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LETTERATURA: I MAESTRI: Il viaggio dell’artista Montale

31 Dicembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal “Corriere della Sera”, sabato 15 marzo 1969]

Esiste, come osserva con fi ­nezza critica Giulio Nascimbeni nel suo Eugenio Montale (Longanesi, Milano, 1969, lire 1000) un vocabolario del poeta, prediletto oltre che per l’esat ­tezza delle parole, per la capa ­citĂ  che esse acquistano, appe ­na usate, di definire realistica ­mente gli elementi della natu ­ra e della vita, perfino i con ­cetti, senza lasciar svanire l’alone indefinibile in cui ogni cosa e ogni emozione sono im ­merse. « Auricarie », « pitosfo- ri », « agavi », magari termini ancora piĂą insoliti e però pre ­cisi, i quali ci immettono nella zona intima d’un’arte. Eppoi i detriti portati sulla battima dalla risacca, le devastazioni dei venti e le bufere, di lĂ  dal ­la linea limpida dell’ingannevo ­le orizzonte mediterraneo. Mo ­tivi liguri solo in quanto marittimi, affrancati da accenti regionali.

Nel ’26, Italo Svevo, entrato in maggior confidenza col poe ­ta che gli aveva dedicato due articoli (uno ne L’Esame, l’al ­tro nel Quindicinale) voleva sapere perchĂ© non passasse dai versi « al modo piĂą ragionevo ­le di esprimersi », cioè alla prosa narrativa, per analizzare non la letteratura ma la vita intiera. La risposta fu tutta sfumature modeste e ironiche: meglio, con l’esperienza « esclu ­sivamente interna » ch’egli sa d’avere, accettare la sorte giĂ  di altri poeti, come Baudelaire ed Eliot, in prosa idonei solo alla critica. E aggiunge: «So ­no un albero bruciato dallo scirocco anzi tempo, e tutto quello che potevo dare in fatto di grida mozze e di sussulti è tutto negli ‘ Ossi di seppia ‘ ». Il futuro scrittore della «Farfalla di Dinard » diffida della memoria e accetta solo « il pas ­sato, franto e vivido ».

Ma quale capacitĂ  d’ironia sia che confessi d’avere studia ­to le parti di Germont padre e di Alfonso, lui che, semmai, sul palcoscenico avrebbe volu ­to cantare, da basso, quelle di don Basilio e di Boris; e sia che lasci intravedere le angu ­stie della vita, a Firenze « ter ­raferma della cultura », come le Cinque Terre lo erano della sensibilitĂ  infantile.

Un viaggio malinconico, il suo, dal magazzino genovese paterno â— acqua ragia, resine â— alle prove letterarie accanto a Gobetti e ai giovani di « Solaria », sui quali, com’egli am ­mette, « influì ». Una crescita mai forzata, fino a diventare, da poeta deciso a stare ai mar ­gini, il senatore a vita rappre ­sentante la letteratura italiana a palazzo Madama.

Viene da chiedersi â— e la utilissima biografia di Nascimbeni offre le molteplici, possibi ­li risposte â— come mai un poe ­ta, furtivo, al punto da rischia ­re un’assimilazione con Guido Gozzano per il suo prediligere i materiali modesti (però, qua ­le senso drammatico, in piĂą) abbia finito con avere in Italia un peso civile. Eppure, lui, a Genova non entrava mai al caffè Roma, dove i dannunzia ­ni « cominciavano a mostrarsi quasi sempre in stivaloni, un frustino annodato al polso ». Preferiva sedersi al Diana coi « disfattisti », i « mormorato ­ri ». S’accorgeva d’essere il poe ­ta d’un’altra Italia.

Giulio Nascimbeni nel dipin ­gere il ritratto di Montale non interviene mai da critico, men ­tre lo saprebbe. Non azzarda â— ecco un altro merito â— alcu ­na forzatura psicologica; non paga il tributo, che oggi tanti rendono, non diciamo all’intro ­spezione come metodo ma al rapporto fra le scoperte a cui essa può far giungere e i mo ­tivi d’una poesia. Nascimbeni rispetta il timore che Montale confessa di nutrire, lui così ricco di legami triestini e quindi viennesi, per le esperienze freu ­diane. Che resterebbe di me dopo la guarigione?, ebbe a scri ­vere, una volta. Proprio per questa cautela, comune al ri ­trattista e al modello, la bio ­grafia, animata da un sottile spirito narrativo, propone so ­prattutto i temi d’una vita di artista.

L’oggettivitĂ  di Nascimbeni è utilissima per trovare il senso « civile » d’un’arte, e chiarisce il valore dell’opposizione montaliana alla triade Carducci – Pascoli – d’Annunzio. In un ri ­fiuto, mai aspro però deciso, è la chiave offerta a chi voglia intendere come mai Montale dopo la guerra si sia trovato a essere, forse sorpreso e infasti ­dito, l’interprete del nostro paese.

La stessa posizione politica del poeta diventa inequivocabi ­le, a poco a poco. Egli non ha mai sovrapposto, come hanno fatto altri autori italiani, alla immagine reale dell’Italia me ­diterranea, l’altra, fittizia, d’un paese nebbioso, piovoso, un po’ mittel europeo e un po’ Middle West americano; ma ci ha reso il senso di frustrazione â— mo ­tivo giĂ  affiorato in Carducci â— della solaritĂ .

Il suo compito, come risulta dalla biografia di Nascimbeni consiste nel richiamarci a una modernitĂ  non di contenuti e forme esterni. Assurdo, infine l’appunto di critici faziosi, quasi che Montale, nemico del fascismo fino a perdere la direzione del Gabinetto Vieusseux per non avere e non volere la tessera, si sia ora disimpegnato E che il suo stesso amore per le letterature anglosassoni riveli il suo protervo spirito, diciamo così, semplicisticamente « borghese ». No, egli seguita soltanto a coltivare il dubbio, a rifiutare il « trionfalismo » di cui la triade fu permeata. « Codesto oggi possiamo dirti / ciò che non siamo e ciò che noi vogliamo » dicono due suoi antichi versi, valevoli, con un senso angoscioso quando furono scritti, però validi ancora come elemento liberatorio.


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