di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, domenica 23 febbraio 1969]

L’OSPEDALE MALATO

Come entrai nella clinica Ophelia – all’indomani mi avrebbero portato via la ci ­stifellea â— il portiere mi accompagnò allo studio del me ­dico di turno. Era costui un uomo sui quaranta, magro e pallido. Si levò dalla poltrona togliendosi di bocca un ter ­mometro. « Mi scusi, sa? Ma ho quasi trentanove di feb ­bre ». « Influenza? ». « Eh, chi lo sa… ».

Nonostante il febbrone, mi guidò alla camera, mi consi ­gliò di coricarmi subito. Poi entrò una graziosa infermie ­ra per una iniezione calman ­te. Zoppicava. « Se sapesse, signore â— confidò con un dol ­ce sorriso â— sapesse, con l’u ­mido di oggi, i capricci che fa la sciatica… ».

Più tardi arriva il professore Trizzi, colui che mi dovrà operare all’indomani: una fi ­gura giovane, vigorosa, sim ­patica. « Lei, signore, mi la ­sci dire, è stato fortunato. In fatto di cistifellea credo proprio che attualmente non ci sia uno che ne sappia più di me. E pour cause! Pour cau ­se! â— giù una bella risata â—. Domattina lavoro io su di lei. Dopodomani lavoreranno gli altri. Su di me, capisce? An ­che la mia cistifellea, kaputt! â— e fa il gesto di buttar via un rifiuto â—. Molto peggio della sua, molto peggio. Per ­ché la sua sappiamo ormai esattamente come sta. Mentre nel mio caso… Nel mio caso la situazione, come dire? è abbastanza aggrovigliata. Eh, si sa dove si taglia, non si sa cosa si trova! â— un’altra lun ­ga risata â—. Il proverbio del mio vecchio maestro Ripellini è sempre valido nonostan ­te i progressi della scienza! â— Porta una mano alla destra dello stomaco, premendo, e fa una smorfia dolorosa â—. Ahi, ahi… ho paura che… scusi se mi siedo… questione di pochi secondi… sono fitte passeggere… Ma non si preoccupi, per carità… Càpitano soltanto al pomeriggio, al mattino mai, assolutamente mai… ».

Rimane a chiacchierare amabilmente, accomiatandosi dice: « A proposito, il nostro direttore, il boss qui della cli ­nica, ci teneva a darle il benvenuto, me l’ha detto espres ­samente. Si scusa di non aver ­lo fatto. Purtroppo stamane… purtroppo ha avuto… Be’ non si può dire propriamente un infarto, ma la tranquillità, lei mi insegna, è la prima cosa in tutte le forme cardiache… ».

Come più tardi viene la ca ­po infermiera della notte, no ­to che continua a passarsi feb ­brilmente la mano destra sul ­la guancia. « Un po’ di mal di denti? » chiedo per pura cortesia. « Non me ne parli. Le auguro di cuore di non avere mai niente a che fare col trigemino… Da impazzire, le giuro, da impazzire… Me ­no male che, dovendo fare il turno di notte, non faticherò certo a stare sveglia ». E rie ­sce perfino a sorridere.

Io la guardo perplesso: « Scusi, signorina: qui alla cli ­nica Ophelia, dico, il perso ­nale curante, dico, è fatto tutto di malati? ».

Solleva la testa, sbalordita: « Credo bene, signore. Non per niente è la casa di cura più rinomata d’Europa ». « Non capisco ». « Come? Lei non sa? Psi ­coterapia, psicoterapia. Que ­sto è il centro di psicoterapia più avanzato che esista. Mi dica: lei non era mai stato in ospedale? ».

« Veramente no ». « Per questo, forse, non ca ­pisce. Cos’è il brutto dell’o ­spedale? La malattia forse no. Il brutto dell’ospedale è di vedere tutti gli altri, che malati non sono. Quando vie ­ne la sera, noi condannati al letto, e i medici, le infermie ­re, gli assistenti eccetera via come fringuelli per la città, chi a casa, chi da amici, chi al ristorante, chi al cinema, chi a teatro, chi all’amore; e questo deprime terribilmente, mi creda, ci fa sentire mino ­rati, influisce sul decorso in modo decisivo. Invece, se uno è moribondo e gli altri sono tutti già morti, si sente un imperatore. E qui, appunto, realizziamo il miracolo.

In ­tanto, niente visite di parenti e di amici, a evitare spiace ­voli confronti. E poi, e poi… medici, assistenti, chirurghi, anestesisti, infermiere eccete ­ra, tutti malati seriamente. I pazienti, al paragone, si sen ­tono signori, si sentono sani. Si sentono? Diventano sani. Alle volte guariscono senza bisogno neanche di una pil ­lola. E magari sono entrati che erano più di là che di qua ».

IL CANE DA QUADRI

Renato Cardazzo un giorno mi disse: « Alle volte, quando al mattino arrivo alla mia galleria, trovo il cortile ingombro di quadri, disposti tutto intorno. Qualche pittore sciagurato che tenta di se ­durmi. Dilettanti, si intende.

Ed io me ne accorgo subito dall’odore ». « Perché, i dilettanti hanno un odore speciale? ». « Proprio così. Puzzano. Non loro. I loro quadri. Come se i colori, sen ­tendosi usati malamente, si ri ­bellassero, formando esalazioni sgradite ».

Mi parve una teoria spiri ­tosa ma alquanto opinabile.

Confesso che anche alle esposizioni delle più ignobili croste, quella puzza non l’avevo mai avvertita. Però era una ipotesi affascinante. E comin ­ciai una serie di esperimenti. Pensavo: ammettiamo pure che Renato Cardazzo abbia un fiuto eccezionale, però è sempre un uomo, e un cane da caccia, in fatto di sensi ­bilità olfattiva, saprà fare an ­che di meglio.

