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Moderati, contro la sinistra c’è un cartello

19 Novembre 2013

di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 19 novembre 2013)

Non c’è nulla in comune tra lo strappo di Gianfranco Fini dal Pdl e la scissione lanciata da Alfano. Berlusconi ha cambiato il finale della rottura con l’erede designato e, invece di andare allo scontro frontale, ha preso tutti in contropiede. Ha rinculato preparandosi a un rilancio. Non ha rinnegato il figlio ingrato ma ha invece lasciato apertissima la porta per una futura alleanza elettorale.

Non ha rotto, ma ha tenuto dentro tutti: chi rimane, chi forse non sta più e chi non è mai stato (Lega) nella strana maggioranza, i governativi e gli antigovernativi, chi non vede l’ora di far rotolare il governo e chi spera ancora nella grande riforma costituzionale, chi vuole riprovarci con le primarie e chi si affida solo al leader maximo. Tutti pronti per tornare uniti nel cartello dei moderati contro le sinistre, non appena verrà il momento di ripresentarsi davanti agli elettori. Un cartello pigliatutto che facilmente si allungherà centimetro dopo centimetro verso il centro dopo l’uscita da Scelta Civica dei «cattolici » guidati da Mario Mauro.

In questo modo Berlusconi lascia che i governativi puntellino il governo, scrollandosi di dosso la responsabilità per una sua eventuale caduta. Anche se Forza Italia passerà all’opposizione, i numeri per Letta saranno garantiti. E, dall’opposizione, il Cavaliere potrà incalzare con maggiore vigore il suo popolo, giocando fino in fondo la partita populista verso i delusi dall’approccio incrementale della grande coalizione. Verso i moltissimi che non ne possono più dei «professionisti della politica » e di una politica lenta «che non decide mai ». Potrà fare le pulci a Letta, sui provvedimenti economici e non solo, lasciando ai diversamente berlusconiani l’onore delle seggiole e l’onere di sostenerlo. Mentre il Pd continuerà a soffrire la contraddizione tra le alte aspirazioni riformiste declamate nelle mozioni congressuali e la pratica del compromesso permanente.

Il proto-cartello dei moderati, prima ancora che premessa per una futura alleanza elettorale, è peraltro un necessario accorgimento per tenere insieme le giunte comunali e regionali a cui nessuno dei partner, per ragioni varie, può rinunciare. Dopotutto anche il centrodestra ha una struttura territoriale da mantenere e serbatoi di voti da preservare.

L’unica incognita, in questo quadro, è la tempistica. A un certo punto Berlusconi non potrà che giocare il tutto per tutto, provando ancora una volta a vincere le elezioni. Sa che per farlo o darlo a intendere avrà bisogno di una coalizione di taglia larga, come nel 2001 in cui stravinse e nel 2006 in cui perse per poco. Mettendo insieme, per l’appunto, «tutti i moderati contro le sinistre » e cavalcando ancora una volta il mito della rimonta all’ultimo minuto. A quel punto gli stracci non voleranno più. Nessuna «testa di rapa », nessun «stalinista », nessun «estremista ». Non si sbraca più, si ritorna in famiglia.

Certo, Berlusconi sta per uscire dall’arena parlamentare e anagraficamente è nella fase finale della sua esperienza politica, ma potrebbe ancora al prossimo giro essere il grande manovratore grazie a un accordo, forse già in atto, con Alfano, giocando su un mix di modernizzazione (forse le primarie magari tra Fitto, Alfano e Tosi) e di operazione nostalgia (il ritorno a Forza Italia e il richiamo imperituro alla lotta per la libertà). Con una federazione-ombrello tra partiti piccoletti che sommati insieme fanno la differenza.

In queste condizioni il centrosinistra non può dormire sonni tranquilli. Anzi, non può permettersi nessun tipo di errore. Matteo Renzi, da ieri vincitore indiscusso tra gli iscritti, ha davanti una sfida bella grossa. La spinta propulsiva della rottamazione e di una leadership fuori dai giochi a questo punto si è consumata. Dal 9 dicembre, dovrà dimostrare che insieme a una buona dose di contagioso entusiasmo, ha pure una strategia, una squadra e una coalizione.

