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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Nella birra

19 Novembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 18 luglio 1969]

Monaco, luglio.


M’√® successo, una sera di pioggia. Venuto nel cuore della vecchia citt√†, subii l’at ¬≠trattiva d’un nome. Come se il tedesco, a Roma, si lascias ¬≠se suggestionare, pur sapendo che sta per diventare la vit ¬≠tima d’una impresa commer ¬≠ciale, dai simboli che paiono garantirgli la chiave per pe ¬≠netrare nella romanit√† espres ¬≠sa nella sua pienezza. Un’oste ¬≠ria di Trastevere, popolaresca e tuttavia elegante come una stampa; oppure uno di quei ristoranti, fra il Palatino e i mercati traianei, coi camerieri vestiti da antichi romani, i quali servono cibi dal men√Ļ definiti antichi: mero vino, intingoli pepati, formaggi caprigni.

Il nome della birreria a tre piani √Ę‚ÄĒ uno terreno e altri due sopra, col graduale pas ¬≠saggio dalla birra come nu ¬≠trimento quotidiano, all’altro della birra come gioia a cui abbandonarsi √Ę‚ÄĒ l’avevo negli orecchi. Nastri bianco-azzurri, stendardi e figurazioni di ani ¬≠mali. Ohib√≤, mi dicevo salen ¬≠do l’ampia scala di pietra consunta, sopravanzato da fe ¬≠staioli pi√Ļ svelti di me. Ohib√≤, dove sono capitato, e a qua ¬≠le spettacolo dovr√≤ assistere, stasera.

Invece, fosse per un ritor ¬≠no di pioggia uggiosa di l√† dalle finestre, o per il senso di vuoto che, all’avvicinarsi della notte, s’avverte nelle citt√† straniere, continuavo a salire la scala. ¬ę Avanti, pi√Ļ su ¬Ľ m’ordin√≤, quasi avesse intuito la mia incertezza, im ¬≠perioso e sornione, con allu ¬≠sioni quasi peccaminose negli occhi umidi, il guardiano solenne del primo piano. Io volevo dare uno sguardo a quella parte secondaria del lo ¬≠cale, gi√† pi√Ļ pretenziosa di quella terrena. Forse, tentavo di convincermi che non esiste ¬≠vano ragioni plausibili per seguitare a salire. Sedermi l√¨, cenare, e poi in albergo, a dormire. Non dovevo la ¬≠sciarmi attrarre dal fragore in arrivo dall’alto: una cupola sonora, si sarebbe detto, so ¬≠vrastante l’edificio. Sarebbe stato pi√Ļ dignitoso. Il gigan ¬≠te per√≤, superbo dell’unifor ¬≠me, del berretto, dei bottoni metallici, dei galloni, del ven ¬≠tre dilatato, m’ingiunse peren ¬≠torio e subdolo di continua ¬≠re la salita. L’uomo ammicc√≤, un vero lenone, e io obbedii, senza chiedermi quali piaceri, e di che genere, mi promet ¬≠teva.

*

Chiesa, circo equestre, ma ¬≠neggio per i cavalli, teatro di massa: immagini d’origine varia mi tentarono. L’onda sonora degli ottoni, il lucci ¬≠chio degli strumenti, le calze bianche, i calzoni corti, le bretelle dei suonatori, l√† in fondo sul palcoscenico, mi re ¬≠spinsero. La guardarobiera aveva per√≤ gi√† sfilato il so ¬≠prabito alla mia compagna e a me. Entrammo, proprio mentre i bandisti, senza smet ¬≠tere di suonare, alzavano il gotto da un litro.

Siamo nell’ovvio, mi ripe ¬≠tevo; ho ceduto, e, anzich√© salire al terzo piano d’un edi ¬≠ficio vecchiotto, sono preci ¬≠pitato nella Germania devota, quasi in modo polemico, con astio nordico, ai distillati del luppolo; nell’imbroglio turisti ¬≠co: partecipo a un rito, risa ¬≠puto e noioso gi√† prima di averlo sperimentato.

