di Costanza Caredio
Le leggi razziali del ’38 ponevano problemi ora divenuti ineludibili: nel caso di conflitti armati a chi andrà la lealtà degli immigrati, il sacrificio della persona, della famiglia, della proprietà? Affermando l’eguaglianza incondizionata ed eliminando dal linguaggio e dall’immaginario le diversità, le caratteristiche personali, tribali, religiose formatesi nel corso di millenni, lasciamo credere che la società felice multietnica verrà da sé. Lo Stato di Israele concede parità di diritti e procura condizioni economiche eccellenti alla propria minoranza mossulmana, ma l’esclude dall’esercito.Perché? perché gli arabi non possono e non debbono essere obbligati a combattere contro i propri fratelli.
Valeva questo nel ’38? L’esercito alleato guidato dagli USA aveva preparato e messo in campo una “brigata ebraica” che si sarebbe trovata di fronte i correligionari schierati con l’ASSE. Con le leggi del ’38, votate anche dai senatori ebrei, gli Italiani israeliti venivano sottratti a questo obbligo.
E’ nella loro tradizione: Giuseppe Flavio ci informa che il generale Anania, capo dell’esercito di Cleopatra III (II secolo a.C) rifiutò di invadere il regno dei Maccabei e così rispose alla sua regina:” Desidero che tu sappia che un torto fatto al re della Giudea, equivale a renderti nemici tutti noi”. E ai Greci di Scitopoli in Galilea che chiedevano ai vicini ebrei di combattere contro i correligionari, essi rispondono :”E’ proibito dalla nostra Legge”. La Città, lo Stato, la Nazione, istituzioni occidentali non sono in grado di spezzare i legami tribali e religiosi. E’ un situazione che si pone ora con forza per la presenza delle sempre più numerose comunità mossulmane in Italia e in Europa. A chi andrà la loro lealtà? A noi il compito di rafforzare i nostri ordinamenti cittadini, nazionali e anche sovranazionali purché siano chiaramente a nostra difesa.