di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, sabato 15 marzo 1969]
Esiste, come osserva con fi nezza critica Giulio Nascimbeni nel suo Eugenio Montale (Longanesi, Milano, 1969, lire 1000) un vocabolario del poeta, prediletto oltre che per l’esat tezza delle parole, per la capa cità che esse acquistano, appe na usate, di definire realistica mente gli elementi della natu ra e della vita, perfino i con cetti, senza lasciar svanire l’alone indefinibile in cui ogni cosa e ogni emozione sono im merse. « Auricarie », « pitosfo- ri », « agavi », magari termini ancora più insoliti e però pre cisi, i quali ci immettono nella zona intima d’un’arte. Eppoi i detriti portati sulla battima dalla risacca, le devastazioni dei venti e le bufere, di là dal la linea limpida dell’ingannevo le orizzonte mediterraneo. Mo tivi liguri solo in quanto marittimi, affrancati da accenti regionali.
Nel ’26, Italo Svevo, entrato in maggior confidenza col poe ta che gli aveva dedicato due articoli (uno ne L’Esame, l’al tro nel Quindicinale) voleva sapere perché non passasse dai versi « al modo più ragionevo le di esprimersi », cioè alla prosa narrativa, per analizzare non la letteratura ma la vita intiera. La risposta fu tutta sfumature modeste e ironiche: meglio, con l’esperienza « esclu sivamente interna » ch’egli sa d’avere, accettare la sorte già di altri poeti, come Baudelaire ed Eliot, in prosa idonei solo alla critica. E aggiunge: «So no un albero bruciato dallo scirocco anzi tempo, e tutto quello che potevo dare in fatto di grida mozze e di sussulti è tutto negli ‘ Ossi di seppia ‘ ». Il futuro scrittore della «Farfalla di Dinard » diffida della memoria e accetta solo « il pas sato, franto e vivido ».
Ma quale capacità d’ironia sia che confessi d’avere studia to le parti di Germont padre e di Alfonso, lui che, semmai, sul palcoscenico avrebbe volu to cantare, da basso, quelle di don Basilio e di Boris; e sia che lasci intravedere le angu stie della vita, a Firenze « ter raferma della cultura », come le Cinque Terre lo erano della sensibilità infantile.
Un viaggio malinconico, il suo, dal magazzino genovese paterno â— acqua ragia, resine â— alle prove letterarie accanto a Gobetti e ai giovani di « Solaria », sui quali, com’egli am mette, « influì ». Una crescita mai forzata, fino a diventare, da poeta deciso a stare ai mar gini, il senatore a vita rappre sentante la letteratura italiana a palazzo Madama.
Viene da chiedersi â— e la utilissima biografia di Nascimbeni offre le molteplici, possibi li risposte â— come mai un poe ta, furtivo, al punto da rischia re un’assimilazione con Guido Gozzano per il suo prediligere i materiali modesti (però, qua le senso drammatico, in più) abbia finito con avere in Italia un peso civile. Eppure, lui, a Genova non entrava mai al caffè Roma, dove i dannunzia ni « cominciavano a mostrarsi quasi sempre in stivaloni, un frustino annodato al polso ». Preferiva sedersi al Diana coi « disfattisti », i « mormorato ri ». S’accorgeva d’essere il poe ta d’un’altra Italia.
Giulio Nascimbeni nel dipin gere il ritratto di Montale non interviene mai da critico, men tre lo saprebbe. Non azzarda â— ecco un altro merito â— alcu na forzatura psicologica; non paga il tributo, che oggi tanti rendono, non diciamo all’intro spezione come metodo ma al rapporto fra le scoperte a cui essa può far giungere e i mo tivi d’una poesia. Nascimbeni rispetta il timore che Montale confessa di nutrire, lui così ricco di legami triestini e quindi viennesi, per le esperienze freu diane. Che resterebbe di me dopo la guarigione?, ebbe a scri vere, una volta. Proprio per questa cautela, comune al ri trattista e al modello, la bio grafia, animata da un sottile spirito narrativo, propone so prattutto i temi d’una vita di artista.
L’oggettività di Nascimbeni è utilissima per trovare il senso « civile » d’un’arte, e chiarisce il valore dell’opposizione montaliana alla triade Carducci – Pascoli – d’Annunzio. In un ri fiuto, mai aspro però deciso, è la chiave offerta a chi voglia intendere come mai Montale dopo la guerra si sia trovato a essere, forse sorpreso e infasti dito, l’interprete del nostro paese.
La stessa posizione politica del poeta diventa inequivocabi le, a poco a poco. Egli non ha mai sovrapposto, come hanno fatto altri autori italiani, alla immagine reale dell’Italia me diterranea, l’altra, fittizia, d’un paese nebbioso, piovoso, un po’ mittel europeo e un po’ Middle West americano; ma ci ha reso il senso di frustrazione â— mo tivo già affiorato in Carducci â— della solarità.
Il suo compito, come risulta dalla biografia di Nascimbeni consiste nel richiamarci a una modernità non di contenuti e forme esterni. Assurdo, infine l’appunto di critici faziosi, quasi che Montale, nemico del fascismo fino a perdere la direzione del Gabinetto Vieusseux per non avere e non volere la tessera, si sia ora disimpegnato E che il suo stesso amore per le letterature anglosassoni riveli il suo protervo spirito, diciamo così, semplicisticamente « borghese ». No, egli seguita soltanto a coltivare il dubbio, a rifiutare il « trionfalismo » di cui la triade fu permeata. « Codesto oggi possiamo dirti / ciò che non siamo e ciò che noi vogliamo » dicono due suoi antichi versi, valevoli, con un senso angoscioso quando furono scritti, però validi ancora come elemento liberatorio.