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LETTERATURA: I MAESTRI: Il Super Arbasino

5 Febbraio 2014

di Carlo Bo
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 27 novembre 1969]

Alberto Arbasino appartiene a una famiglia di scrit ¬≠tori che da noi √® piuttosto rara, vale a dire di scrittori che potrebbero far tutto o meglio a cui √® per natura consentito ogni tipo di espe ¬≠rimento. Per questo la sua presenza sarebbe pi√Ļ giusti ¬≠ficabile nell’ambito di un’al ¬≠tra civilt√† letteraria, non le ¬≠gata come la nostra ad abi ¬≠tudini e schemi fissi. A que ¬≠sta dimensione inoltre lo as ¬≠segna il modo della sua vo ¬≠racit√† culturale, la vastit√† dei suoi interessi, un biso ¬≠gno di moltiplicare all’infi ¬≠nito i prestiti e i pretesti della curiosit√† intellettuale. A volte si ha l’impressione che si muova soltanto e gra ¬≠zie a uno straordinario ap ¬≠parato di letture e di ri ¬≠chiami, molto sovente rari, qualche volta addirittura inafferrabili, almeno per lo stesso pubblico degli esperti e degli informati. Inutile ag ¬≠giungere che per fare con tanta grazia una ginnastica del genere √® necessario sa ¬≠persi muovere al di sopra delle diverse categorie e li ¬≠mitarsi a una sorta di gio ¬≠co allusivo e marginale.

*

Alla fine di tanto spreco di sollecitazioni, il punto centrale da individuare per ¬≠de per lo stesso scrittore e fatalmente anche per il let ¬≠tore che abbia avuto il fiato di seguirlo sul filo delle sue acrobazie, ogni interesse. In questo senso l’Arbasino √® un maestro dello spettacolo ma quanto pi√Ļ gli riesce di im ¬≠pressionare la folla dei suoi fedeli, tanto pi√Ļ finisce per cancellare qualsiasi riferi ¬≠mento a un’idea, a un sen ¬≠so, insomma a un’immagi ¬≠ne √Ę‚ÄĒ sia pur minima √Ę‚ÄĒ di morale del fatto.

Queste sue doti naturali, per cui venne immediata ¬≠mente recepito dalla parte pi√Ļ disponibile e apparente ¬≠mente meno condizionata dei lettori, col tempo hanno rag ¬≠giunto un grado particolare di perfezione ma nello stes ¬≠so tempo l√† dove l’artista non aveva davanti a s√© pi√Ļ nessun limite, nessun argi ¬≠ne di contenimento, proprio in quello stesso momento un lettore pi√Ļ scaltro scorgeva un’insidia, una parte di ve ¬≠leno nell’offerta delle sue be ¬≠vande prestigiose. Il giuoco fine a se stesso pregiudica uno svolgimento libero o, me ¬≠glio, un modo di progresso calcolato non soltanto sul ¬≠l’effetto immediato dei risul ¬≠tati ma soprattutto sull’eco, sul ¬ę dopo ¬Ľ delle prove appa ¬≠rentemente condotte a buon fine.

D’altra parte va aggiunto che da molti anni ormai Ar ¬≠basino si muove sulla spin ¬≠ta delle prime voci, la sua straordinaria capacit√† di captare tutti i suggerimenti pi√Ļ sottili o pi√Ļ fragili della realt√† culturale si √® trasfor ¬≠mata in una rete a senso uni ¬≠co: una rete che fatalmente offre un unico genere di pe ¬≠sca. E’ la quantit√†, √® il nu ¬≠mero dei piccoli successi che ha finito per travolgere l’Ar ¬≠basino, in una sorta di scom ¬≠messa con se stesso. Non che gli sia venuta meno la sua naturale ispirazione o che il lettore avverta un di pi√Ļ di sforzo, d√¨ volont√† nei suoi esercizi, nulla di tutto ci√≤: resta per√≤ il fatto che moltiplicando all’infinito le oc ¬≠casioni del suo discorso, il lettore si trova condannato a un modo tutto pericoloso di immobilit√†, con l’evidente conseguenza di stabilire un rapporto passivo. Il lettore √® messo nella condizione di applaudire, raramente in quella di consentire oltre la prova e al di l√† della rappre ¬≠sentazione.

