‘I Capitani, forse’

di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 6 agosto 1969]

Fu negli anni intorno al millenovecentotrenta, che ai miei occhi e a quelli altrettanto at ­tenti di un intero paese com ­parve, come un fantasma d’al ­tri tempi, la figura del capi ­tano di lungo corso Achille Vistorino: un ligure se non proprio un genovese, o forse addirittura un piemontese, perché è noto che alle attività marinaresche si dedica spesso gente di pianura e perfino di montagna.

Il capitano, o comandante come qualcuno lo chiamava, uomo d’altri tempi che doveva aver cominciato la sua car ­riera sulle navi a vela, sbar ­cava due volte la settimana dal battello che risaliva il la ­go. Si era imbarcato a Can ­nero venti minuti prima, e compiuta la traversata, aveva già finito la prima parte del suo viaggio. Due ore dopo, con la corsa « discendente » sarebbe ritornato a Cannero, dove si era ritirato a passare gli anni della vecchiaia.

Appena la passerella lan ­ciata da terra toccava il bor ­do del battello, il capitano Vistorino metteva avanti il piede e sbarcava, per lo più unico passeggero di quella corsa, toccando con due dita l’ala della magiostrina in ri ­sposta al saluto rispettoso del ­l’equipaggio.

Un minuto dopo era in piazza, tutto raccolto nella sua piccola persona, ma splen ­dente negli abiti chiari sempre inappuntabili, nella sua gran ­de magiostrina dal nastro iridato e nelle ghette di pa ­nama color crema. Guardava intorno stringendo le palpebre al bagliore della piazza asso ­lata, poi andava all’edicola a provvedersi del giornale, che piegava diligentemente e met ­teva nella tasca della giacca. Iniziava quindi la lenta tra ­versata della piazza, in dire ­zione del Caffè Clerici, dove prendeva posto a un tavolino esterno, solo cliente nella mat ­tinata feriale di un’estate di quelle d’una volta, senza tu ­risti e con poche automobili.

Dal taschino della giacca pescava gli occhiali d’oro a molla che teneva ancorati a un cordoncino nero, se li met ­teva a cavallo di un naso secco e autoritario, poi dispiegava il giornale e cominciava a leggere.

Dopo mezz’ora ripiegava i fogli e li metteva nuovamente in tasca per la lettura del po ­meriggio e della sera, deside ­rando dedicare l’ora e mezzo che gli restava prima dell’im ­barco, alla contemplazione del nostro paese e della poca vita che lo animava in quell’ango ­lo in piazza, tra il porto e la Via Mercanti. Guardava i passanti, le donne con la bor ­sa della spesa, i pescatori che oziavano fra le barche e i rari clienti che entravano nel caffè.

Nessuno osava rivolgergli la parola o interrogarlo, tanto era severa la sua faccia e fred ­do il suo occhio chiaro, abi ­tuato a fissare gli orizzonti marini.

*

Venne in niente a me, una mattina, di tentare un approc ­cio che poté dirsi riuscito, per ­ché servì almeno a stabilire che la qualifica di capitano di lungo corso, attribuita non si sapeva da chi al nostro vi ­sitatore bisettimanale, corrispondeva al vero. Alle mie ti ­mide domande di giovane cu ­rioso dei grandi viaggi e dei paesi esotici, il capitano Achil ­le Vistorino rispose infatti as ­sentendo sempre, sia quando gli chiesi se era stato capitano di lungo corso, sia quando volli sapere se avesse naviga ­to il Pacifico e i mari della Cina. Assentiva, ma non rac ­contava né precisava, come avrei desiderato.

« Chissà che roba » gli chie ­devo « il capo Horn? ». E il capitano inarcava i sopracci ­gli, come per ammettere che non era certo uno scherzo quel passaggio.

« Chissà che spettacolo » gli domandavo un’altra volta « il Corno d’Oro, il Bosforo, op ­pure le coste del Borneo e i mari di latte della Sonda? ». Il capitano alzava il capo due o tre volte, aggrottando la fronte e stringendo le labbra sotto i baffi corti. Ed era l’u ­nica conferma che mi potes ­se dare.

