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LETTERATURA: I MAESTRI: Gli schiaffi a Tommasino

4 Aprile 2015

di Piero Chiara
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 6 giugno 1969]

L’Albergo del Rinoceronte, che apriva la sua unica por ¬≠ta a met√† di una stretta via in discesa, si animava soltan ¬≠to nei giorni di mercato, una volta la settimana, quando negozianti e contadini conve ¬≠nivano nel borgo di Cividale dai paesi sparsi per le valli e lungo il corso del Taglia- mento.

In quei giorni, fin dal mat ¬≠tino, fumavano le pentole sul focolare, che secondo l’uso friulano si elevava nel mez ¬≠zo del locale, sovrastato da una corona di ferro ritorto e da una cappa a imbuto. Sul piano del focolare, alto mez ¬≠zo metro da terra, bruciava ¬≠no fascine e carbonella sotto pentole d’ogni dimensione, mentre da un lato girava lo spiedo. Ed era un ragazzetto annoiato a regolarne l’an ¬≠damento, col capo sempre voltato a guardare la gente che entrava, indifferente agli schiaffi che le figlie del pro ¬≠prietario, passando, gli tira ¬≠vano per richiamarlo al suo lavoro. Si chiamava Tommasino e risultava figlio di una povera vedova che abitava dietro l’albergo.

Gli schiaffi che Tommasino aveva cominciato a pren ­dere senza batter ciglio, gli procurarono presto altri schiaf ­fi da vari clienti, attirati dalla sua faccia tonda e mor ­bida, dove la mano si sten ­deva piacevolmente, suscitan ­do uno schiocco allegro come un applauso. Chi lo mandava a prendere una posata o un tovagliolo, gli dava uno schiaf ­fo per avviarlo; altri, che lo spedivano a comperare un pacchetto di tabacco o gli chiedevano un tizzo per ac ­cendere la pipa, lo compen ­savano sempre con uno schiaf ­fo. Il nobile Peregalli, pro ­prietario di case e di terreni, si può dire che andasse al Rinoceronte solo per dare in faccia a Tommasino. Perfino il canonico Floreani, che abi ­tava nella via ed entrava a bere un taglio di vino tornan ­do dalla messa, gli dava il suo schiaffo per ricordargli di non mancare alla dottri ­na. Capitò che dei forestieri di passaggio, solo vedendo il bel faccione di Tommasino, gli dessero anche loro per scherzo o per sollazzo delle guanciate.

Il ragazzo, che anch’io gra ¬≠tificavo ogni tanto d’un buf ¬≠fetto, si era come persuaso dell’ineluttabilit√† di quel com ¬≠plimento e non se ne lagna ¬≠va, anzi spesso sorrideva ai colpi pi√Ļ sonori, quasi con ¬≠tento di aver collaborato alla buona riuscita dello schiaffo.

Era tutta gente, quella che schiaffeggiava Tommasino, abituata a far strada nel mon ¬≠do, la poca che aveva fatta a costo di gravi umiliazioni o pagando pedaggi dolorosi. Contadini, artigiani, mediato ¬≠ri, commercianti e forse an ¬≠che il canonico, avevano avu ¬≠ta nella vita duri inizi. Nes ¬≠suno, a quei tempi, perveniva ad una certa indipendenza prima dei trent’anni, tanto era lungo il tirocinio: e solo dopo aver penato sotto padri severi, duri padroni o cru ¬≠deli pedagoghi, prodighi non ¬≠ch√© di schiaffi, di vergate e calci dei quali qualcuno por ¬≠tava per sempre il segno e tutti, sicuramente, la memo ¬≠ria. Arrivati a vivere dei loro guadagni, quei buoni uomini trovavano morale far passa ¬≠re a un principiante come Tommasino qualche penosa vigilia o iniziazione, secondo loro necessaria per temprarlo alle asprezze inevitabili del vivere.

 

*

 

Ma capit√≤ una volta all’o ¬≠steria persona contraria a si ¬≠mili principi. E fu l’avvocato Costamagna, uno dei maggio ¬≠ri professionisti del luogo, che andato a pranzo con un clien ¬≠te al Rinoceronte, pot√© assi ¬≠stere a tutta una serie di schiaffi riscossi da Tommasi ¬≠no e coronata da un bel cef ¬≠fone suonatogli dalla figlia del proprietario.

