di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 6 giugno 1969]
L’Albergo del Rinoceronte, che apriva la sua unica por ta a metà di una stretta via in discesa, si animava soltan to nei giorni di mercato, una volta la settimana, quando negozianti e contadini conve nivano nel borgo di Cividale dai paesi sparsi per le valli e lungo il corso del Taglia- mento.
In quei giorni, fin dal mat tino, fumavano le pentole sul focolare, che secondo l’uso friulano si elevava nel mez zo del locale, sovrastato da una corona di ferro ritorto e da una cappa a imbuto. Sul piano del focolare, alto mez zo metro da terra, bruciava no fascine e carbonella sotto pentole d’ogni dimensione, mentre da un lato girava lo spiedo. Ed era un ragazzetto annoiato a regolarne l’an damento, col capo sempre voltato a guardare la gente che entrava, indifferente agli schiaffi che le figlie del pro prietario, passando, gli tira vano per richiamarlo al suo lavoro. Si chiamava Tommasino e risultava figlio di una povera vedova che abitava dietro l’albergo.
Gli schiaffi che Tommasino aveva cominciato a pren dere senza batter ciglio, gli procurarono presto altri schiaf fi da vari clienti, attirati dalla sua faccia tonda e mor bida, dove la mano si sten deva piacevolmente, suscitan do uno schiocco allegro come un applauso. Chi lo mandava a prendere una posata o un tovagliolo, gli dava uno schiaf fo per avviarlo; altri, che lo spedivano a comperare un pacchetto di tabacco o gli chiedevano un tizzo per ac cendere la pipa, lo compen savano sempre con uno schiaf fo. Il nobile Peregalli, pro prietario di case e di terreni, si può dire che andasse al Rinoceronte solo per dare in faccia a Tommasino. Perfino il canonico Floreani, che abi tava nella via ed entrava a bere un taglio di vino tornan do dalla messa, gli dava il suo schiaffo per ricordargli di non mancare alla dottri na. Capitò che dei forestieri di passaggio, solo vedendo il bel faccione di Tommasino, gli dessero anche loro per scherzo o per sollazzo delle guanciate.
Il ragazzo, che anch’io gra tificavo ogni tanto d’un buf fetto, si era come persuaso dell’ineluttabilità di quel com plimento e non se ne lagna va, anzi spesso sorrideva ai colpi più sonori, quasi con tento di aver collaborato alla buona riuscita dello schiaffo.
Era tutta gente, quella che schiaffeggiava Tommasino, abituata a far strada nel mon do, la poca che aveva fatta a costo di gravi umiliazioni o pagando pedaggi dolorosi. Contadini, artigiani, mediato ri, commercianti e forse an che il canonico, avevano avu ta nella vita duri inizi. Nes suno, a quei tempi, perveniva ad una certa indipendenza prima dei trent’anni, tanto era lungo il tirocinio: e solo dopo aver penato sotto padri severi, duri padroni o cru deli pedagoghi, prodighi non ché di schiaffi, di vergate e calci dei quali qualcuno por tava per sempre il segno e tutti, sicuramente, la memo ria. Arrivati a vivere dei loro guadagni, quei buoni uomini trovavano morale far passa re a un principiante come Tommasino qualche penosa vigilia o iniziazione, secondo loro necessaria per temprarlo alle asprezze inevitabili del vivere.
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Ma capitò una volta all’o steria persona contraria a si mili principi. E fu l’avvocato Costamagna, uno dei maggio ri professionisti del luogo, che andato a pranzo con un clien te al Rinoceronte, poté assi stere a tutta una serie di schiaffi riscossi da Tommasi no e coronata da un bel cef fone suonatogli dalla figlia del proprietario.
L’avvocato Costamagna non passava per un benefat tore o per un protettore degli orfani, ma per un usuraio, arricchito con i prestiti e le ipoteche. Eppure quel giorno, al rumore della manata rice vuta da Tommasino, divenne rosso in volto come se fosse toccata a lui. Balzò in piedi, afferrò la giovane per un brac cio e le misurò, senza mollar glielo, un manrovescio di ben altra forza. Poi si voltò ver so i clienti che avevano smes so di mangiare, e come se si trovasse nella sala delle udien ze e non all’osteria, lasciato il braccio della giovane, ten ne una perorazione piena di sdegno e dispetto.
« E’ una vergogna » disse « profittare di un debole. Se il ragazzo non ha nessuno che lo possa difendere, sono qui io a proteggerlo. E vi dico che se qualcuno oserà ancora toccarlo, farà i conti con me! ».
Il finale fu accolto da una generale risata di scherno, al la quale fece in tempo ad as sociarsi il canonico Floreani che passando per la strada aveva sentito quella voce to nante e aveva messo il capo dentro l’uscio.
L’avvocato, profondamente offeso, gettò il tovagliolo sul tavolo e se ne andò senza guardare il ragazzo e senza neppure ricordarsi di salutare il suo cliente.
« L’avrà fatto per non pa gare il conto » disse il cano nico.
Ma non era così, perché da quel giorno il Costamagna tor nò un paio di volte alla set timana al Rinoceronte, ora a mezzogiorno ora alla sera, fa cendosi servire pranzo o cena solo per controllare il com portamento dei padroni e dei frequentatori dell’osteria.
Nessuno toccava più Tom masino, ma non c’era nep pure più chi gli badasse o si servisse di lui. Il ragazzo, al quale era stato tolto l’in carico di girarrosto, vagava per l’osteria e spesso si rifu giava nel cortile, dove infilava una porticina e se ne andava a casa sua. Privato degli schiaffi, si sentiva ignorato da tutti, disprezzato e messo sot to accusa, quasi che la prote zione dell’ avvocato l’avesse chiesta lui.
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Un giorno di mercato che il Costamagna, seduto al ta volo di fondo, teneva sotto il suo sguardo tutto il locale, Tommasino, entrato con il suo passo silenzioso dal cortile, gli si mise alle spalle. Alzate lentamente le braccia, con le sue manine gli fece spuntare un paio di corna dietro la testa. Uno dopo l’altro i clien ti se ne accorsero, e stettero a guardare senza ridere, per tema che l’avvocato si avve desse dello scherzo.
Il Costamagna non se ne avvedeva, e continuava a fis sare inviperito tutta quella gente che sembrava osservar lo con incredibile interesse. Ma dovette infine intuire qualcosa o sentire nell’aria una tensione, perché si voltò di scatto e sorprese Tomma sino con le braccia tese, im mobile come una statua. A quella vista si alzò, arretrò di un passo, poi gli mollò due forti schiaffi che il ragazzo lasciate cadere le braccia lun go i fianchi, ricevette con in differenza. Nel silenzio che seguì l’avvocato prese la por ta e se ne andò per sempre dal Rinoceronte.
Tommasino, applaudito e festeggiato dalla clientela e dai padroni, si trovò ad avere chiuso con quei due schiaffi la prima fase della sua car riera, perché venne promosso lavapiatti e passato in cuci na, dove nessuno pensò più a schiaffeggiarlo e dove solo il cuoco, di tempo in tempo, gli dava qualche pedata per ricordargli che la strada d’ogni mestiere è sempre seminata di triboli e di pene.