«Lo scialo » di Pratolini

di Carlo Bo
[da: “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]

A cinque anni dal primo, Vasco Pratolini pubblica il se ­condo volume di «Una storia italiana »; si intitola Lo scialo (ed. Mondadori). È un grosso romanzo, in due volumi di quasi settecento pagine ciascuno; quasi il doppio esatto di Metello.

La composizione rispetta quella del primo volume, con cui Lo scialo ha solo un rapporto di tempo e di atmosfera. Siamo sempre a Firenze ma in epoca diversa: Metello fi ­niva ai primi anni del secolo; qui si parte dagli ultimi della « belle époque », alla vigilia della guerra, e si arriva intorno al ’30. È uno dei periodi più cupi e foschi della nostra storia, e in una delle città che hanno sofferto di più delle passioni politiche, restituendo in modo tragico le vampate di furia, i gridi di sangue e il lago di fango che soffoca tanta parte del nostro povero cuore.

Fedele allo spirito dell’opera, Pratolini non risuscita nes ­suno dei vecchi personaggi, intendendo cogliere attraverso altri personaggi-campione un’atmosfera comune e soprattut ­to il colore di una storia e l’importanza del tempo. La geo ­grafia su per giù rimane la stessa : Metello si chiudeva in un caffè vicino a via Ghibellina e proprio via Ghibellina, con il quartiere di Santa Croce, diventerà uno dei centri de Lo scialo. Chi conosce Firenze, è in grado di misurare tutti i passaggi indicativi, tutte le sfumature di questa geografia minima: chi la conosce poco o la ignora sentirà però che si tratta sempre della parte popolare, antica, di una Firenze artigiana, ancora legata alla tradizione e ad una certa pu ­lizia di vita.

Naturalmente non c’è una storia unica, ma tante storie che si intrecciano sempre nel rispetto del tempo: per lo scrittore non ci sono attori decisivi, ma ogni personaggio collabora alla edificazione della vita comune, constatando lo scialo dei nostri atti. Il titolo si riporta direttamente ai versi di Montale citati come epigrafe (« La vita è questo scialo di triti fatti, vano più che crudele â— e la vita è crudele più che vana »), ma, a ben guardare, è appena un sinonimo di un termine caro a Pratolini: di « cronaca » della somma infinita delle prime apparenze delle cose e dei fatti dentro la nostra scarsa e insufficiente memoria.

I personaggi sono molti, ma quelli che si ricordano me ­glio si possono contare sulle dita. Intanto i due Corsini, Gianni e sua moglie, Nella. Il primo nato nel contado, a Scandicci, ma venuto presto a Firenze a cercar lavoro, e lì, dopo aver fatto tutta la trafila, lo troviamo impiegato della Ferrovia. Il libro si apre sul primo incontro fra Gianni e la giovane Nella Vegni, figlia di un eccellente artigiano; poi passa rapidamente alle nozze, al viaggio a Parigi e infine alla guerra. Gianni andrà a battersi sul Sabotino, la moglie ritorna a casa del padre. Con la pace, il ritorno in città, le ambizioni politiche di Gianni, che ci viene presentato can ­didato socialista, comiziante nel quartiere più rosso di Fi ­renze, San Frediano. Al primo insorgere della dittatura l’epurazione costringe Gianni ad affari poco puliti per ti ­rare avanti. Gianni è un carattere debole, un velleitario; qualche volta simpatico per la buona dose di incoscienza ottimistica con cui affronta le difficoltà della vita, ma un’anima perduta per chi giudichi le cose del mondo da uno stretto punto di vista della fedeltà e della conseguenza. La moglie riflette assai bene una condizione particolare della piccola borghesia del tempo: è bella, è onesta, direi di più: è pulita; ma ecco che, guidata da un debole come Gianni, cade ai primi colpi, scendendo tutti i gradini della miseria morale, e quasi per una fatalità fisica. Se si dovesse fare un processo alla verosimiglianza delle situazioni romanzesche, Pratolini avrebbe molte difficoltà per spiegare sul filo della logica la degradazione di Nella; diamo tutta la colpa alla fragilità dei sensi, alla povertà morale e risol ­viamo così la faccenda.