Se dovesse a un certo punto farsi largo il dubbio che il ricambio di cui è portabandiera è messo nelle mani di dilettanti allo sbaraglio o di politici arciconsumati disposti a tutto pur di salire sul carro, che non è in grado di dirigere un’orchestra altrettanto articolata, il «cartello dei moderati », che ora appare la ridotta del leader al tramonto, potrebbe rivelarsi l’ennesimo colpo vincente del Cavaliere. Nel Pd, d’altro canto, ci sarà sicuramente qualcuno pronto a dargli una mano.


Morto che cammina
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 19 novembre 2013)

Dei tre partiti che tengono in vita il governo di Enrico Letta, due si sono spaccati e scissi e il terzo si prepara a celebrare delle primarie che dovrebbero incoronare segretario un tizio che ha come esigenza prioritaria quella di liquidare le larghe intese e puntare a diventare il candidato premier della sinistra in elezioni da tenere entro primavera.

In aggiunta a questi dati, larghi settori del partito che è diventato la forza egemone super maggioritaria della coalizione di governo ha deciso, per esigenze di visibilità legate alla competizione delle primarie, di affiancare il Movimento Cinque Stelle nel chiedere la testa del ministro della Giustizia, che non solo ricopre un dicastero chiave per la vita dell’Esecutivo ma è anche la punta di lancia di quel “Partito del presidente” che rappresenta il primo e principale puntello del governo di Enrico Letta. Rispetto ad un quadro così chiaro qualcuno si ostina ancora a chiedersi se la scissione della componente alfaniana dal Popolo della Libertà abbia rafforzato o meno la stabilità di governo.

Che lo faccia il segretario del Partito Democratico, Guglielmo Epifani, rallegrandosi della spaccatura del centrodestra è comprensibile. Fa il suo mestiere e sarebbe stravagante se si comportasse in maniera diversa. Ma che lo facciano autorevoli commentatori dei grandi giornali è per un verso risibile e per l’altro fin troppo indicativo del livello insopportabile di mistificazione raggiunta dall’informazione nazionale politicamente corretta. Quella che tenta di nascondere la bocciatura secca della legge di stabilità compiuta dalla Commissione economica europea. Quella che inneggia all’annuncio di Letta e Saccomanni della ormai prossima uscita dalla crisi e tenta di nascondere in tutti i modi che la recessione si aggrava e che il Paese è ormai sull’orlo del collasso.

Quella che a parole non può fare a meno di disprezzare le larghe intese sull’esempio di Enrico Letta ma che nei fatti, sempre sull’esempio del Presidente del Consiglio, si ostina a bollare sprezzantemente chiunque abbia il coraggio di denunciare il fallimento dell’attuale Esecutivo e il suo totale asservimento alla linea imposta dall’ordine nuovo europeo imposto da Berlino con l’epiteto di populista eversore ed antieuropeista. Questa ostinazione nel non riconoscere che il governo è un morto che cammina non è solo un segno di omologazione ed asservimento al politicamente corretto dei poteri forti. È anche e soprattutto un modo ottuso e controproducente di tentare di esorcizzare la presa d’atto che l’autobus di Letta è arrivato al capolinea e che non può andare oltre a meno di non fare un testacoda e distruggere definitivamente il Paese.

Con questo comportamento strumentale e mistificatorio i media asserviti vorrebbero convincere l’opinione pubblica che il passaggio dalle larghe intese a quelle ristrette è solo una ritirata strategica per ricompattare il fronte e che la guerra contro la crisi continua. Ma la maggioranza dei cittadini non cade nella trappola. Sente puzzo di 8 settembre e di tracollo a breve. E non è detto che questa volta subisca passivamente il tradimento della classe dirigente e che non decida di liberarsi una volta per tutte dai mistificatori, dagli imbroglioni, dai venduti e dagli incapaci.


No al burqa, Santanchè rischia un mese di cella
di Enrico Lagattolla
(da “il Giornale”, 19 novembre 2013)

Davanti al giudice, nell’inconsueta veste di testimone e imputato, l’onorevole Daniela Santanché spiega perché andò a prendersi gli spintoni davanti al teatro Ciak di Milano, in occasione della fine del Ramadan, nell’ormai lontano settembre 2009.