Mi procurai quindi un brac ­co bene addestrato e lo por ­tavo in giro per il quartiere artistico, dove allignano tutte quelle botteghe di spaven ­tosi quadri pompieristici con la marina al tramonto, la baita alpina con le pecorelle, la testa di vecchio, le dami ­ne del Settecento. Bene, pri ­ma ancora di avvistare il bie ­co luccichio delle cornici esposte a filo del marciapiedi, Walter, tale il nome del cane, drizzava un triangolo di pelo in corrispondenza con la sommità del dorso, emetten ­do un lieve mugolio. Qual ­che passo ancora, e lui si fermava, rifiutando di prose ­guire. Avevo un bel tirarlo per il guinzaglio; come se lo volessi portare al macello.

Feci poi esperimenti in sen ­so inverso. Avvicinando Wal ­ter cioè ad opere di discreto alto livello. Risultati entu ­siasmanti. Non solo la sensi ­bile creatura dava segni di soddisfazione, con divincola ­menti, scodinzolamenti, squit ­tii, e altro, ma, in prossimità di pezzi magistrali, «punta ­va » come se si fosse trat ­tato di una quaglia. Capace di restarsene là inchiodato per delle ore. Tanto più rigido quanto era bello il dipinto.

L’applicazione dell’esercizio ai fini delle cronache d’arte sarebbe, inutile dirlo, vantag ­giosissima. Non ci sarebbero mai dubbi. Si scoprirebbero a colpo sicuro i geni nascenti. Ma le gallerie non sono favo ­revoli alle frequentazioni ca ­nine. Senza contare il rischio che, in presenza di quadri or ­ribili, Walter perda il con ­trollo e si avventi. D’altra parte, poiché si tratta di per ­cezione olfattiva e non visiva, fargli vedere delle riprodu ­zioni non serve. Inoltre, mi è parso di capire che i suoi gu ­sti non coincidono affatto con i miei. Il sagace bracco si mo ­stra decisamente favorevole alle opere informali, raramen ­te indulge ai neo-figurativi. (O che per caso abbia ra ­gione?) .

IL TELEVISORE SAPIENTE

Dal Giappone un amico ricchissimo mi ha portato in regalo una straordinaria no ­vità: un piccolo televisore, di aspetto dimesso, dotato di una virtù prodigiosa: se qual ­cuno, anche lontanissimo, par ­la di noi, l’apparecchio ce lo fa vedere e udire. Se di noi nessuno si occupa, lo schermo resta buio.

Devo dire che il primo en ­tusiasmo si è completamen ­te raffreddato quando, nell’in ­timità della casa, mi sono ac ­cinto a fare la prova. La mal ­dicenza, si sa, è uno sport co ­sì facile e diffuso (qualcuno lo ritiene una delle poche con ­solazioni in questa valle di la ­crime). Né io certo mi illu ­devo che pure gli amici, se il discorso mi toccava, rinun ­ciassero a qualche maligna frecciata. Comunque, sono cose che è meglio non sape ­re. Perché amareggiarci inu ­tilmente?

Ma l’apparecchio era lì, a mia completa disposizione, col suo meraviglioso segreto. E l’orologio segnava le nove e mezzo di sera, l’ora in cui, al termine del pasto, gli ami ­ci si lasciano andare a confi ­denze e cattiverie. Per di più quel giorno era comparso un mio articolo, a cui tenevo molto, ma piuttosto azzarda ­to. Sì, era probabile che in più di un luogo si stesse di ­cendo peste e corna di me. Ditemi un po’ voi, tuttavia, come era possibile resistere. Se non altro, le amare ri ­velazioni mi sarebbero servi ­te di regola. Così rimuginan ­do, stetti in forse una mez ­z’ora. Quindi, accesi.

Lo schermo per qualche minuto restò inerte. Poi si udì una voce, con spiccato accento emiliano, ben presto seguita dall’immagine. Vidi due signori sui cinquant’anni, di cui uno con barbetta, che fumavano seduti non si ca ­piva bene se in un salotto privato o nell’angolo di un circolo. Uno teneva sulle gi ­nocchia, come se avesse appena finito di leggerlo, il gior ­nale contenente il mio artico ­lo. E diceva: « Non sono d’ac ­cordo. Io l’ho trovato spiri ­toso. E poi dice cose che tut ­ti pensano e nessuno ha di solito il coraggio di dire ». L’altro tentennò il capo: «Può darsi che tu abbia anche ra ­gione. Però a me, quello sti ­le, sarà moderno fin che vuoi… ». E i due, che prima non avevo mai visto, dispar ­vero, segno che avevano cam ­biato argomento.

Quasi immediatamente lo schermo si riaccese. Riconob ­bi il ristorante letterario che anch’io frequento spesso. Era il solito tavolo, al quale sede ­vano tre colleghi proprio del mio giornale. Mi salì il bat ­ticuore. Come minimo, pen ­sai, adesso questi qui mi squartano vivo. « Vedi? â— di ­ceva il più anziano, mio vec ­chio amico â—. Per me, è un esempio tipico di quello che si deve intendere per buon giornalismo moderno. Del re ­sto, chi non ha difetti? Perché sempre parlar male? ». « E chi parlava male? â— ribatté il più giovane, noto per le battute corrosive â—. Solo che il lettore medio, il lettore di un quotidiano, a quelle finezze non arriva… ». « Sia come sia â— commentò il terzo â—. Leggere dei pezzi si ­mili, e lo dice un vecchio del mestiere, è sempre una soddisfazione ».

Ora, come quei cari amici fossero venuti a sapere che io possedevo il diabolico televisore, così da potersi regolare in conseguenza, rimarrà per me un assoluto mistero.

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