L’avvocato Costamagna non passava per un benefat ¬≠tore o per un protettore degli orfani, ma per un usuraio, arricchito con i prestiti e le ipoteche. Eppure quel giorno, al rumore della manata rice ¬≠vuta da Tommasino, divenne rosso in volto come se fosse toccata a lui. Balz√≤ in piedi, afferr√≤ la giovane per un brac ¬≠cio e le misur√≤, senza mollar ¬≠glielo, un manrovescio di ben altra forza. Poi si volt√≤ ver ¬≠so i clienti che avevano smes ¬≠so di mangiare, e come se si trovasse nella sala delle udien ¬≠ze e non all’osteria, lasciato il braccio della giovane, ten ¬≠ne una perorazione piena di sdegno e dispetto.

¬ę E’ una vergogna ¬Ľ disse ¬ę profittare di un debole. Se il ragazzo non ha nessuno che lo possa difendere, sono qui io a proteggerlo. E vi dico che se qualcuno oser√† ancora toccarlo, far√† i conti con me! ¬Ľ.

Il finale fu accolto da una generale risata di scherno, al ¬≠la quale fece in tempo ad as ¬≠sociarsi il canonico Floreani che passando per la strada aveva sentito quella voce to ¬≠nante e aveva messo il capo dentro l’uscio.

L’avvocato, profondamente offeso, gett√≤ il tovagliolo sul tavolo e se ne and√≤ senza guardare il ragazzo e senza neppure ricordarsi di salutare il suo cliente.

¬ę L’avr√† fatto per non pa ¬≠gare il conto ¬Ľ disse il cano ¬≠nico.

Ma non era cos√¨, perch√© da quel giorno il Costamagna tor ¬≠n√≤ un paio di volte alla set ¬≠timana al Rinoceronte, ora a mezzogiorno ora alla sera, fa ¬≠cendosi servire pranzo o cena solo per controllare il com ¬≠portamento dei padroni e dei frequentatori dell’osteria.

Nessuno toccava pi√Ļ Tom ¬≠masino, ma non c’era nep ¬≠pure pi√Ļ chi gli badasse o si servisse di lui. Il ragazzo, al quale era stato tolto l’in ¬≠carico di girarrosto, vagava per l’osteria e spesso si rifu ¬≠giava nel cortile, dove infilava una porticina e se ne andava a casa sua. Privato degli schiaffi, si sentiva ignorato da tutti, disprezzato e messo sot ¬≠to accusa, quasi che la prote ¬≠zione dell’ avvocato l’avesse chiesta lui.

 

*

 

Un giorno di mercato che il Costamagna, seduto al ta ¬≠volo di fondo, teneva sotto il suo sguardo tutto il locale, Tommasino, entrato con il suo passo silenzioso dal cortile, gli si mise alle spalle. Alzate lentamente le braccia, con le sue manine gli fece spuntare un paio di corna dietro la testa. Uno dopo l’altro i clien ¬≠ti se ne accorsero, e stettero a guardare senza ridere, per tema che l’avvocato si avve ¬≠desse dello scherzo.

Il Costamagna non se ne avvedeva, e continuava a fis ¬≠sare inviperito tutta quella gente che sembrava osservar ¬≠lo con incredibile interesse. Ma dovette infine intuire qualcosa o sentire nell’aria una tensione, perch√© si volt√≤ di scatto e sorprese Tomma ¬≠sino con le braccia tese, im ¬≠mobile come una statua. A quella vista si alz√≤, arretr√≤ di un passo, poi gli moll√≤ due forti schiaffi che il ragazzo lasciate cadere le braccia lun ¬≠go i fianchi, ricevette con in ¬≠differenza. Nel silenzio che segu√¨ l’avvocato prese la por ¬≠ta e se ne and√≤ per sempre dal Rinoceronte.

Tommasino, applaudito e festeggiato dalla clientela e dai padroni, si trov√≤ ad avere chiuso con quei due schiaffi la prima fase della sua car ¬≠riera, perch√© venne promosso lavapiatti e passato in cuci ¬≠na, dove nessuno pens√≤ pi√Ļ a schiaffeggiarlo e dove solo il cuoco, di tempo in tempo, gli dava qualche pedata per ricordargli che la strada d’ogni mestiere √® sempre seminata di triboli e di pene.


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Bart