«Volevo capire se era rispettata la legge italiana che vieta di andare in giro a volto coperto (la norma degli anni ’70 era a tutela dell’ordine pubblico, ndr), e ho visto decine di donne con quella specie di progione ambulante che è il burqa ». Solo che l’iniziativa le costò un colpo al costato, venti giorni di prognosi, un’accusa di manifestazione non autorizzata, e un processo che è arrivato alle battute finali. E ieri, il vpo – il magistrato onorario che solitamente sostituisce il pm nei dibattimenti di poco conto – è arrivato alla richiesta di condanna. Un mese di arresto e cento euro di ammenda per la «pitonessa », e 2mila euro di multa per Ahmed El Badry, l’egiziano che colpì la parlamentare allo sterno, mandandola al pronto soccorso.

E a ben vedere, qualcosa stona nella proporzione fra una sanzione pecuniaria per il reato di lesioni (benché lievissime) e un mese di carcere (ancorché sospeso) per non aver comunicato alla questura entro i termini di legge l’intenzione di organizzare una manifestazione di piazza. Ma tant’è, questo è il codice. Un’accusa di lesioni guaribili in venti giorni è materia da giudice di pace e viene punita con una multa, mentre per l’accusa di manifestazione non autorizzata è prevista la reclusione fino a sei mesi. E Daniela Santanché – in aula come testimone per il colpo subito da Ahmed El Badry e come imputata per il sit-in anti-burqa – rischia di uscire dal processo con una condanna peggiore del suo aggressore. Nonostante per quest’ultimo il giudice abbia chiesto di non riconoscere le attenutanti generiche né la provocazione, sostenendo – bontà sua – che non si può parlare di provocazione per un pugno sferrato «a una persona che esprime le sue opinioni ».

«Mentre ci insultavano e minacciavano – ricorda la parlamentare in aula -, cercavo di dire che non eravamo lì per provocare. Poi a un certo punto quel signore con il braccio ingessato mi ha dato un pugno e mi sono accasciata ». Ha quindi spiegato di aver raccolto nonostante tutto l’invito a entrare nel teatro «per vedere qual era la condizione delle loro donne ». Una volta all’interno, però, ha preferito non fermarsi a lungo: «Ho pensato fosse meglio uscire prima che potessero accadere altre cose spiacevoli ». Ma per la manifestazione, era stato chiesto il nulla osta? Santanché ha spiegato che all’interno del Movimento per l’Italia – da lei fondato in quei mesi – erano altre le persone deputate a simili incombenze, di aver comunque telefonato al prefetto per avvisarlo delle sue intenzioni qualche giorno prima del 20 settembre, e di aver telefonato lei stessa al questore nel giorno della protesta. Se è abbastanza, lo deciderà il giudice. Il prossimo 2 dicembre, la sentenza.


Cancellieri isolata, l’addio a un passo
di Anna Maria Greco
(da “il Giornale”, 19 novembre 2013)

Roma – Ormai è un coro, dal Pd. Un tiro al bersaglio. Quelle telefonate di Anna Maria Cancellieri ai Ligresti sono state «totalmente inopportune », come dice il responsabile Giustizia Danilo Leva.
E aggiunge, significativamente, che le dimissioni «si danno e non si chiedono ».
Insomma, sia il ministro della Giustizia a togliere «Quirinale e Palazzo Chigi dall’imbarazzo », per usare il tweet del Dem Dario Ginefra.

Stasera alle otto e un quarto il capogruppo Pd a Montecitorio Roberto Speranza ha convocato l’assemblea e si scopriranno le carte: la mozione di sfiducia annunciata da Pippo Civati (in aggiunta a quella del M5S, che sarà votata domani) costringe gli altri candidati alle primarie, in testa Matteo Renzi e poi Gianni Cuperlo e Gianni Pittella, ad arrivare alle estreme conseguenze dopo aver criticato duramente il ministro. O a tuffarsi in un mare di incoerenza per fedeltà di partito. Civati raccomanda: «Firmate in tanti ».

I renziani, comunque, continuano a far pressing. «Il Pd ascolti il disagio della base sulla vicenda Cancellieri », chiede Debora Serracchiani. Per Paolo Gentiloni la Guardasigilli dovrebbe fare il passo indietro prima della riunione di stasera. Altrimenti, ci vorrebbe un pronunciamento per sollecitare Enrico Letta a muoversi in questo senso. Ma il segretario Guglielmo Epifani vorrà arrivare a questa resa dei conti? E lo stesso premier non preferirà sacrificare la Cancellieri per evitare contraccolpi sul governo e spaccature troppo profonde nel Pd?

