di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì, 4 giugno 1969]
Il vecchio melo cresceva so litario nel campo. Di fronte al melo, il glorioso fusto di can none cimelio di una battaglia napoleonica. Il gran botto si udì verso le sette di mattina. Nessun testimone all’inciden te. Il generale Pim fu trovato a pezzi ai piedi del melo e, sui suoi resti, il melo accata stato, con belle mele rosse se minate intorno. Il generale Pum, amico dei suoi colleghi, non poté trattenersi da una ricognizione: si chinò su Pim e riuscì a capire â— con la sua antica esperienza di mas sacri â— che quella era una gamba; e più in là, con le dita tese verso il gambo di un fiore, una mano mozza; e al centro del campo, con un contorno di mele, la testa famosa che si era eretta su cento battaglie vittoriose.
Povero Pim â—, mormorò Pum facendosi il segno della croce, mentre alla vista del vecchio generale messo a ri poso terreno e ora chino sul l’altro vecchio generale mes so a riposo eterno, un omino si faceva avanti esclamando:
– Io glielo dicevo, al signor Pim, che un giorno o l’altro sarebbe caduto da quel me lo â—. Alzò le spalle: â— Ma non ascoltava. Arrampicarsi ogni mattina lassù, a ottanta anni, e cogliere mele. Che follia… Era il suo hobby. Gli pareva di tornare ragazzo e fischiettava tra le foglie co me un uccellino… â—.
â— Per la verità â—, reagì Pum rialzandosi dai brandelli sparsi del collega. â— Il melo non ha colpa. E’ il cimelio che ha fatto fuoco! â—. Indi cò la bocca del cannone spa lancata su di loro a una de cina di metri e aggiunse:
– Converrà con me che è un po’ strano che un cannone napoleonico si metta ad erut tar palle, così, di buon mat tino… â—. Gli occhi dello sco nosciuto persero ogni espres sione, egli incrociò le mani sul pomo della canna da pas seggio: â— Punti di vista â—, rispose. â— Io dico che è sta to il melo. Povero, caro, co raggioso Pim â—.
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Il popolo seguì il feretro. Pum fu tra quelli che ressero la bara; intorno al mausoleo, sulla collina, le bandiere sven tolarono, i vecchi cannoni spararono a salve. Dopo di che, perché passasse la malin conia, Pum si avviò nel caldo pomeriggio primaverile verso la casa del più allegro dei suoi colleghi, il ribaldo Pam (ribaldo per affettuoso para dosso, certo, ed era sempre stato lui stesso, il simpatico Pam, a definirsi tale: più buontempone che generale â— gridava con la sua faccia da stufa incandescente â— o ge nerale da litro, da grappa ca pace di incendiare le viscere di un cavallo!). La sera ave va in sé un briciolo di fre schezza; Pum se ne sentì con fortato, e altro conforto ag giungeva il ricordo delle bel le avventure cameratesche vis sute con Pam all’insegna del bicchiere alzato. Fra poco avrebbe udito provenire da dentro la casa, assai più ro busto dei muri, il riso frago roso dell’amico e qualcuna di quelle sue frasi pronunciate battendosi il petto: â— Alme no per questo rimarrò nella storia! Nessun generale mai, di nessun popolo, ha saputo bere più di me… â—. Invece, nonostante che la casa fosse ormai a pochi passi, il silen zio durava. Pum aprì la por ta e lo sgomento lo paralizzò. Pam giaceva a gambe larghe nel suo grande letto scardina to da condottiero ribaldo; ave va il pince-nez storto, una sciarpa intorno al collo e ac canto alla testa un mozzicone di candela in un piattino. Mor to! Come Pim. L’unica cosa viva erano le bianche gocce, quasi di cera calda, che gli scorrevano dai pori giù per la pelle a crateri e alla quale nemmeno la morte aveva tol to il suo rosso di fiamma.
Esala grappa, la sua anima di grappa â—, piagnu colò Pum inginocchiandosi accanto a lui. â— Ma come è mai potuto accadere? â—. Alle spalle di Pum risuonaro no immediatamente pesanti stivali militari. I tacchi si scontrarono sonoramente. Una mano guantata volò sul tavo lino che stava accanto al let to e ne sollevò, alla luce della candela, un bicchiere a ca lice. Pum si trovò di fronte un colonnello di media altez za, luccicante di medaglie, che reggeva ostentandolo il bicchiere vuoto. â— La colpa è mia, generale Pum! Venuto che fui, nel pomeriggio, in vi sita di omaggio al generale Pam, essendo io astemio, lo costrinsi a bere con me un bicchiere di aranciata… â—.
E allora? â—, balbettò Pum.
