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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Invenzioni

28 Settembre 2014

di Dino Buzzati
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 23 febbraio 1969]

L’OSPEDALE MALATO

Come entrai nella clinica Ophelia – all’indomani mi avrebbero portato via la ci ¬≠stifellea √Ę‚ÄĒ il portiere mi accompagn√≤ allo studio del me ¬≠dico di turno. Era costui un uomo sui quaranta, magro e pallido. Si lev√≤ dalla poltrona togliendosi di bocca un ter ¬≠mometro. ¬ę Mi scusi, sa? Ma ho quasi trentanove di feb ¬≠bre ¬Ľ. ¬ę Influenza? ¬Ľ. ¬ę Eh, chi lo sa… ¬Ľ.

Nonostante il febbrone, mi guid√≤ alla camera, mi consi ¬≠gli√≤ di coricarmi subito. Poi entr√≤ una graziosa infermie ¬≠ra per una iniezione calman ¬≠te. Zoppicava. ¬ę Se sapesse, signore √Ę‚ÄĒ confid√≤ con un dol ¬≠ce sorriso √Ę‚ÄĒ sapesse, con l’u ¬≠mido di oggi, i capricci che fa la sciatica… ¬Ľ.

Pi√Ļ tardi arriva il professore Trizzi, colui che mi dovr√† operare all’indomani: una fi ¬≠gura giovane, vigorosa, sim ¬≠patica. ¬ę Lei, signore, mi la ¬≠sci dire, √® stato fortunato. In fatto di cistifellea credo proprio che attualmente non ci sia uno che ne sappia pi√Ļ di me. E pour cause! Pour cau ¬≠se! √Ę‚ÄĒ gi√Ļ una bella risata √Ę‚ÄĒ. Domattina lavoro io su di lei. Dopodomani lavoreranno gli altri. Su di me, capisce? An ¬≠che la mia cistifellea, kaputt! √Ę‚ÄĒ e fa il gesto di buttar via un rifiuto √Ę‚ÄĒ. Molto peggio della sua, molto peggio. Per ¬≠ch√© la sua sappiamo ormai esattamente come sta. Mentre nel mio caso… Nel mio caso la situazione, come dire? √® abbastanza aggrovigliata. Eh, si sa dove si taglia, non si sa cosa si trova! √Ę‚ÄĒ un’altra lun ¬≠ga risata √Ę‚ÄĒ. Il proverbio del mio vecchio maestro Ripellini √® sempre valido nonostan ¬≠te i progressi della scienza! √Ę‚ÄĒ Porta una mano alla destra dello stomaco, premendo, e fa una smorfia dolorosa √Ę‚ÄĒ. Ahi, ahi… ho paura che… scusi se mi siedo… questione di pochi secondi… sono fitte passeggere… Ma non si preoccupi, per carit√†… C√†pitano soltanto al pomeriggio, al mattino mai, assolutamente mai… ¬Ľ.

Rimane a chiacchierare amabilmente, accomiatandosi dice: ¬ę A proposito, il nostro direttore, il boss qui della cli ¬≠nica, ci teneva a darle il benvenuto, me l’ha detto espres ¬≠samente. Si scusa di non aver ¬≠lo fatto. Purtroppo stamane… purtroppo ha avuto… Be’ non si pu√≤ dire propriamente un infarto, ma la tranquillit√†, lei mi insegna, √® la prima cosa in tutte le forme cardiache… ¬Ľ.

Come pi√Ļ tardi viene la ca ¬≠po infermiera della notte, no ¬≠to che continua a passarsi feb ¬≠brilmente la mano destra sul ¬≠la guancia. ¬ę Un po’ di mal di denti? ¬Ľ chiedo per pura cortesia. ¬ę Non me ne parli. Le auguro di cuore di non avere mai niente a che fare col trigemino… Da impazzire, le giuro, da impazzire… Me ¬≠no male che, dovendo fare il turno di notte, non faticher√≤ certo a stare sveglia ¬Ľ. E rie ¬≠sce perfino a sorridere.

Io la guardo perplesso: ¬ę Scusi, signorina: qui alla cli ¬≠nica Ophelia, dico, il perso ¬≠nale curante, dico, √® fatto tutto di malati? ¬Ľ.

Solleva la testa, sbalordita: ¬ę Credo bene, signore. Non per niente √® la casa di cura pi√Ļ rinomata d’Europa ¬Ľ. ¬ę Non capisco ¬Ľ. ¬ę Come? Lei non sa? Psi ¬≠coterapia, psicoterapia. Que ¬≠sto √® il centro di psicoterapia pi√Ļ avanzato che esista. Mi dica: lei non era mai stato in ospedale? ¬Ľ.