Intendiamoci: conoscevo gi√† le birrerie tedesche, talvolta cos√¨ intime: per esempio, quelle che hanno al centro una pista dove si muovono cavalli normanni, sui quali salgono donne non pi√Ļ gio ¬≠vani e grasse, liete di dare spettacolo di s√©, non sospetto ¬≠se d’apparire grottesche, sod ¬≠disfatte di fare ridere la clien ¬≠tela. Le conoscevo da tempo, le birrerie; mi ci ero seduto durante altri viaggi, nella Ber ¬≠lino distrutta del ’48, dove discesi per assistere alle ope ¬≠razioni del ponte aereo; nel ¬≠l’Amburgo, nella Francoforte, nella Colonia: tutte citt√† in rovina, subito dopo la guer ¬≠ra. E m’era piaciuto, in tali occasioni, la bonariet√† pacifi ¬≠ca provocata dalla birra, la sonnolenza che alla fine sopraggiunge, e che pesa prima sulle palpebre per poi inva ¬≠dere tutto il corpo.

Ora, invece, penetravo in una specie d’invenzione sce ¬≠nica, non priva di foschi ri ¬≠chiami storici, per esempio, quello di Hitler e dei suoi accoliti coi quali, appunto in locali del genere, amava riu ¬≠nirsi prima d’andare al potere. Dunque, non era il caso d’indietreggiare. Un altro gigante spinse me e mia moglie, quasi avvertisse, se non la nausea che provavamo, la nostra incertezza pudica. In casi del genere, c’√® la risorsa della passivit√†. Ah, voi vi divertite a ingurgitare gotti da un litro, non la smettete con i vostri prosit, vi abbracciate; sfacciatamente correte ad alleggerirvi alle toelette? Ebbene, vi osserveremo inerti, e domani, rivivendo questi istanti, vi giudicheremo e opporremo Bacco a Gambrinus, il bicchiere centellinato al gotto tirato gi√Ļ.

Dunque, siedo, aspetto la cena ordinata sbadatamente, non partecipo, non chiedo una bottiglia di vino rosso, come hanno fatto alcuni ironici francesi; accetto il litro di cer ¬≠vogia chiara, il pane nero e umido, le Weissw√ľrste, la se ¬≠nape. Non m’alzo, non ballo, non canto, non mi dondolo, dopo aver passato il mio sot ¬≠to il braccio d’un vicino sco ¬≠nosciuto che, invece, lo vor ¬≠rebbe.

*

L’occhio, prima neutralizza ¬≠to dalla sonorit√† che mi ave ¬≠va costretto a concentrarmi nell’udito, comincia a distin ¬≠guere. Su un lato, c’√® una nu ¬≠merosa comitiva americana, di cui fanno parte un negro as ¬≠sai dignitoso e una giovane negra. Sul lato opposto √Ę‚ÄĒ spontaneo, negli stranieri, se ¬≠dersi ai tavoli laterali, forse per non sentirsi dentro la be ¬≠vuta collettiva √Ę‚ÄĒ un gruppo di veneti. Avevo avuto il sen ¬≠so d’un che di familiare; alla fine, m’ero accorto che si trattava d’una intrusione medi ¬≠terranea; di gente appunto sa ¬≠lita dalle Venezie; giovani d’ambo i sessi, di giusta com ¬≠plessione fisica. Mi succedeva di provare il sollievo sentito, quando, nella visita alla bella Pinacoteca di Monaco, ero passato dalle sale del Quattro ¬≠cento tedesco, in quelle dove sono i Tiziano, i Tintoretto e i Raffaello. Allora, avevo avuto l’impressione che la luce si stendesse lieve sui volti del ¬≠le persone ritratte, senza insi ¬≠stenza veristica di artisti de ¬≠gni come Michael Pacher o Hans Pletdenwurff, tanto per citare quelli che ricordo.