Neppure in questo recente Super-Eliogabalo (ed. Feltri ¬≠nelli, pp. 322, L. 2500) sem ¬≠bra che l’Arbasino riesca a staccarsi dalla ruota impie ¬≠tosa dei suoi fuochi artifi ¬≠ciali. Lo stimolo iniziale √® sempre di natura culturale (e onestamente lo scrittore ammette il suo grosso debi ¬≠to con il testo famoso di Artaud), cos√¨ come culturali sono quasi tutti gli sviluppi.

Eppure questa volta lo scrit ¬≠tore avrebbe potuto misurar ¬≠si con una figura degna del suo miglior museo e organiz ¬≠zare un controcanto alla pa ¬≠gina di storia su cui era ca ¬≠duta per un attimo la sua disponibilit√† di affamato di pretesti intellettuali. Arbasi ¬≠no ha preferito spostare l’in ¬≠dice sulle frange della favola e darsi per intero a una pro ¬≠va, a un’ennesima prova di abilit√† nel convogliare nel te ¬≠sto di un discorso ben pre ¬≠ciso l’intera materia delle sue inarrestabili frenesie.

Ne deriva che sotto la fre ¬≠quenza al massimo di tutte queste voci, l’immagine cen ¬≠trale del personaggio si in ¬≠debolisce, fino al punto di farsi tramite, fino al punto di diventare incentivo, fuoco supplementare per l’eruzio ¬≠ne di motivi, di ammicca ¬≠menti, di vezzi. Lo stesso abuso del diminutivo lascia capire come lo scrittore ab ¬≠bia voluto piegare il primo rapporto storico sotto la macchina dei suoi diverti ¬≠menti, di cui, se molti sono riusciti, qualcuno per√≤ risul ¬≠ta stanco e inutile.

Che cosa, da ultimo, ha tradito l’impasto stesso del libro? Si ha l’impressione che l’Arbasino abbia sopravalu ¬≠tato il richiamo d’ordine cul ¬≠turale, storico, ecc., cedendo o meglio intensificando la parte della pura rappresen ¬≠tazione. A volte accade al lettore che insegue col fiato grosso il mostruoso sciogli ¬≠mento della favola di avver ¬≠tire una parte meccanica, il gusto di ingigantirne i par ¬≠ticolari e di allargarne i margini, col risultato finale che sulla scena rimane soltanto Arbasino o meglio il Super Arbasino, padrone e vittima con uguali diritti delle sue doti di mago che ha accet ¬≠tato di promuovere quotidia ¬≠namente la sorpresa e lo stu ¬≠pore.

*

Forse un diverso procedi ¬≠mento gli avrebbe consentito un altro approdo ma per far questo Arbasino avrebbe dovu ¬≠to rinnegare la sua seconda natura, la dittatura spietata della sua eccezionale voca ¬≠zione all’enumerazione. Nel voler mettere dentro tutto, l’inedito e il pi√Ļ che noto, la cultura e la banalit√†, l’e ¬≠terno e la polvere minuscola dell’attualit√† lo scrittore ha finito per dimenticare ci√≤ che per lui resta il punto-chiave della questione, la scelta. Ma uno spirito come il suo, in eterna competizio ¬≠ne con lo spettacolo della vita, pu√≤ adottare il duro limite della scelta?

Chi conosce Arbasino sa che la cosa non √® cos√¨ fa ¬≠cile, anche perch√© in molti anni di questa sua invidia ¬≠bile parlerie gli stessi risul ¬≠tati si sono trasformati in provocazioni e in tal senso √Ę‚ÄĒ lo ripetiamo √Ę‚ÄĒ conta so ¬≠lo l’attimo della prima sor ¬≠presa e molto meno o quasi nulla la pazienza del risul ¬≠tato calcolato e sudato. Non c’√® come il poter far tutto che ci allontani dal fare semplice o la grazia del tro ¬≠vare dall’aspettare, anzi dal saper aspettare.


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Bart