Non appariva mai seccato dalla mia indiscrezione, anzi la gradiva. E dopo avere as ­sentito, mi guardava con il suo occhio chiaro, al quale sapeva dare per un istante il calore del sorriso.

Finii col domandargli il no ­me delle navi che aveva comandato. Mi rispose con un gesto vago, come per dire che erano state tante, che una va ­leva l’altra e che lui non era tipo da tener conto di cose che potevano andar bene nei libri di avventure.

Con molta pazienza riuscii a fargli ammettere che era in pensione, che viveva a Cannero con la moglie e che non aveva mai avuto figli. Arrivai perfino a capire che detestava il mare, del quale doveva aver fatto indigestione; e che prefe ­riva il lago, così quieto e ripo ­sante coi suoi giardini e le sue ville a specchio delle acque.

Non contento di queste con ­fidenze, decisi di andare a Cannero in cerca di notizie sul capitano. Ma non venni a sa ­pere molto di più. Anche là sedeva al caffè davanti all’imbarcadero a leggere il giorna ­le, ma senza mai attaccare di ­scorso con nessuno.

Domandai dove fosse la sua villa; e appena mi fu indicata, andai a guardarla dall’esterno. Era una specie di padiglione ottomano, con due magnolie davanti e un praticello intorno. Di fianco all’ingresso ave ­va un bovindo tutto a fine ­strelle lunghe e strette, dietro le quali vidi una vecchia si ­gnora che agitava le braccia per cacciarmi via dalla cancel ­lata, dove mettendo la faccia tra le sbarre di ferro arruggi ­nite stavo a guardare pieno di interesse.

Mi domandavo dove fosse il capitano; e speravo che, ap ­parendo, mi avrebbe fatto en ­trare, spiegando alla moglie che ero un bravo giovane del paese di fronte, da lui ben co ­nosciuto, e non un ladro o un indiscreto. Ma il capitano era forse a far la siesta, o nell’orto dietro la villetta a sfogare, con lo zappino, la sua passione per la terra dopo tanto mare.

*

Da quel giorno, quasi aves ­si disturbato la sua pace, il ca ­pitano Achille Vistorino non attraversò più il lago col bat ­tello e disertò il mio paese. Pensai che, stufo delle mie do ­mande e della mia curiosità, avesse scelto Cannobio o un altro borgo rivierasco per le sue piccole evasioni. Invece, proprio nel giornale che leg ­geva lui ogni giorno, trovai una mattina la notizia strabi ­liante: « Falso capitano di lun ­go corso e autentico ladro, ar ­restato a Cannero sul Lago Maggiore ».

Su due colonne, il giornale faceva la storia di un grande ladro internazionale, ricercato da tutte le polizie, che era sta ­to scoperto a Cannero sotto il falso nome di Achille Vistori ­no, capitano di lungo corso a riposo. Pareva però che gli ul ­timi furti commessi dal sedi ­cente Vistorino risalissero a così tanti anni addietro, che era da prevedersi il suo pro ­scioglimento per intervenuta prescrizione. Il che infatti av ­venne. E me ne accorsi veden ­dolo arrivare una mattina da Cannero col solito battello.

Due giorni dopo ritornò, di ­mostrando di aver ripreso tutte le sue abitudini, come se nien ­te fosse stato.

Non resistetti al desiderio di accostarlo. Fingendo d’ignora ­re la notizia del suo arresto e passando sopra al fatto che da due mesi non si faceva vede ­re, gli domandai:

« Quando navigava, non le è capitato mai qualche naufra ­gio? ».

Per la prima volta, e fu an ­che l’ultima, mi parlò. Poche parole, ma che volevano dir tutto:

« Navigare, caro giovanotto, è come vivere. Chi non fa qualche naufragio nel corso della vita? L’importante è uscirne bene e toccare la riva in qualunque modo ».

« Ma i capitani » gli osser ­vai « non vanno a fondo con la nave? ».

« I capitani, forse! » mi ri ­spose fissandomi col suo oc ­chio freddo. E dispiegò il gior ­nale per farmi capire che ave ­va chiuso ogni discorso.

Visto 14 volte, 1 visite odierne.