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LETTERATURA: NATHALIE – Quinta parte

1 Gennaio 2014

di Felice Muolo

Ma qualcosa non quadrava. Era giusto respingere i sentimenti di Fabienne solo perché non mi aveva buttato le braccia al collo? Mentre ero deciso a lasciare le cose come stavano, lei me l’impediva. Era tanto veloce nel ribadire una verità opposta alla mia più di quando fossi capace di sfuggirla. Lei contava sulla sincerità dei suoi sentimenti che mostrava scopertamente, a cui opponevo il mio cuore abitato da Nathalie.
Raggiungemmo in silenzio la fermata dell’autobus che doveva condurmi fuori città. Quando l’autobus arrivò, prima che saltassi su, Fabienne lanciò un altro appello.
“Il mese prossimo sarò a Parigi. Ci vediamo?”
“Perché no? Niente è finito,” risposi sarcastico.
La fredda accoglienza di Fabienne era dovuta all’imbarazzo causato dalla presenza delle sue amiche? Sull’autobus in corsa pensai.
Alle porte di Brest una mamma con figlia mi fecero spazio sul sedile posteriore della loro auto stracarica di masserizie fin sopra il portabagagli, gabbia con uccellino compresa. Il passaggio fu lungo. Subito dopo ne ricevetti altri, brevi. Prima di sera, invece di smettere, decisi di continuare. Non avevo mai fatto l’autostop di notte e volevo provarci.
Mi cacciai in un guaio. Improvvisamente si mise a piovere. Mi trovavo in autostrada. Le macchine che mi sfrecciavano veloci accanto non mostravano pietà. Per non restare fermo e buscarmi un malanno, m’incamminai sotto la pioggia. Avevo percorso alcuni chilometri quando incontrai una Dyane ferma sulla corsia d’emergenza. Vicino c’era una ragazza che tentava di sostituire una ruota forata.
Le risolsi il problema e in cambio mi offrì un passaggio lungo una decina di chilometri. Sceso dalla macchina, un camioncino del soccorso stradale mi prese a bordo cinque minuti dopo. Il guidatore mi tenne una ramanzina: era proibito fare l’autostop in autostrada. Era incazzato perché non riusciva a trovare una Dyane da soccorrere. Dissi che avevo provveduto io e s’incazzò ancora di più. Mi scaricò al primo casello, in aperta campagna, sotto la pioggia.
Non molto distante vidi delle luci e mi avviai nella loro direzione. Arrivai a un paese, cercai la stazione ferroviaria, la trovai. Era deserta, aveva la toilette inagibile. In una cabina fotografica mi tolsi gli indumenti bagnati e li sostituii con quelli asciutti. Ci passai la notte dentro. All’alba presi il primo treno per Parigi. Quando vi giunsi, depositai il sacco al deposito bagagli e m’incamminai per la città, intenzionato a visitarla.
In giro, scritte sui muri dappertutto e facce rabbuiate di rivoluzionari in erba. Sulla Torre Eiffel, mentre scrutavo nel vuoto, ebbi maggiore consapevolezza della futilità della mia esistenza. Stavo pensando di buttarmi disotto. Come un automa a cui fosse stato impartito un ordine contrario, ritornai alla stazione e ritirai il mio sacco.


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Bart