Ma la grande figura femminile non è quella di Nella Corsini; si chiama Ninì Battignani, e bisogna dire che su questo punto il Pratolini ha vinto la sua grossa battaglia. Non imprevedibile nella famiglia dei suoi personaggi, per ­ché chi ha letto Cronache di poveri amanti riconoscerà subito il tipo della signora. Ninì è nata dall’unione di un grosso droghiere e una signora decaduta: la notizia serve a spiegarci gli scarti bruschi e complessi della sua natura. Ha frequentato da adolescente famiglie nobili e in una di queste ha incontrato due fratelli, Gioietta e Giudo Donati, che rappresenteranno i termini di quello che sarà il dram ­ma immenso della sua vita. Pratolini ce la fa vedere regi ­netta nelle feste, interventista crocerossina, e su su fino ai primi tempi delle squadre fasciste, quasi una fondatrice in mezzo agli entusiasti e agli arruffoni della « vigilia ». Ninì passa dall’entusiasmo alla depressione: è un’anima di fuoco, ma troppo spesso soffocata e paralizzata dalle convenzioni e dai tabù del suo mondo. Diventerà, sì, la moglie del gar ­zone sostituto del padre, ma il tentativo di normalizzazione non le impedirà di scendere a precipizio le scale dell’in ­ferno per cercare la pace nel « pozzo della solitudine ».
Il marito, Adamo Maestri, è il tipo del buono a tutti i costi, disposto a bere il veleno degli altri pur di difendere il suo amore idolatra per la moglie.

Questi sono i personaggi centrali della vicenda; ma la galleria di Pratolini è ricchissima, formata di uomini di ogni tipo: vecchi caratteristici, quasi macchiette, come il Vegni e il vinaio Chiti, ragazzi (padri dei ragazzi di vita, dal sapore vero, senza letteratura), sigaraie, squadristi ecc. C’è di tutto e forse più di così non sarebbe stato possibile: Pratolini l’ha fatto illudendosi di dare al quadro un carat ­tere inconfondibile di autenticità. Tutto accade a Firenze all’infuori della stagione infernale di Ninì nelle sue terre di Sopravingone. Ma anche allora si capisce che la partita a valore universale viene giocata in città, fra la sede del fascio e i quartieri popolari. Ci sono rievocazioni di fatti tristemente famosi, per esempio la morte sul Ponte Sospeso di Giovanni Berta, e restituita senza strafare; direi che Pratolini ha messo da parte quell’enfasi che in fondo nuo ­ceva al risultato.

Caso mai, ci sarebbe da dire qualcosa sulla costruzione del libro. Pratolini vi ha messo troppa roba. Spesso sembra Cecil B. De Mille, vittima di un’informazione eccessiva, esasperata. Qualsiasi occasione è buona per inutili digres ­sioni che rallentano la corsa naturale del romanzo. Succube di una suggestione di moda, Pratolini non ha saltato una delle possibili forme di amore registrate dai manuali di teologia per confessori, purtroppo in materia non si può inventare nulla e si cade nella ripetizione. Va detto però a suo onore che in lui c’è un minimo di partecipazione dolo ­rosa, e non solo la monotona accademia a freddo, di certa recente pornografia. I personaggi sono messi a nudo in qualsiasi momento della loro giornata, non hanno segreti ma c’è sempre la buona grazia fiorentina di Pratolini a salvarli. Un fiorentino, per quanto faccia, non riesce a scon ­ciare l’attività dell’uomo.

Lo Scialo costituisce un successo, soprattutto se ripen ­siamo al Metello che ci aveva lasciato perplessi e non con ­vinti. Pratolini ha vinto, lasciando da parte le trappole dei programmi e le remore del « realismo socialista ». In primo piano è tornato lo scrittore di memorie, con la chiara origine crepuscolare (caso mai, c’è un eccesso di compiaci ­mento nel suo discorso, quando diventa più poetico che narrativo) ma sostenuto e trasformato da un mediatore più alto e robusto, da uno spirito che sa andare al di là della cadenza sentimentale delle cose e vedere la storia del mondo per quella che è.

La fine suona un po’ affrettata ed eccessivamente dram ­matica. Anche se preparato da lontano da tante morti, dai fatti di Scandicci, dalle azioni teppistiche degli squadristi, dal lungo disordine del dopo guerra, insomma da una tra ­gica stagione di lutti, resta tuttavia non del tutto giustifi ­cato e plausibile il suicidio di Ninì nella vasca da bagno della sua villa, uno dei teatri della sua furia e della sua dannazione. Una conclusione che ci porterebbe molto lon ­tano dalle regole famose del realismo e farebbe sospettare in Pratolini una nuova emozione, il senso di una nuova strada, di una svolta. La troveremo nel terzo volume della « Storia italiana » ?

21 maggio 1960.

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