La morte di Agnon

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 18 febbraio 1970]

Gerusalemme 17 febbr., notte.

Lo scrittore Shemuel Yoseph Agnon, premio Nobel per la letteratura nel 1966, è morto oggi all’ospedale Ka ­plan, a Rehovoth. Era nato il 17 luglio 1888 a Buczacz, una cittadina polacca della Galizia orientale.
Era ricoverato da cinque mesi in ospedale: ieri, sera, un attacco cardiaco lo ha condotto alla morte.

Quando nell’ottobre del 1966 l’accademia svedese assegnò il premio Nobel per la let ­teratura a Nelly Sachs e a Shemuel Yosef Agnon ci fu una grande sorpresa, ben po ­chi infatti conoscevano la poetessa e il narratore. Ep ­pure di Agnon si sarebbero dovuti ricordare almeno quei libri che erano già stati tra ­dotti e avevano avuto un buon successo. Per esempio, Agnon era arrivato in Italia nel lontano 1935 con E il tor ­to diventerà diritto e nel 1964 erano apparse nella « Medusa » di Mondadori i Racconti di Gerusalemme che erano un ottimo campiona ­rio dei temi e delle qualità dello scrittore.

Shemuel Yosef Agnon, pseu ­donimo di S.Y. Czackes, era nato nel 1888 in un paese della Galizia orientale. Piglio di un rabbino, lo scrittore ben presto cominciò ad inte ­ressarsi di letteratura e a scrivere poesie e racconti in yiddish. Nel 1909 si trasferì a Giaffa, da dove avrebbe fat ­to il suo ingresso ufficiale nel regno del racconto con Le de ­relitte. Del 1912 è il suo pri ­mo libro importante, già ri ­cordato, E il torto diventerà diritto.

Sorpreso dalla guerra in Germania, vi passerà un lungo periodo della sua esistenza, principalmente ad Am ­burgo. E’ di questo stesso pe ­riodo la sua amicizia fraterna con Martin Buber consacrata negli studi comuni sul chassidismo; ma un incendio distrusse con la sua biblioteca il frutto di queste ricerche.
Nel 1924 fece ritorno, e per sempre, a Gerusalemme.

Non ci sono altri avveni ­menti importanti nella sua vita. Resta da considerare l’opera e da cogliere il senso del suo lavoro. Si può dire anzitutto che Agnon ha sa ­puto percepire con grande fi ­nezza il giuoco del tempo nel ­l’ambito della famiglia ebrai ­ca. Dal quadro d’ambiente della Dote della sposa (1925), in cui lo scrittore è riuscito ad illuminare il rapporto sul ­la vita chiusa di una famiglia d’ebrei in una cittadina dell’Europa centrale al buon tempo di Francesco Giuseppe, a delle forme di interrogazione più sottilmente critica della realtà, Agnon si è sempre preoccupato di stabilire delle differenze fra i diversi modi di vita con tutte le amplificazioni possibili. In senso lato c’era il conflitto fra due generazioni, o meglio fra due modi di intendere la religione dei padri: o restare fedeli all’insegnamento dei li ­bri sacri o, al contrario, ac ­cettare le nuove impostazioni di adattamento politico, spo ­sare il socialismo, condivide ­re le tesi più impegnate del sionismo, eccetera. Tutto que ­sto passa e respira nei suoi racconti, ma sarebbe vano voler strappare od esigere una risposta da chi racconta e si preoccupa di offrire piuttosto un ricco campionario di sol ­lecitazioni e di motivi che non un giudizio.

Agnon era soprattutto un artista e, pur senza rifiutare nessuna parola del suo tem ­po, era però portato a dare alle cose della stagione e alle voci dell’attualità una diver ­sa dimensione che, per co ­modità, diremo poetica. Di qui il suo profondo interesse per tutte le soluzioni stilisti ­che. In tal senso si è parla ­to per lui di nuovo romanzo, ma l’allusione va contenuta rigidamente: infatti nei suoi racconti non c’è soltanto il segno della ricerca tecnica, ci sono â— e molto chiare â— la passione della vita e la capacità di cogliere gli svi ­luppi drammatici della storia.

Specialmente nel secondo dopoguerra Agnon aveva ca ­pito molto bene i temi della solitudine, della estraneità e della disperazione dell’uomo strappato dal vivo della leg ­ge e buttato nel fiume fan ­goso ed imperscrutabile del futuro. Nelle pagine di Fin Qui o del Fuoco della legna quella che è stata la grande tematica europea del secondo dopoguerra resta all’origine delle sue interrogazioni. Fu proprio in questo secondo mo ­mento che lo scrittore decise di superare le barriere .della realtà oggettiva e di insegui ­re la voce molto più fragile, ma anche più ricca, dei sim ­boli e delle allusioni. Certo, una domanda su tutte le al ­tre lo tormentava e la ritro ­viamo rispecchiata in uno dei suoi titoli: Il tempo di prima. E cioè, non era meglio allora, il passato, una forma di esistenza più controllata? Nel cane pazzo, Balak, del Tempo di prima, che corre senza posa dalla Gerusalem ­me vecchia alle nuove abi ­tazioni sioniste, egli ha in ­teso raffigurare il dramma e l’inquietudine di chi sia sta ­to cacciato dalle comode di ­more del passato e non trova pace nel disegno e nelle promesse del futuro.

Martin Buber, in occasione dei settantanni del narrato ­re, aveva detto delle cose assai precise su questo doppio registro, facendo notare che Agnon si era limitato a illu ­minare i due mondi contrap ­posti senza nessun pathos ma con tutto il consenso del suo cuore, con la piccola e la fer ­ma verità dell’anima.

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