Il Financial Times dà per sicuro che le dimissioni arriveranno prima del voto di domani sulla mozione alla Camera. Cita fonti di governo, le stesse che ufficialmente a metà giornata confermano la fiducia di Palazzo Chigi nel ministro, «a meno che non emergano elementi nuovi nel caso Ligresti ». Per ora, il quadro sarebbe «immutato ». Nulla è cambiato, conferma il ministro centrista Mario Mauro.

Eppure, anche Massimo D’Alema corregge il tiro: se la Guardasigilli fosse indagata, ci sarebbe «un problema di opportunità: questa novità cambierebbe lo scenario e richiederebbe al ministro un atto di responsabilità ».

Non bastano a rasserenare il clima le dichiarazioni arrivate poco dopo dai pm torinesi, che si lavano le mani dalla faccenda dicendo che la Guardasigilli non è indagata da loro, ma trasmettono le carte a Roma, unica competente territorialmente per indagarla se si individuasse un reato nell’interrogatorio del 22 agosto a Via Arenula.

Quello stesso termine ripetuto ormai come un mantra sulle telefonate ai Ligresti, «inopportune », lo usa perfino Mario Monti che della Cancellieri è stato lo sponsor e ora lascia il punto interrogativo su come voterà con il gruppo di Sc sulla mozione.

Sul blog di Beppe Grillo Paolo Becchi chiede l’impeachment di Giorgio Napolitano, perché la fiducia confermata alla Cancellieri è «un’ulteriore picconata » alla Costituzione. E la Lega chiede non solo la testa della Guardasigilli, ma la caduta dell’intero governo.

A difendere il ministro rimane il centrodestra, unito nelle due anime di Fi e Ncd. Angelino Alfano, «confortato » dalle ultime notizie, ribadisce il sostegno. Renato Brunetta attacca i leader Pd che vogliono «presentarsi al congresso con gli scalpi di Berlusconi e della Cancellieri ». Libertà di voto, invece, ai FdI e Giorgia Meloni chiede alla Cancellieri «un passo indietro prima di arrivare alla conta in Parlamento ».


Cancellieri: se il ministro fosse un giudice
di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 19 novembre 2013)

Il ministro Cancellieri ripete di non aver interferito in alcun modo con il procedimento a carico della famiglia Ligresti e sostiene che la segnalazione delle precarie condizioni di salute di Giulia Ligresti era motivata da ragioni umanitarie, proprio come negli altri 110 casi simili di cui si sarebbe occupata personalmente. Giustificazioni ipocrite e giuridicamente infondate.

La non interferenza. Certamente non fu un’interferenza diretta; anche perché la Procura e i Gip di Torino l’avrebbero cacciata a scopate. Ma indiretta sì, eccome: a cosa altro sarebbero serviti gli accertamenti promossi dal Dap? Nessuno avrebbe potuto scarcerare Giulia Ligresti se non il Gip, previo parere della Procura; dunque la certificazione medica richiesta da Cancellieri avrebbe dovuto essere trasmessa alla magistratura per indurla a nuove valutazioni. Non è un’interferenza (tentata) questa?

Ma, dice Cancellieri, si trattava di compiti istituzionali del ministero, veri e propri atti d’ufficio. Ne ha promossi altri 110 analoghi, dice. 110 errori. Perché il ministro non si occupa dei singoli cittadini ma dell’organizzazione  del sistema; agli utenti, per i casi concreti, provvedono i funzionari. Se non fosse così, i cittadini sarebbero divisi in due categorie: quelli che sono in qualche rapporto con il ministro e di cui egli si occupa personalmente; e tutti gli altri, di cui si occupano i funzionari. Qualcuno ha dei dubbi circa il fatto che i primi si troverebbero in una condizione privilegiata? E questo indipendentemente dal fatto che i provvedimenti adottati siano giusti o meno; gli amici del ministro godrebbero comunque di una strada privilegiata. Per questo gli atti d’ufficio nell’interesse di amici, prima delle riforme pelose volute da tutta la classe politica, erano considerati reato: interesse privato in atti d’ufficio, si chiamava.

