di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 24 ottobre 1969]
Il problema del…
Il problema dell’eccessiva produzione del burro nei pae si del Mercato comune… Il problema del Terzo mondo… Il problema dell’esperienze prematrimoniali… Raro il col lega che non inizi il suo pez zo senza un «problema del… » La problematicità è diventata uno stimolo al lavoro. Subito dopo l’ultima guerra, chi la vorava nei giornali, eccitato di poterlo fare liberamente, accettò come regola aurea quella del «dove », «quan do », « chi », desunta dal gior nalismo anglosassone e in spe cie nordamericano. Garanzia d’un avvio realistico che dà la possibilità d’attrarre subito l’attenzione dei lettori.
Dopo ventiquattr’anni, è di ventata d’obbligo la proble maticità invece del riferimen to a fatti concreti, a circo stanze reali, a qualcosa d’u mano. Non vi rinuncia nean che Mina, appena da pro grammi tipo Canzonissima, vuole passare al teatro. Ogni cantante è convinta d’attrarre Strehler appena s’impegni pro blematicamente.
La patente di problematici tà ormai è necessaria nei sa lotti, negli uffici studi azien dali, nei partiti, nei confessio nali, nel quale ultimo ambien te s’ha più il senso del pro blema in sé (dell’adulterio, del furto, dell’assassinio magari) che del peccato come entità spirituale. Tutti problematici: dai dissidenti fiorentini del l’Isolotto ai lions mondani.
Chi sa: cominciare un arti colo (Ohibò! meglio dire un saggio) o un discorso (me glio parlare d’intervento) con un « Problema del » offre la scelta fra molte possibilità: l’ingresso in qualche consi glio d’amministrazione, un ma trimonio vantaggioso, una re lazione galante e come si di ce ora « affettuosa » (specie se, dopo nove mesi, nasce un bambino), un seggio di depu tato o di senatore. Né esiste, posto il problema, alcun im pegno di risolverlo.
Gli storici
Adam Wandruszka, lo sto rico che molti italiani conoscono e apprezzano per il « Pietro Leopoldo » », giunse a Firenze verso la fine dello scorso settembre. Era di pas saggio. Appena c’incontram mo, avvertii in lui una lieve eccitazione; supposi che deri vasse dalla stanchezza, poi mi chiesi: « E se invece si sentisse felice d’essere giunto nella città che, studiata, forse ha finito con apparirgli ir reale? ». Veniva da Salerno, dove si era spinto per un con vegno di studi; mi parlava di amici suoi e miei che avrebbe visto in un altro convegno, il giorno dopo, a Lerici.
Cenammo in una trattoria, sotto la pergola, appena in collina. L’aria era mite. La città, in quel punto, ingan na; sembra quasi finire senza che la campagna sia imbrut tita dai palazzi che, di solito, sono l’avanguardia dello svi luppo urbanistico, almeno in Italia. Nell’ombra, intrave devamo cipressi, platani, ol mi, acacie, olivi, vigne e altre piante. Un viale che saliva dolcemente, sul fianco del ri storante, creava illusioni agre sti. Noi lo sapevamo che por tava al Belvedere ma non lo dicevamo. E sapevamo anche che allungando lo sguardo, di là dalle fronde, nell’opposta direzione, avremmo scorto la lunosità cittadina, il campa nile di Santa Croce, coperto di stuoie per via dei restauri, e, simile a una torre per il lancio d’un qualche satellite, infine, le quattro colonne ro buste e insieme eleganti della torre della Signoria.
Invece fingemmo unanimi d’essere lontani dalla città. Non era però la fittizia quiete a essere la causa di quella fe licità che dall’ospite si comu nicava a noi commensali. A un certo punto, mi chiesi se quell’inizio di gioia effimera non fosse il frutto d’una sod disfazione tutta intellettuale. Mi pareva d’averne la prova appena Wandruszka pronun ciava il nome di qualche sto rico italiano col quale si era trovato a discorrere il giorno prima fra Amalfi e Salerno. Certo, dev’essere bello, mi di ceva sentirsi dentro un uni verso nel quale valgano solo i valori della cultura. Incontri del genere â— seguitavo tra me â— non possono darsi fra scrittori di fantasia. Uno scritt ore italiano che incontra un collega straniero resta guardingo, pronto all’ironia, alla maldicenza; al massimo, vorrebbe carpire un segreto artigianale. L’amicizia non c’entra, la parità non è pensabile. La mia mente andò, quella sera ad altri incontri; per esempio, a una colazione nel circolo dei professori di Harvard, anni fa. Il mio commensale, il professore Stuart Hughes, mi parlava dei suoi colleghi italiani familiarmente. Nello storico americano, come nell’austriaco, il riconoscimento che dovunque si ha della nostra storiografia: una scuola appartata, quasi direi furtiva, in un paese che, oggi, con ostinazione maligna e frivola, vuole vivere solo nel presente, dando segni d’insof ferenza e di stupore appena uno si riferisca al passato.