I veneti sono gai senza ab ¬≠bandono, disposti alla gioia con lievit√†. Il venditore di ro ¬≠se che s’aggira fra i tavoli √Ę‚ÄĒ un meridionale alto e bruno – scopre la compagnia degli italiani, azzarda segni di com ¬≠plicit√†, ma, accortosi che i veneti non vogliono spendere un pfenning per le loro ra ¬≠gazze, s’allontana, mi rivolge uno sguardo senza speranza, come per significare: ¬ę Non imbrogliamoci tra noi ¬Ľ.

I veneti bevono, alzano il gotto, ma la loro allegria √® inadeguata. Attraggono tutta ¬≠via l’attenzione, anche se bal ¬≠lando non eccedono. L’espres ¬≠sivit√† italiana prevale, d√†nno senza volerlo spettacolo. La gente aspetta qualcosa: ¬ę Ah – forse pensa √Ę‚ÄĒ sono arri ¬≠vati i comici dal sud; guar ¬≠date come sono belli e agili. Perch√© non cominciano? ¬Ľ.

C’√® un’intesa fra me e il fioraio. ¬ę Quante smancerie ¬Ľ ci diciamo con gli occhi am ¬≠miccando ai tedeschi che in ¬≠clinano nel sentimentale. Ma intanto irrompono sulla pista gli americani, dei quali uno, sui settant’anni, si rivela infa ¬≠ticabile ballerino, deciso a far fare un giro a tutte le donne della compagnia, con riguardo speciale alla negra, per impar ¬≠tire ai tedeschi una lezione priva di richiami al passato, solo didattica: un buon esem ¬≠pio. C’√®, nel ballerino, la vo ¬≠lont√† di offrire una buona idea dell’America e una di ¬≠mostrazione di tolleranza raz ¬≠ziale.

*

Addio caro, ha l’aria di gri ¬≠dare l’instancabile vecchio, ap ¬≠pena sfiora il negro elegan ¬≠te, forse un medico, un inge ¬≠gnere, che, a sua volta, con distacco, ha invitato a bal ¬≠lare una compagna di viag ¬≠gio, bionda, slavata, muoven ¬≠dosi per√≤ senza enfasi, sicuro di s√©. ¬ę Chiss√† √Ę‚ÄĒ mi dico √Ę‚ÄĒ che anche lui non sappia che un tempo Hitler, in que ¬≠sta sala, bevendo birra, spie ¬≠gava i suoi propositi di ge ¬≠nocidio ¬Ľ.

Appena gli americani tor ¬≠nano al loro tavolo lungo il muro, i musicanti, con in te ¬≠sta il trofeo grottesco, che, al posto dell’aquila, ha una gran ¬≠de Weissw√ľrste, circondano gli stranieri e suonano Happy birth day to you, per poi ri ¬≠partirsene, ora guidati da un vecchio americano, alto e di ¬≠gnitoso come un siou, il quale, salito sul palcoscenico, accetta il cappello verde, la bacchetta e dirige serissimo, professora ¬≠le, la marcia dei marines.

Le note schiettamente mi ¬≠litari √Ę‚ÄĒ non un ballabile mili ¬≠tarizzato √Ę‚ÄĒ eccitano tutti e pochi restano seduti, ma gli americani sono gi√† tutti sulla pista e fanno il treno tenen ¬≠dosi in fila per i fianchi. La folla li stringe, non danza: ormai, ballonzola.

Siamo nell’ovvio, nell’arte diventata elemento per rendere gradevole la vita applicata ai consumi quotidiani, benefi ¬≠ca all’anima e al corpo, come sanno esserlo la birra e le salsicce di vitello e lardo. Arte di suonare, di cantare, di bere, di dondolarsi. E’ arte anche l’abilit√† con cui le kellerine √Ę‚ÄĒ un po’ su negli anni √Ę‚ÄĒ portano fino a dieci gotti serrandoli al petto nudo, gonfio. E’ arte di mescolarsi, gio ¬≠vani e vecchi, belli e brutti, alti e bassi, grassi e magri. Incanalato dal ritmo della mu ¬≠sica, tutto, alla fine, si riordi ¬≠na; marciano insieme, non ballano pi√Ļ, e forse neanche si chiedono a chi obbedisca ¬≠no e dove vadano.


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Bart