di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, sabato 9 agosto 1969]
Salgono dalla pianura, siedono ai tavoli esterni dei caf fè recentemente aperti, leggo no i libriccini dalla copertina fra il rosso e il giallo spenti, spesso hanno con sé una ra gazza pensierosa. Dapprima, non si capisce come mai, poi, cogliendo un’allusione, diven ta chiaro che la ossessionano facendola soffrire le sorti del genere umano.
Alcuni s’allontanano dal borgo, rimontano pigri le val li appenniniche dove fra il ’43 e il ’45 ci fu la guerra partigiana. Giovani barbuti e sognanti si fermano a osser vare il terreno; ricordano gli ufficiali inglesi paracadutati venticinque anni fa, i quali, appena giù, si mettevano a studiare se era possibile, in una pastura, un campo per i lanci notturni di materiale.
Ora, gli ultimi pastori dai declivi spiano, e, notato un ragazzo estatico, le gambe in crociate, una statua, si chie dono: « Che cerca? Prega o dorme? Non sarà un cacciato re che osserva gli uccelli prima dell’apertura? ». E spesso aggiungono: « Ma, quello, io lo conosco: è il figlio di… ». E mormorano il nome d’un compaesano emigrato, e che d’estate invia i figli sui monti, non a studiare il terreno adat to alla guerriglia, né a meditare in posizione di yoga, ma – che ingenuo â— perché si ristabiliscano con l’aria buona.
« Proprio lì â— narra qualcuno avvicinando un solitario – nell’autunno del ’43, dopo l’armistizio, avvenne il primo scontro, fra noi â— si era al l’inizio â— che allora eravamo detti gli sbandati, i fuori leg ge, o magari i badogliani, e i militi della guardia repub blicana venuti da Reggio… Là, furono fucilati i primi ra gazzi… ».
Loro, i solitari, tacciono im bronciati.
«Che non gliene importi? » si chiede colui che, non più giovane, ha tentato di toglier si ancora una volta la soddi sfazione di raccontare i fatti di venticinque anni fa.
« Non sarete mica invidio si? » sussurra.
Il solitario è come non udis se. Torna a sedersi al caffè, apre il libriccino, sfoglia svogliato i giornali con le foto grafie spaziali. Rimanda tutto – lo so â— a un futuro imprecisabile, quando l’Emilia sarà una Bolivia, fantastican do di scendere dai monti in città guidato da un capo (Castro o il Che) per sconfiggere un nemico (un sergente batista, un colonnello) che intanto, quasi per soddisfare il desiderio di rinnovamento o forse d’avventura dei nuovi eremiti estivi, si sia impadronito del potere. Allora sì che le azioni sognate in vacanza, se guendo le tracce dei libricci ni, o ispirandosi al pensiero d’un capo lontanissimo, po tranno essere sviluppate. Le immagini di questa estasi di venterebbero finalmente reali, il languore si scioglierebbe. Quando, però? Perché avve nisse subito, domani, darebbero la giovinezza, testimonian za d’una spontaneità traso gnata, lieve.
La vendetta
In un paese dell’Appennino emiliano â— ne scesero, il se colo scorso, i miei parenti materni â— la gente, quella notte di luglio, non vide l’atterrag gio di Armstrong e di Aldrin sulla Luna. Le poche famiglie che v’abitano s’accinsero inva no alla veglia. Sedie, poltrone, divani, brande erano già di sposte; invece, all’improvviso, il video si rabbuiò.
Ecco la spiegazione. Per essere la valle lunga e stret ta, gli abitanti hanno modo di godersi la televisione per me rito d’un ripetitore clandesti no, regolato da un borgo a monte. Ora, tra le due popo lazioni, esiste un astio dovuto al fatto che i montanari del borgo più in alto vissero nei secoli scorsi di pastorizia; quelli del borgo a valle, d’a gricoltura.
« L’avete vista, voi, la Lu na? » chiesero la mattina do po i pastori ai contadini, sa liti per qualche loro necessità. E ridevano, spiegando che lo ro l’avevano vista benissimo, e che era stato un fatto ecce zionale, da doversi vergognare chi non l’avesse seguito sul vi deo e invece fosse andato a dormire.
« Noi â— risposero gli esclu si â— possiamo avere sbagliato in qualcosa. Non aver pagato, per esempio, tutto quello che vi si doveva. Avreste potuto chiamarci avari, ma voi in che modo meritereste d’essere chiamati, ora? Pastori foste pastori rimanete. A meno che, non sappiate neanche leggere i giornali, com’è possibile, e ci avete tolta la comunicazione, in questo caso, senza malizia: solo, per ignoranza ».