Un aristocratico
E’ marxista da più di trent’anni. Non sopporta però che un minimo di benessere si sia diffuso, e neanche che gli operai discutano, gli stu denti lamentino lo stato delle scuole. A me stupito della sua acrimonia, un amico comune ha riferito la spiegazione che il marxista aristocratico offre della propria antidemocrati cità.
« Non esiste contraddizio ne » pare che egli sostenga, fra il mio marxismo e il fatto che non sopporto certa gente. Nel 1945, Marx mi dette la possibilità di sperare in una società che castigasse alla fine il ceto medio trionfante, coi suoi richiami alla pubblica opinione quasi fosse un’enti tà reale, palpabile. Che pena in quegli anni! C’era chi tro vava legami fra la Resistenza e il Risorgimento. Mi trovavo circondato », insiste il marxi sta aristocratico « da uomini che non arrossivano parlando di progresso ».
« Oggi » m’assicurano che concluda sempre « temo che lo spirito democratico abbia contagiato lo stesso partito comunista. Ormai, non c’è moglie d’intellettuale italiano di sinistra che, nel suo salotto o al ristorante, non prospetti la sua soluzione a tutti i casi dell’esistenza, e che resti in sieme estremista e ottimista, magari disposta a lasciarsi ten tare da una promiscuità scam biata per uguaglianza. E, non c’è madre di famiglia, non c’è prete che non valichi volentie ri, a parole, i limiti tra pudo re e impudicizia, un tempo sacri ».
Il ragionamento del marxi sta aristocratico mi ricorda quei titolati i quali, appena capitano in una casa borghese, in alto economicamente, paio no non vederne i frequenta tori appartenenti al disprez zato ceto medio progressista. L’uomo dal sangue blu prefe risce chiacchierare col came riere, col giardiniere, o, in molti casi col cane: altra crea tura non contaminata dallo spirito democratico. Meglio â— vuol significare l’ideologo – mescolarsi con esseri bruti che con gente bassa arricchitasi nel commercio, nell’industria e nelle professioni liberali; in somma, in attività caratteri stiche d’una società insopportabile per lo spirito alacre a cui s’abbandona fino alla vio lenza.
Eros e violenza
Guarda da che ci lasciamo dividere noi coetanei. Discutemmo, io e uno dei miei più cari vecchi amici, mesi fa chiedendoci se l’erotismo cinematografico sia contagioso quanto la violenza dei westerns, specie di quelli girati in Italia. Certo, la mia opinione può spiegarsi fin che si vuole col temperamento gretto, ma gari col senso della misura che mi viene dall’essere nato in Toscana. Fatto sta: l’eroti smo, non tanto nella lettera tura quanto nella cinematografia, lo sospetto permeato d’uno scopo ambiguo, addi rittura di lenocinio.
Ugualmente commerciali i nostri film d’avventura, mac chiati di rosso come la tova glia nelle famiglie in cui la pa sta alla pommarola è alimen to principale. Però mentre il sesso vorrebbe essere accet tato e tuttavia difeso dalla pu dicizia, la violenza resta il filo conduttore sempre visibile nel la storia. Possiamo vergognar cene, anzi ce ne adontiamo ogni giorno di più, ma è così; né bastano le parole beninte se a esorcizzarla.
La violenza occorre combat terla in noi e negli altri, pur riconoscendo ch’è caratteristi ca dell’umanità. Così, il suo contrario â— la non violenza â— è l’ideale su cui dobbiamo orientarci, pur sapendo che, finora, violenza e vita sono ap parse inscindibili. E che, ahi mè, solo la morte ci dà un’i dea approssimativamente per suasiva della pace.