ormai, ballonzola.
Siamo nell’ovvio, nell’arte diventata elemento per rendere gradevole la vita applicata ai consumi quotidiani, benefi ca all’anima e al corpo, come sanno esserlo la birra e le salsicce di vitello e lardo. Arte di suonare, di cantare, di bere, di dondolarsi. E’ arte anche l’abilità con cui le kellerine â— un po’ su negli anni â— portano fino a dieci gotti serrandoli al petto nudo, gonfio. E’ arte di mescolarsi, gio vani e vecchi, belli e brutti, alti e bassi, grassi e magri. Incanalato dal ritmo della mu sica, tutto, alla fine, si riordi na; marciano insieme, non ballano più, e forse neanche si chiedono a chi obbedisca no e dove vadano.