Il Super Arbasino

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 27 novembre 1969]

Alberto Arbasino appartiene a una famiglia di scrit ­tori che da noi è piuttosto rara, vale a dire di scrittori che potrebbero far tutto o meglio a cui è per natura consentito ogni tipo di espe ­rimento. Per questo la sua presenza sarebbe più giusti ­ficabile nell’ambito di un’al ­tra civiltà letteraria, non le ­gata come la nostra ad abi ­tudini e schemi fissi. A que ­sta dimensione inoltre lo as ­segna il modo della sua vo ­racità culturale, la vastità dei suoi interessi, un biso ­gno di moltiplicare all’infi ­nito i prestiti e i pretesti della curiosità intellettuale. A volte si ha l’impressione che si muova soltanto e gra ­zie a uno straordinario ap ­parato di letture e di ri ­chiami, molto sovente rari, qualche volta addirittura inafferrabili, almeno per lo stesso pubblico degli esperti e degli informati. Inutile ag ­giungere che per fare con tanta grazia una ginnastica del genere è necessario sa ­persi muovere al di sopra delle diverse categorie e li ­mitarsi a una sorta di gio ­co allusivo e marginale.

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Alla fine di tanto spreco di sollecitazioni, il punto centrale da individuare per ­de per lo stesso scrittore e fatalmente anche per il let ­tore che abbia avuto il fiato di seguirlo sul filo delle sue acrobazie, ogni interesse. In questo senso l’Arbasino è un maestro dello spettacolo ma quanto più gli riesce di im ­pressionare la folla dei suoi fedeli, tanto più finisce per cancellare qualsiasi riferi ­mento a un’idea, a un sen ­so, insomma a un’immagi ­ne â— sia pur minima â— di morale del fatto.

Queste sue doti naturali, per cui venne immediata ­mente recepito dalla parte più disponibile e apparente ­mente meno condizionata dei lettori, col tempo hanno rag ­giunto un grado particolare di perfezione ma nello stes ­so tempo là dove l’artista non aveva davanti a sé più nessun limite, nessun argi ­ne di contenimento, proprio in quello stesso momento un lettore più scaltro scorgeva un’insidia, una parte di ve ­leno nell’offerta delle sue be ­vande prestigiose. Il giuoco fine a se stesso pregiudica uno svolgimento libero o, me ­glio, un modo di progresso calcolato non soltanto sul ­l’effetto immediato dei risul ­tati ma soprattutto sull’eco, sul « dopo » delle prove appa ­rentemente condotte a buon fine.

D’altra parte va aggiunto che da molti anni ormai Ar ­basino si muove sulla spin ­ta delle prime voci, la sua straordinaria capacità di captare tutti i suggerimenti più sottili o più fragili della realtà culturale si è trasfor ­mata in una rete a senso uni ­co: una rete che fatalmente offre un unico genere di pe ­sca. E’ la quantità, è il nu ­mero dei piccoli successi che ha finito per travolgere l’Ar ­basino, in una sorta di scom ­messa con se stesso. Non che gli sia venuta meno la sua naturale ispirazione o che il lettore avverta un di più di sforzo, dì volontà nei suoi esercizi, nulla di tutto ciò: resta però il fatto che moltiplicando all’infinito le oc ­casioni del suo discorso, il lettore si trova condannato a un modo tutto pericoloso di immobilità, con l’evidente conseguenza di stabilire un rapporto passivo. Il lettore è messo nella condizione di applaudire, raramente in quella di consentire oltre la prova e al di là della rappre ­sentazione.

Neppure in questo recente Super-Eliogabalo (ed. Feltri ­nelli, pp. 322, L. 2500) sem ­bra che l’Arbasino riesca a staccarsi dalla ruota impie ­tosa dei suoi fuochi artifi ­ciali. Lo stimolo iniziale è sempre di natura culturale (e onestamente lo scrittore ammette il suo grosso debi ­to con il testo famoso di Artaud), così come culturali sono quasi tutti gli sviluppi.

Eppure questa volta lo scrit ­tore avrebbe potuto misurar ­si con una figura degna del suo miglior museo e organiz ­zare un controcanto alla pa ­gina di storia su cui era ca ­duta per un attimo la sua disponibilità di affamato di pretesti intellettuali. Arbasi ­no ha preferito spostare l’in ­dice sulle frange della favola e darsi per intero a una pro ­va, a un’ennesima prova di abilità nel convogliare nel te ­sto di un discorso ben pre ­ciso l’intera materia delle sue inarrestabili frenesie.

Ne deriva che sotto la fre ­quenza al massimo di tutte queste voci, l’immagine cen ­trale del personaggio si in ­debolisce, fino al punto di farsi tramite, fino al punto di diventare incentivo, fuoco supplementare per l’eruzio ­ne di motivi, di ammicca ­menti, di vezzi. Lo stesso abuso del diminutivo lascia capire come lo scrittore ab ­bia voluto piegare il primo rapporto storico sotto la macchina dei suoi diverti ­menti, di cui, se molti sono riusciti, qualcuno però risul ­ta stanco e inutile.

Che cosa, da ultimo, ha tradito l’impasto stesso del libro? Si ha l’impressione che l’Arbasino abbia sopravalu ­tato il richiamo d’ordine cul ­turale, storico, ecc., cedendo o meglio intensificando la parte della pura rappresen ­tazione. A volte accade al lettore che insegue col fiato grosso il mostruoso sciogli ­mento della favola di avver ­tire una parte meccanica, il gusto di ingigantirne i par ­ticolari e di allargarne i margini, col risultato finale che sulla scena rimane soltanto Arbasino o meglio il Super Arbasino, padrone e vittima con uguali diritti delle sue doti di mago che ha accet ­tato di promuovere quotidia ­namente la sorpresa e lo stu ­pore.

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Forse un diverso procedi ­mento gli avrebbe consentito un altro approdo ma per far questo Arbasino avrebbe dovu ­to rinnegare la sua seconda natura, la dittatura spietata della sua eccezionale voca ­zione all’enumerazione. Nel voler mettere dentro tutto, l’inedito e il più che noto, la cultura e la banalità, l’e ­terno e la polvere minuscola dell’attualità lo scrittore ha finito per dimenticare ciò che per lui resta il punto-chiave della questione, la scelta. Ma uno spirito come il suo, in eterna competizio ­ne con lo spettacolo della vita, può adottare il duro limite della scelta?

Chi conosce Arbasino sa che la cosa non è così fa ­cile, anche perché in molti anni di questa sua invidia ­bile parlerie gli stessi risul ­tati si sono trasformati in provocazioni e in tal senso â— lo ripetiamo â— conta so ­lo l’attimo della prima sor ­presa e molto meno o quasi nulla la pazienza del risul ­tato calcolato e sudato. Non c’è come il poter far tutto che ci allontani dal fare semplice o la grazia del tro ­vare dall’aspettare, anzi dal saper aspettare.

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