Le minigonne di Varsavia

di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, sabato 18 ottobre 1969]

Per un borghese come me, non avvezzo ai paesi comu ­nisti, inceppato dalle tradizio ­ni borghesi, turpemente affe ­zionato alle comodità, compia ­cimenti, virtù e vizi borghesi, capita, di là della cortina, di notare certe cose. Anche in Polonia che, come si sa, è nel mondo slavo il popolo più vi ­cino a noi italiani.

IL RISTAGNO. â— Splen ­de vivido il sole di questa superstite estate, passano di corsa scherzando ragazzi e ragazzine, nel cielo si stirano drammatiche bellissime nubi filamentose quali da noi non esistono mai, eppure un bor ­ghese come me rimane colpi ­to da un fenomeno: crede cioè di avvertire che tutto il ritmo della vita qui ristagni in una più o meno rassegna ­ta apatia. Come se non ci fos ­se motivo di avere fretta, co ­me se il risultato fosse identico che ci si affanni o non ci si affanni, e non ci siano da raggiungere gli abominevo ­li traguardi personali (la ric ­chezza, la fama, il potere, il successo sociale professionale o artistico) della nostra infa ­me società dei consumi, e per ­ciò la gente (ricordarsi del « divertissement » di Pascal) non sia più distratta dalla propria fondamentale miseria umana cosicché, dai vent’anni in su (perché, prima, l’in ­consapevole prima giovinezza sbaraglia i cattivi o tristi pen ­sieri) la gente non sembra affatto felice, non sembra neppure affatto contenta, e udire una vera risata è raro, e quasi nessuno sorride, nep ­pure quelli che per consuetu ­dine professionale dovrebbero sorridere, non sorride il came ­riere, non sorride il commes ­so di negozio, non sorride il taxista, e fanno impressione, ai ristoranti, certe tavolate tutte di uomini che parlano e discutono ma senza mini ­mamente sorridere e magari sono dei vecchi pacifici ami ­ci, ma viene di pensare a qualche incontro di tenebrosi gerarchi del partito. A sorri ­dere sono soltanto, nell’atrio e nel ristorante dell’albergo Bristol, fino alle 22 perché dopo è proibito, diverse gra ­ziose giovani signore, le qua ­li però sorridono per pura convenienza professionale, e infatti dopo le dieci il loro lusinghiero sorriso si spegne.

FRANCHEZZA. â— Questo senso di diffusa intima mor ­tificazione o meglio di indif ­ferenza per il proprio stesso lavoro, l’ho percepito anche nei numerosi artisti, pittori e scultori, che ho avvicinato. E non si tratta di quella diffi ­denza per gli stranieri che è fama sia così intensa nel ­l’URSS (dove io non sono mai stato).

Non è che questi artisti, con me, siano stati guardinghi e controllati nel parlare. Anzi. Era proprio, almeno così mi pareva di capire, una sorta di apatico distacco perfino nei riguardi dei propri quadri, co ­me se la loro bellezza, la lo ­ro vita fosse destinata a dis ­solversi lentamente in un ma ­re di indifferenza universale. Perché, ripeto, erano tutt’altro che chiusi o reticenti. Con loro non ho parlato di politi ­ca perché mi sembrava buona educazione, e io non ero ve ­nuto a fare una indagine po ­litica. Si parlava di pittura, di mostre, di viaggi all’estero e così via. E tutti erano mol ­to cordiali e mi rendevo con ­to che se avessi, nella conver ­sazione, aperto quella portici ­na, loro ci si sarebbero infi ­lati senza esitare. Questo per dire che, nonostante l’atmo ­sfera deprimente che dicevo nei rapporti umani ho notato una notevole franchezza; comunque, per essere onesti, non clima di continuo sospet ­to o, peggio, di incubo o ter ­rore. A questo proposito, di poliziotti in uniforme ne ho visti ben pochi e non credo ce ne fossero in giro molti « in abito simulato ». Certo, gli artisti, specialmente in Po ­lonia, sono un poco matti e talora si permettono degli innocui simpatici scherzetti, da cui un borghese come me può magari rimanere impres ­sionato. Tanto per dire: un simpatico giovane, che avevo conosciuto del tutto superficialmente al mattino, nel po ­meriggio mi incontra per la strada, mi riconosce e, pas ­sandomi vicino, ben distinta ­mente, in italiano, mormora: « Merda al comunismo ».

ALBERGHI. â— Un com ­plessivo deperimento fisico e psichico ha subito il celebre Hotel Bristol di Varsavia, già appartenuto a Paderewski. L’aspetto è ancora da grande albergo della Belle Epoque E la sala da pranzo, dove una orchestrina di quattro compas ­sati professori esegue valzer di Strauss e marcette di Brahms, è convenientemente dorata e sontuosa. Ma l’atrio d’ingresso è squallido più di una stazioncina ferroviaria, e nelle camere, pur ampie e di singolare altezza, i mobili non hanno più nulla a che fare con le passate grandezze, so ­lo di legno impiallicciato, di quello stile che noi chiamia ­mo « littorio »; e anche il bagno è vasto, ma le rubinetterie sono piuttosto giù di morale.

Patetico poi, nella sua disar ­mata umiltà, un filo di nailon teso attraverso il bagno all’al ­tezza di due metri, per appen ­dere, ovviamente, le camicie e le mutande, lavate dal clien ­te stesso in parsimonioso « self-service ».

Modernissimo, degno di qualsiasi grande città, è in ­vece l’albergo Orbis Cracovia, appunto a Cracovia. Ma per ­ché nessuno pulisce le vetrate che ne formano le pareti ester ­ne? E poi c’è un inconvenien ­te, per un borghese come me: entrando e uscendo sotto gli occhi dei passanti, che mai si potranno permettere quei lus ­si, una specie di vergogna, di senso di colpa.