Per via della luna
Domenica 20 luglio: nella biglietteria della stazione di Firenze, c’era molto caldo. In partenza per Milano, m’innervosivo. Con i treni, spesso in ritardo a causa delle vacanze, avrei assistito all’allunaggio?
E se all’improvviso i ferrovieri scioperassero? Anelavo al la camera d’albergo, già pre notata, con pronta la televi sione, davanti alla quale mi sarei seduto dopo una cena leggera. E se il treno in arri vo fosse tutto esaurito? E se mi impedissero di salirvi per ché sprovvisto dello scontri no della prenotazione obbli gatoria? Così, m’avvicinai al lo sportello dove appunto si prenota.
Una donna calabrese sui settant’anni, grassa, alta, di forte ossatura e la fronte schiacciata, chiedeva umil mente all’impiegato un posto, per la fine del mese.
« No » le rispose l’uomo evasivo. Tutti i posti di se conda sui treni della Calabria già presi. E non guardava la interlocutrice che chiese, sem pre remissiva, per quale gior no semmai ci fosse posto, in seconda, s’intende. E rideva quasi pensasse che qualcuno la credesse in grado d’andare in prima.
« No » ribatté l’impiegato di là dal banco. « Solo dopo Ferragosto… ». Un velo di sarcasmo velava la sua voglia non capii di che: forse di sghignazzare.
« Sia pure, dopo il 16 » dis se la calabrese.
Allora, l’impiegato sfiorò con le dita certi tasti d’una macchina che al tocco s’ac cesero: assente però, essendo svanito perfino il suo desi derio nascosto di ridere della viaggiatrice delle Calabrie. ‘Ah, sì’, forse diceva fra sé ‘volete andare in vacanza? E quegli altri che, lassù, stan no per sbarcare, tanto per di vertirsi sulla Luna? Io solo ho l’obbligo di restare qui?’.
Sopraggiunti alle sue spal le, due anziani coniugi ame ricani dal volto arrossato e dai capelli d’argento, osser varono incuriositi la lentissi ma manovra. La guida, pro curatagli dall’albergo e scelta apposta per dare risalto alla validità fisica dei forestieri, intanto cercava di giustifica re l’inerzia impiegatizia ita liana, con un sorriso.
« E’ così » gli disse la ca labrese rassegnata senza ran core però, quasi bovina.
« E’ così » riecheggiò la mi sera guida sudaticcia che ag giunse, guardando in alto, co me se di là dal soffitto ve desse il cielo e l’Apollo 11 manovrarvi agile, svelto, « da voi è diverso; tutto a macchina: zan, zan… ». Allargò servile le braccia.
Anch’io, quando mi rivolsi all’impiegato per prenotare, non mi vidi guardato. I suoi occhi si posarono su di me, però m’attraversarono quasi fossi trasparente, per poi smarrirsi dietro qualche pensiero: un improvviso ricordo di altre estati, un proposito da affermare il suo diritto, un’idea vendicativa, chissà.
In ascensore
Toccai il tasto del pianter reno; però un giovane sui venticinque anni s’insinuò nella portiera, che interruppe l’automatica tendenza delle due ante mobili a combacia re. Di media statura, biondic cio, coi calzoni di tela chia ra, una maglia verde. Mi rin graziò come se io, e non l’elettronica, gli avessi permes so d’entrare. In lui, era la trepidanza ch’è delle donne dopo una lunga e accurata seduta davanti allo specchio nel boudoir o, per meglio di re, nel bagno. Non insistetti però ad osservarlo, tenuto conto dei tempi, ma, guardan do, proprio per darmi un con tegno, in basso, m’accorsi che era scalzo, e che i suoi piedi erano rosei.
« Forse » mi dissi appena l’ascensore si fermò e lui sgu sciò via « mi sono sbagliato. Calzerà pianelle, sandali in visibili… ». Invece, allungan do lo sguardo, constatai che era proprio scalzo e che già sfiorava cauto le pietre, in estate tiepide, del marciapie de di via Veneto.
Anche a Berlino, in giugno vidi ragazzi e ragazze scalzi, davanti alla Kaiser Wilhelm Gedächtniskirche, incapsulata nelle architetture vitree del nuovo tempio. Però erano al legri, sciamannati, bonari co me il professore che li guida va: cinquantenne grasso, in maniche di camicia, coi cal zoni di lana spessa, calze di cotone grosso, i sandali frateschi.