¬ę Veramente no ¬Ľ. ¬ę Per questo, forse, non ca ¬≠pisce. Cos’√® il brutto dell’o ¬≠spedale? La malattia forse no. Il brutto dell’ospedale √® di vedere tutti gli altri, che malati non sono. Quando vie ¬≠ne la sera, noi condannati al letto, e i medici, le infermie ¬≠re, gli assistenti eccetera via come fringuelli per la citt√†, chi a casa, chi da amici, chi al ristorante, chi al cinema, chi a teatro, chi all’amore; e questo deprime terribilmente, mi creda, ci fa sentire mino ¬≠rati, influisce sul decorso in modo decisivo. Invece, se uno √® moribondo e gli altri sono tutti gi√† morti, si sente un imperatore. E qui, appunto, realizziamo il miracolo.

In ¬≠tanto, niente visite di parenti e di amici, a evitare spiace ¬≠voli confronti. E poi, e poi√Ę‚ā¨¬¶ medici, assistenti, chirurghi, anestesisti, infermiere eccete ¬≠ra, tutti malati seriamente. I pazienti, al paragone, si sen ¬≠tono signori, si sentono sani. Si sentono? Diventano sani. Alle volte guariscono senza bisogno neanche di una pil ¬≠lola. E magari sono entrati che erano pi√Ļ di l√† che di qua ¬Ľ.

IL CANE DA QUADRI

Renato Cardazzo un giorno mi disse: ¬ę Alle volte, quando al mattino arrivo alla mia galleria, trovo il cortile ingombro di quadri, disposti tutto intorno. Qualche pittore sciagurato che tenta di se ¬≠durmi. Dilettanti, si intende.

Ed io me ne accorgo subito dall’odore ¬Ľ. ¬ę Perch√©, i dilettanti hanno un odore speciale? ¬Ľ. ¬ę Proprio cos√¨. Puzzano. Non loro. I loro quadri. Come se i colori, sen ¬≠tendosi usati malamente, si ri ¬≠bellassero, formando esalazioni sgradite ¬Ľ.

Mi parve una teoria spiri ­tosa ma alquanto opinabile.

Confesso che anche alle esposizioni delle pi√Ļ ignobili croste, quella puzza non l’avevo mai avvertita. Per√≤ era una ipotesi affascinante. E comin ¬≠ciai una serie di esperimenti. Pensavo: ammettiamo pure che Renato Cardazzo abbia un fiuto eccezionale, per√≤ √® sempre un uomo, e un cane da caccia, in fatto di sensi ¬≠bilit√† olfattiva, sapr√† fare an ¬≠che di meglio.

Mi procurai quindi un brac ­co bene addestrato e lo por ­tavo in giro per il quartiere artistico, dove allignano tutte quelle botteghe di spaven ­tosi quadri pompieristici con la marina al tramonto, la baita alpina con le pecorelle, la testa di vecchio, le dami ­ne del Settecento. Bene, pri ­ma ancora di avvistare il bie ­co luccichio delle cornici esposte a filo del marciapiedi, Walter, tale il nome del cane, drizzava un triangolo di pelo in corrispondenza con la sommità del dorso, emetten ­do un lieve mugolio. Qual ­che passo ancora, e lui si fermava, rifiutando di prose ­guire. Avevo un bel tirarlo per il guinzaglio; come se lo volessi portare al macello.

Feci poi esperimenti in sen ¬≠so inverso. Avvicinando Wal ¬≠ter cio√® ad opere di discreto alto livello. Risultati entu ¬≠siasmanti. Non solo la sensi ¬≠bile creatura dava segni di soddisfazione, con divincola ¬≠menti, scodinzolamenti, squit ¬≠tii, e altro, ma, in prossimit√† di pezzi magistrali, ¬ępunta ¬≠va ¬Ľ come se si fosse trat ¬≠tato di una quaglia. Capace di restarsene l√† inchiodato per delle ore. Tanto pi√Ļ rigido quanto era bello il dipinto.

L’applicazione dell’esercizio ai fini delle cronache d’arte sarebbe, inutile dirlo, vantag ¬≠giosissima. Non ci sarebbero mai dubbi. Si scoprirebbero a colpo sicuro i geni nascenti. Ma le gallerie non sono favo ¬≠revoli alle frequentazioni ca ¬≠nine. Senza contare il rischio che, in presenza di quadri or ¬≠ribili, Walter perda il con ¬≠trollo e si avventi. D’altra parte, poich√© si tratta di per ¬≠cezione olfattiva e non visiva, fargli vedere delle riprodu ¬≠zioni non serve. Inoltre, mi √® parso di capire che i suoi gu ¬≠sti non coincidono affatto con i miei. Il sagace bracco si mo ¬≠stra decisamente favorevole alle opere informali, raramen ¬≠te indulge ai neo-figurativi. (O che per caso abbia ra ¬≠gione?) .