Va bene, ma ormai… Però il dovere di astensione nei casi di “gravi ragioni di convenienza” rimane. E Cancellieri informazioni sul punto ce le aveva in casa: è il suo ministero a promuovere le azioni disciplinari nei confronti dei magistrati che non lo rispettano; le sentenze di condanna (in casi molto meno  rilevanti del suo) gliele avrebbe potute fornire uno qualsiasi dei suoi ispettori.

Sentenza 114/2008 – “Configura illecito disciplinare la condotta del magistrato che ometta di astenersi in procedimenti in cui presti l’attività di difensore un avvocato con il quale il proprio figlio intrattenga rapporti di stabile collaborazione, e sebbene l’avvocato non abbia tratto alcun vantaggio dall’omessa astensione, poiché detta situazione mette in pericolo il requisito dell’imparzialità dell’esercizio della funzione giurisdizionale”.

Ordinanza N. 81/2010 – “Configura illecito disciplinare, per consapevole inosservanza dell’obbligo di astensione, la condotta del pm che proceda alla trattazione di un processo in cui il difensore di un imputato sia stato anche suo difensore. La previsione dell’astensione per ‘gravi ragioni di convenienza‘ risponde all’esigenza di preservare il valore della imparzialità e di impedire che influenze personali possano alterare il corso della giustizia. Inoltre la situazione di conflitto di interessi rende plausibile sostenere, con conseguente discredito per il prestigio dell’ordine giudiziario e dello stesso magistrato, la volontà di compiacere o favorire il professionista, pur se le scelte processuali siano tecnicamente ineccepibili”.

Questi precedenti sono stati scelti tra moltissimi. Perché nel primo si fa riferimento al “figlio” del magistrato: il suo rapporto di lavoro con l’avvocato difensore avrebbe dovuto indurre il giudice ad astenersi. Proprio il caso di Cancellieri, il cui figlio aveva lavorato con Ligresti. E, nel secondo, si menziona un rapporto professionale con l’avvocato difensore, caso evidentemente molto meno coinvolgente di un rapporto di amicizia personale ventennale, come rivelato dallo stesso ministro. In entrambi i casi poi, si spiega chiaramente come non abbia nessuna importanza che l’interferenza abbia comportato  conseguenze non illecite: è il valore dell’imparzialità e il prestigio del magistrato (quello di un ministro avrà almeno valore equivalente?) che l’astensione deve preservare; l’eventuale illecito – ci mancherebbe altro – è sanzionato a livello penale.

C&C la smettano di ciurlare nel manico: i magistrati sono condannati disciplinarmente, il loro ministro si porti a casa quantomeno la sfiducia politica.


Intercettazioni: perché Sel e Pd chiedono quello che respingono per se stessi?
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 19 novembre 2013)

Il centrodestra , in Puglia, ha chiesto le dimissioni di Nichi Vendola per via della telefonata intercettata e abusivamente pubblicata sui giornali. Quella col portavoce dei padroni dell’Ilva nella quale Nichi si prendeva gioco di un giornalista che aveva denunciato le morti per tumore. Sel e il Pd hanno respinto la richiesta. Sel e una parte del Pd però chiedono ora le dimissioni della ministra Cancellieri per via di quell’altra telefonata nella quale la Cancellieri prometteva alla mamma della giovane Ligresti (colpita da anoressia) che si sarebbe impegnata per farla liberare. Il centrodestra ha respinto indignato la richiesta.

C’è qualcosa che non va. La nostra opinione la sapete: è inaudito che i Pm, distribuendo ai giornali le intercettazione che gli pare e piace, decidano le sorti della politica italiana. E dunque né Vendola né Cancellieri devono dimettersi. Però è logico che ci sia chi ha una opinione diversa dalla nostra e pensa che un politico sfiorato da un dubbio o da una intercettazione debba dimettersi. Il problema nasce quando i vari schieramenti politici oscillano tra l’una e l’altra di queste due posizioni, a seconda di chi sia il personaggio cascato in trappola. E’ veramente un po’ sconcio il fatto che centrodestra e centrosinistra – dichiarando la loro repulsione ad avere dei principi fermi – chiedano per gli avversari quello che respingono per se stessi. E che il centrodestra super-garantista per Cancellieri sia forcaiolo per Vendola e viceversa. Sì sconcio: la parola giusta è quella lì. E una cosa sola è certa: nel Parlamento italiano nessuno è garantista.


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Bart