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LETTERATURA: I MAESTRI: Emozioni e pensieri

21 Novembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 9 agosto 1969]

Salgono dalla pianura, siedono ai tavoli esterni dei caf ¬≠f√® recentemente aperti, leggo ¬≠no i libriccini dalla copertina fra il rosso e il giallo spenti, spesso hanno con s√© una ra ¬≠gazza pensierosa. Dapprima, non si capisce come mai, poi, cogliendo un’allusione, diven ¬≠ta chiaro che la ossessionano facendola soffrire le sorti del genere umano.

Alcuni s’allontanano dal borgo, rimontano pigri le val ¬≠li appenniniche dove fra il ’43 e il ’45 ci fu la guerra partigiana. Giovani barbuti e sognanti si fermano a osser ¬≠vare il terreno; ricordano gli ufficiali inglesi paracadutati venticinque anni fa, i quali, appena gi√Ļ, si mettevano a studiare se era possibile, in una pastura, un campo per i lanci notturni di materiale.

Ora, gli ultimi pastori dai declivi spiano, e, notato un ragazzo estatico, le gambe in ¬≠crociate, una statua, si chie ¬≠dono: ¬ę Che cerca? Prega o dorme? Non sar√† un cacciato ¬≠re che osserva gli uccelli prima dell’apertura? ¬Ľ. E spesso aggiungono: ¬ę Ma, quello, io lo conosco: √® il figlio di… ¬Ľ. E mormorano il nome d’un compaesano emigrato, e che d’estate invia i figli sui monti, non a studiare il terreno adat ¬≠to alla guerriglia, n√© a meditare in posizione di yoga, ma – che ingenuo √Ę‚ÄĒ perch√© si ristabiliscano con l’aria buona.

¬ę Proprio l√¨ √Ę‚ÄĒ narra qualcuno avvicinando un solitario – nell’autunno del ’43, dopo l’armistizio, avvenne il primo scontro, fra noi √Ę‚ÄĒ si era al ¬≠l’inizio √Ę‚ÄĒ che allora eravamo detti gli sbandati, i fuori leg ¬≠ge, o magari i badogliani, e i militi della guardia repub ¬≠blicana venuti da Reggio… L√†, furono fucilati i primi ra ¬≠gazzi… ¬Ľ.

Loro, i solitari, tacciono im ­bronciati.

¬ęChe non gliene importi? ¬Ľ si chiede colui che, non pi√Ļ giovane, ha tentato di toglier ¬≠si ancora una volta la soddi ¬≠sfazione di raccontare i fatti di venticinque anni fa.

¬ę Non sarete mica invidio ¬≠si? ¬Ľ sussurra.

Il solitario √® come non udis ¬≠se. Torna a sedersi al caff√®, apre il libriccino, sfoglia svogliato i giornali con le foto ¬≠grafie spaziali. Rimanda tutto – lo so √Ę‚ÄĒ a un futuro imprecisabile, quando l’Emilia sar√† una Bolivia, fantastican ¬≠do di scendere dai monti in citt√† guidato da un capo (Castro o il Che) per sconfiggere un nemico (un sergente batista, un colonnello) che intanto, quasi per soddisfare il desiderio di rinnovamento o forse d’avventura dei nuovi eremiti estivi, si sia impadronito del potere. Allora s√¨ che le azioni sognate in vacanza, se ¬≠guendo le tracce dei libricci ¬≠ni, o ispirandosi al pensiero d’un capo lontanissimo, po ¬≠tranno essere sviluppate. Le immagini di questa estasi di ¬≠venterebbero finalmente reali, il languore si scioglierebbe. Quando, per√≤? Perch√© avve ¬≠nisse subito, domani, darebbero la giovinezza, testimonian ¬≠za d’una spontaneit√† traso ¬≠gnata, lieve.

La vendetta

In un paese dell’Appennino emiliano √Ę‚ÄĒ ne scesero, il se ¬≠colo scorso, i miei parenti materni √Ę‚ÄĒ la gente, quella notte di luglio, non vide l’atterrag ¬≠gio di Armstrong e di Aldrin sulla Luna. Le poche famiglie che v’abitano s’accinsero inva ¬≠no alla veglia. Sedie, poltrone, divani, brande erano gi√† di ¬≠sposte; invece, all’improvviso, il video si rabbui√≤.

Ecco la spiegazione. Per essere la valle lunga e stret ¬≠ta, gli abitanti hanno modo di godersi la televisione per me ¬≠rito d’un ripetitore clandesti ¬≠no, regolato da un borgo a monte. Ora, tra le due popo ¬≠lazioni, esiste un astio dovuto al fatto che i montanari del borgo pi√Ļ in alto vissero nei secoli scorsi di pastorizia; quelli del borgo a valle, d’a ¬≠gricoltura.

¬ę L’avete vista, voi, la Lu ¬≠na? ¬Ľ chiesero la mattina do ¬≠po i pastori ai contadini, sa ¬≠liti per qualche loro necessit√†. E ridevano, spiegando che lo ¬≠ro l’avevano vista benissimo, e che era stato un fatto ecce ¬≠zionale, da doversi vergognare chi non l’avesse seguito sul vi ¬≠deo e invece fosse andato a dormire.

¬ę Noi √Ę‚ÄĒ risposero gli esclu ¬≠si √Ę‚ÄĒ possiamo avere sbagliato in qualcosa. Non aver pagato, per esempio, tutto quello che vi si doveva. Avreste potuto chiamarci avari, ma voi in che modo meritereste d’essere chiamati, ora? Pastori foste pastori rimanete. A meno che, non sappiate neanche leggere i giornali, com’√® possibile, e ci avete tolta la comunicazione, in questo caso, senza malizia: solo, per ignoranza ¬Ľ.