Allora â—, proseguì l’uf ficiale con volto disperatamente afflitto. â— Un colon nello avvezzo alle battaglie non è tenuto a sapere che: 1) E’ scientificamente appu rato che per i bevitori di vo cazione, ad una certa età, diventa fatale il classico goc cio in più, diciamo una stil la. 2) Che detta stilla è costituita da un liquido estra neo all’assuefazione del soggetto in causa. Da qualcosa che egli non abbia mai ingur gitato dalla nascita… â—. Fece una pausa. â— D’altra parte non è un mistero che il nostro paese, all’avanguardia in tut to, non è mai riuscito a produrre che schifosissime aran ciate! â—. Guardò il defunto con occhi carezzevoli mormo rando: â— Come un bambi no… Era curioso come un bambino di sapere che sapore avesse â—.
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Così Pum cominciò a du bitare che qualcosa di insolito stesse accadendo. Anche per ché, di lì a una settimana, l’a ristocratico Pata, inventore del siluro umano e che era divenuto ammiraglio a soli trent’anni, dopo aver affon dato una corazzata, sei incro ciatori e cinque sottomarini (delle passate glorie marina re gli era rimasto uno svisce rato amore per i pesci di fiu me), morì annegato in cir costanze dubbie. L’ammiraglio Pata, rilevava il giornale, era assai deperito negli ultimi mesi: al momento dell’inci dente pesava quarantadue chi logrammi circa. « Comprensi bile quindi â— annotava l’ar ticolista â— che, a quanto rife riscono i testimoni, un im provviso diverbio scoppiato tra uno sterletto (varietà di storione, n.d.r.) che aveva ab boccato all’amo e la leggenda ria figura dei nostri mari, sia stata fatale a quest’ultima » (sic!).
Non pesava nulla, Pata, nel la bara che Pum trasportò, con tre marinai, lungo la co sta di granito fino alla bocca del golfo dove venne sprofon data tra le chiglie di due navi affondate da lui stesso. Pesò di più â— e parve a Pum che si dimenasse ancora sul letto della bara, come aveva fatto in vita nei suoi letti di celebre amatore â— il generale Trac. A parte che Pum si trovò co stretto a dividere il peso, non più con baldi soldati, ma con portatori fiacchi e raccoglitic ci. Quelle di Trac, infatti, fu rono esequie alla chetichella. Nessuna pompa, solo una ban dierina. Il perché sembrò ov vio. Non si scrisse pubblica mente ma si vociferò che Trac era morto sì â— al pari di Pam e di Pata â— immerso nell’e lemento più o meno preferito, ma scoperto in flagrante e freddato da un marito fatto becco.
*
Altri nomi seguirono. Altre bare portò il saldo braccio di Pum. Arrivati che si fu sulla ventina â— tutti colleghi cari e carissimi, che il popolo or mai definiva i generali de profundis â— Pum capì l’anti fona, ossia passò dal dubbio alla certezza. Ogni nuovo mat tino, ritrovandosi ancora vivo, Pum sgattaiolava con il bidoncino delle immondizie e la sporta in mano. Posava il bidoncino, faceva rapidamente una furtiva spesa e, rientrato a casa, ma solo dopo essersi chiusa la porta alle spalle, si passava felice le mani una sull’altra mormorando: anche per oggi non mi freghi. La frase era rivolta al F.A.T.O. che sembrava colpire con tan ta premeditazione anche le minime debolezze di quanti avevano diviso con lui le al terne vicende dei fronti. Ma io, borbottava Pum tra sé mentre sterilizzava le verdure e dava la carne da assaggiare al gatto, io di debolezze non ne ho. Né debolezze né hob bies. Le mele non mi piaccio no, il vino neanche, le donne meno che meno, pescare mi dà la nausea. Dunque… Girava lo sguardo sui muri assolutamente spogli della sua casa (gli avevano lasciato due seg giole, un tavolo e un letto, nonostante le glorie passate) ed era felice, in fondo, che lo avessero abbandonato in quel francescano e inoffensivo nulla.
Pum si ridusse all’asceti smo. Usciva di casa unicamen te quando lo prelevavano, es sendo deceduto qualcun altro ed occorrendo il suo braccio. Ma alla prima palata di terra, Pum correva a casa come una lepre. L’ultimo della serie fu Arcibald. Morì molto banal mente di funghi, il suo piatto preferito; ma, nonostante l’ovvietà del decesso, il suo fune rale fu il più trionfante di tutti (chissà mai perché, poi, avendo Arcibald perduto bat taglie fondamentali).
La bara venne sfilata a fa tica da una piccola piramide di fiori e fucili. Pum, per arri varci, fu costretto ad alzarsi sulle punte dei piedi e a spo stare il baricentro. Forse per questo non sentì troppo dolore allorché, per una brusca mos sa, essa bara piegò di taglio, ruzzolò sui fucili e si adagiò malamente sul suo cranio. Il cadavere di Pum fu composto seduta stante. Anzi, il suo fu nerale fu accoppiato a quello di Arcibald, senza tenere con to che, stringi stringi, fra i due non era mai corso buon sangue.
Un omino, con una canna da passeggio, commentò: il suo hobby era diventato quel lo di portare le bare degli ami ci… Le portava da maestro. Ma ormai che importanza po teva avere? Non c’erano più generali.