CASE. â— Chi privatamente dispone di un bagno come quelli, pur minuscoli, dell’albergo di Cracovia? Sono sta ­to in parecchie case, sempre accolto con straordinaria ama ­bilità. Pur in quelle relativamente spaziose, in edifici mo ­derni, una sensazione di an ­gustia, incomodità, vago disagio. Come se, a motivo dei bassi guadagni e della ristret ­tezza dello spazio, non esistes ­se più l’amore per la casa. Mobili quasi sempre disadorni e squallidi, quali da noi fab ­bricavano le ditte di Cantù per gli operai, negli anni trenta. Pavimenti di dubbia pulizia; cucine e bagni, intravisti dagli usci socchiusi, intasati di disordine. E in ogni stanza, fos ­se soggiorno, salotto, studio, atelier, laboratorio, l’imman ­cabile letto. Case senza calo ­re, dove di sera a nessuno di noi verrebbe voglia di torna ­re, neppure se fischiasse la tormenta.

IL MOSTRO. â— Dinanzi all’albergo di Cracovia era po ­steggiata una Maserati rossa targata Padova, con carroz ­zeria da fantascienza. Dieci, dodici persone, a turno, vi stazionavano intorno, guar ­dandola e annusandola di fuo ­ri, di dentro, di sopra e di sotto, come se fosse stata un disco volante sceso da Mar ­te. Poi ho conosciuto casual ­mente il proprietario, un gio ­vane industriale veneto. « Ah, è lei quello della Maserati? ». « Non me ne parli. Sono pen ­tito morto. Ieri, in un paese che non ricordo il nome, mi sono fermato per bere un caffè. Quando sono tornato al ­la macchina, si era formata una folla di almeno quattro ­cento persone. Per arrivarci ho dovuto aprirmi un varco a spintoni. Avrei voluto spro ­fondare sotto terra. Mi ver ­gognavo come un ladro ».

RISTORANTI. â— Albergo categoria lusso. Anziani gen ­tili malinconici signori in giac ­ca bianca, che parlano un po’ di francese, o un po’ di ingle ­se, o un po’ di tedesco, o forse anche un po’ di italiano, ascol ­tano lentamente le vostre preferenze e, passato qualche tempo, vi servono lentamente degli ottimi cibi, una Chateaubriand di primissimo ordine ad esempio, con patate fritte di altrettanto livello (e si sa come le patate fritte siano uno dei massimi test della cucina). Al « Pod Wierzynkiem » di Cracovia, in un angolo della piazza centrale, è conservata, grazie al vecchio arredamento, ai vecchi quadri, alla dignità dei camerieri, alla ricchezza del menù, all’eccellenza dei cibi, all’aspetto dei clienti, non già una perfetta atmosfera bor ­ghese, addirittura uno straor ­dinario incanto nobiliare di tipo absburgico. I prezzi, te ­nuto conto del cambio ufficia ­le (24 zloty per un dollaro) sono appena un poco sotto i nostri; ma diventano immo ­ralmente bassi se, come pare sia facilissimo e non troppo rischioso, si ricorre al cambio di borsa nera, che per un dollaro dà cento zloty e talora anche più.

MINIGONNE. â— Mai vi ­ste, come in Polonia, tante co ­sce, giovanissime, giovani, me ­no giovani, per lo più grade ­voli. La sottana quasi regolar ­mente non scende oltre il li ­vello dell’inguine. Anche le contadinelle. Un collega ita ­liano interpretava il costume come una precisa protesta po ­litica. Io non arriverei a tan ­to. Certo, una così ostentata vasta e intensa adesione a una moda che viene da Londra non significa disprezzo per il mondo occidentale. (Quando non arriva a una pura e sem ­plice inverecondia provocato ­ria. All’aeroporto di Varsavia ho visto una donna grassoc ­cia, sui trentacinque, con ri ­schiosa minigonna. A un cer ­to punto si è chinata per rac ­cogliere la valigia: sotto, non indossava che aria).

NON E’ SUCCESSO NIEN ­TE. â— Di là dell’amore per la propria città, la ricostruzio ­ne meticolosa del vecchio cen ­tro di Varsavia, probabilmen ­te la metropoli più martoriata dell’ultima guerra â— ricostru ­zione fedelissima, nel bello, nel meno bello e perfino nel brutto, resa possibile dal ri ­trovamento dei disegni in sca ­la di tutte le facciate di tutte le strade â— esprime, mi sem ­bra, un sentimento nobile, or ­goglioso, da gran signori. Co ­me se, ai forestieri, la città dicesse: « Ma no, non c’è bisogno che mi commiseriate. Perché queste facce contrite e misericordiose? Constatate voi stessi. Guardatevi intorno. Non è successo assolutamente nulla ». Come l’uomo distrut ­to dalla malattia inesorabile che tuttavia si fa incontro ai visitatori sorridendo e trova perfino la forza di richiamare un po’ di superstite sangue a ravvivargli le ceree guance, e sa trattenerli su argomenti piacevoli, e di sé, del proprio, male non fa una parola, e con arguzia diplomatica devia il discorso se quelli insistono per sapere qualcosa. Sì, in tre ­cento diversi posti della vec ­chia città sono stati murati, a livello del suolo, dei cippi di pietra che ricordano le peg ­giori stragi compiute dai te ­deschi. Ma sono piccole. Non si impongono allo sguardo. E poi i forestieri non sanno leg ­gere il polacco.

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