IL TELEVISORE SAPIENTE

Dal Giappone un amico ricchissimo mi ha portato in regalo una straordinaria no ¬≠vit√†: un piccolo televisore, di aspetto dimesso, dotato di una virt√Ļ prodigiosa: se qual ¬≠cuno, anche lontanissimo, par ¬≠la di noi, l’apparecchio ce lo fa vedere e udire. Se di noi nessuno si occupa, lo schermo resta buio.

Devo dire che il primo en ¬≠tusiasmo si √® completamen ¬≠te raffreddato quando, nell’in ¬≠timit√† della casa, mi sono ac ¬≠cinto a fare la prova. La mal ¬≠dicenza, si sa, √® uno sport co ¬≠s√¨ facile e diffuso (qualcuno lo ritiene una delle poche con ¬≠solazioni in questa valle di la ¬≠crime). N√© io certo mi illu ¬≠devo che pure gli amici, se il discorso mi toccava, rinun ¬≠ciassero a qualche maligna frecciata. Comunque, sono cose che √® meglio non sape ¬≠re. Perch√© amareggiarci inu ¬≠tilmente?

Ma l’apparecchio era l√¨, a mia completa disposizione, col suo meraviglioso segreto. E l’orologio segnava le nove e mezzo di sera, l’ora in cui, al termine del pasto, gli ami ¬≠ci si lasciano andare a confi ¬≠denze e cattiverie. Per di pi√Ļ quel giorno era comparso un mio articolo, a cui tenevo molto, ma piuttosto azzarda ¬≠to. S√¨, era probabile che in pi√Ļ di un luogo si stesse di ¬≠cendo peste e corna di me. Ditemi un po’ voi, tuttavia, come era possibile resistere. Se non altro, le amare ri ¬≠velazioni mi sarebbero servi ¬≠te di regola. Cos√¨ rimuginan ¬≠do, stetti in forse una mez ¬≠z’ora. Quindi, accesi.

Lo schermo per qualche minuto rest√≤ inerte. Poi si ud√¨ una voce, con spiccato accento emiliano, ben presto seguita dall’immagine. Vidi due signori sui cinquant’anni, di cui uno con barbetta, che fumavano seduti non si ca ¬≠piva bene se in un salotto privato o nell’angolo di un circolo. Uno teneva sulle gi ¬≠nocchia, come se avesse appena finito di leggerlo, il gior ¬≠nale contenente il mio artico ¬≠lo. E diceva: ¬ę Non sono d’ac ¬≠cordo. Io l’ho trovato spiri ¬≠toso. E poi dice cose che tut ¬≠ti pensano e nessuno ha di solito il coraggio di dire ¬Ľ. L’altro tentenn√≤ il capo: ¬ęPu√≤ darsi che tu abbia anche ra ¬≠gione. Per√≤ a me, quello sti ¬≠le, sar√† moderno fin che vuoi… ¬Ľ. E i due, che prima non avevo mai visto, dispar ¬≠vero, segno che avevano cam ¬≠biato argomento.

Quasi immediatamente lo schermo si riaccese. Riconob ¬≠bi il ristorante letterario che anch’io frequento spesso. Era il solito tavolo, al quale sede ¬≠vano tre colleghi proprio del mio giornale. Mi sal√¨ il bat ¬≠ticuore. Come minimo, pen ¬≠sai, adesso questi qui mi squartano vivo. ¬ę Vedi? √Ę‚ÄĒ di ¬≠ceva il pi√Ļ anziano, mio vec ¬≠chio amico √Ę‚ÄĒ. Per me, √® un esempio tipico di quello che si deve intendere per buon giornalismo moderno. Del re ¬≠sto, chi non ha difetti? Perch√© sempre parlar male? ¬Ľ. ¬ę E chi parlava male? √Ę‚ÄĒ ribatt√© il pi√Ļ giovane, noto per le battute corrosive √Ę‚ÄĒ. Solo che il lettore medio, il lettore di un quotidiano, a quelle finezze non arriva… ¬Ľ. ¬ę Sia come sia √Ę‚ÄĒ comment√≤ il terzo √Ę‚ÄĒ. Leggere dei pezzi si ¬≠mili, e lo dice un vecchio del mestiere, √® sempre una soddisfazione ¬Ľ.

Ora, come quei cari amici fossero venuti a sapere che io possedevo il diabolico televisore, così da potersi regolare in conseguenza, rimarrà per me un assoluto mistero.


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Bart