Per via della luna

Domenica 20 luglio: nella biglietteria della stazione di Firenze, c’era molto caldo. In partenza per Milano, m’innervosivo. Con i treni, spesso in ritardo a causa delle vacanze, avrei assistito all’allunaggio?

E se all’improvviso i ferrovieri scioperassero? Anelavo al ¬≠la camera d’albergo, gi√† pre ¬≠notata, con pronta la televi ¬≠sione, davanti alla quale mi sarei seduto dopo una cena leggera. E se il treno in arri ¬≠vo fosse tutto esaurito? E se mi impedissero di salirvi per ¬≠ch√© sprovvisto dello scontri ¬≠no della prenotazione obbli ¬≠gatoria? Cos√¨, m’avvicinai al ¬≠lo sportello dove appunto si prenota.

Una donna calabrese sui settant’anni, grassa, alta, di forte ossatura e la fronte schiacciata, chiedeva umil ¬≠mente all’impiegato un posto, per la fine del mese.

¬ę No ¬Ľ le rispose l’uomo evasivo. Tutti i posti di se ¬≠conda sui treni della Calabria gi√† presi. E non guardava la interlocutrice che chiese, sem ¬≠pre remissiva, per quale gior ¬≠no semmai ci fosse posto, in seconda, s’intende. E rideva quasi pensasse che qualcuno la credesse in grado d’andare in prima.

¬ę No ¬Ľ ribatt√© l’impiegato di l√† dal banco. ¬ę Solo dopo Ferragosto… ¬Ľ. Un velo di sarcasmo velava la sua voglia non capii di che: forse di sghignazzare.

¬ę Sia pure, dopo il 16 ¬Ľ dis ¬≠se la calabrese.

Allora, l’impiegato sfior√≤ con le dita certi tasti d’una macchina che al tocco s’ac ¬≠cesero: assente per√≤, essendo svanito perfino il suo desi ¬≠derio nascosto di ridere della viaggiatrice delle Calabrie. ‚ÄėAh, s√¨’, forse diceva fra s√© ‚Äėvolete andare in vacanza? E quegli altri che, lass√Ļ, stan ¬≠no per sbarcare, tanto per di ¬≠vertirsi sulla Luna? Io solo ho l’obbligo di restare qui?’.

Sopraggiunti alle sue spal ¬≠le, due anziani coniugi ame ¬≠ricani dal volto arrossato e dai capelli d’argento, osser ¬≠varono incuriositi la lentissi ¬≠ma manovra. La guida, pro ¬≠curatagli dall’albergo e scelta apposta per dare risalto alla validit√† fisica dei forestieri, intanto cercava di giustifica ¬≠re l’inerzia impiegatizia ita ¬≠liana, con un sorriso.

¬ę E’ cos√¨ ¬Ľ gli disse la ca ¬≠labrese rassegnata senza ran ¬≠core per√≤, quasi bovina.

¬ę E’ cos√¨ ¬Ľ riecheggi√≤ la mi ¬≠sera guida sudaticcia che ag ¬≠giunse, guardando in alto, co ¬≠me se di l√† dal soffitto ve ¬≠desse il cielo e l’Apollo 11 manovrarvi agile, svelto, ¬ę da voi √® diverso; tutto a macchina: zan, zan√Ę‚ā¨¬¶ ¬Ľ. Allarg√≤ servile le braccia.

Anch’io, quando mi rivolsi all’impiegato per prenotare, non mi vidi guardato. I suoi occhi si posarono su di me, per√≤ m’attraversarono quasi fossi trasparente, per poi smarrirsi dietro qualche pensiero: un improvviso ricordo di altre estati, un proposito da affermare il suo diritto, un’idea vendicativa, chiss√†.

In ascensore

Toccai il tasto del pianter ¬≠reno; per√≤ un giovane sui venticinque anni s’insinu√≤ nella portiera, che interruppe l’automatica tendenza delle due ante mobili a combacia ¬≠re. Di media statura, biondic ¬≠cio, coi calzoni di tela chia ¬≠ra, una maglia verde. Mi rin ¬≠grazi√≤ come se io, e non l’elettronica, gli avessi permes ¬≠so d’entrare. In lui, era la trepidanza ch’√® delle donne dopo una lunga e accurata seduta davanti allo specchio nel boudoir o, per meglio di ¬≠re, nel bagno. Non insistetti per√≤ ad osservarlo, tenuto conto dei tempi, ma, guardan ¬≠do, proprio per darmi un con ¬≠tegno, in basso, m’accorsi che era scalzo, e che i suoi piedi erano rosei.

¬ę Forse ¬Ľ mi dissi appena l’ascensore si ferm√≤ e lui sgu ¬≠sci√≤ via ¬ę mi sono sbagliato. Calzer√† pianelle, sandali in ¬≠visibili… ¬Ľ. Invece, allungan ¬≠do lo sguardo, constatai che era proprio scalzo e che gi√† sfiorava cauto le pietre, in estate tiepide, del marciapie ¬≠de di via Veneto.

Anche a Berlino, in giugno vidi ragazzi e ragazze scalzi, davanti alla Kaiser Wilhelm Gedächtniskirche, incapsulata nelle architetture vitree del nuovo tempio. Però erano al ­legri, sciamannati, bonari co ­me il professore che li guida ­va: cinquantenne grasso, in maniche di camicia, coi cal ­zoni di lana spessa, calze di cotone grosso, i sandali frateschi.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart