di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 23 settembre 1970]

Nelle gite della domenica, vedendo spuntare tra il verde delle vallate lombarde i vil ­laggi rurali, vien fatto di chie ­dersi come si siano formati, chi ne abbia deciso la costru ­zione in quel posto preciso, quale comune volontà li ab ­bia fatti sorgere a giuste di ­stanze, così compatti e unifor ­mi, eppure diversi l’uno dall’altro e ciascuno dotato di una propria fisionomia. Ci si do ­manda, davanti ad alcuni dei più armoniosi e ben riusciti, chi ne sia stato l’autore, tanto sembrano composti secondo un gusto ben definito e den ­tro un ordine stilistico ricono ­sciuto dalla storia.

Invece si sa che sono sorti a caso, per infinite sovrappo ­sizioni e giustapposizioni, for ­mando un primo cerchio in ­torno a uno slargo o piazza, e poi un altro, fino al termi ­ne di una crescita predetermi ­nata dalle possibilità di vita che le terre d’intorno consen ­tivano.

Quando il coltivo e l’arativo non bastavano più e l’uni ­tà rurale era al completo, al ­cuni abitanti si spostavano di qualche chilometro, sceglieva ­no un posto adatto, con giu ­sta parte di bosco e di pasco ­lo, e fondavano un nuovo pae ­se che non era mai la ripeti ­zione di quello che avevano lasciato, perché in presenza di una pur minima variazione del paesaggio le case e le vie assu ­mevano altro aspetto.

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Le aggiunte o le sostituzio ­ni, di secolo in secolo ricorren ­ti, si innestavano sul corpo architettonico primitivo di cia ­scun paese senza palesi rottu ­re o dissonanze, rispettando i profili e inserendosi nel moti ­vo dominante del villaggio con un accordo perfetto. E tutto questo senza bisogno di leggi e di regolamenti edilizi, ma per semplice buon senso e gusto innato di muratori o magistri, tutti uomini venuti all’arte muraria dall’agricoltu ­ra, e quindi educati alla pro ­porzione naturale, che è rispetto spontaneo delle forme vicine, inserimento logico di volumi minori in volumi mag ­giori.

Nessuno di quegli artefici pensò mai di elevare una casa al di sopra delle più alte chio ­me arboree, né di porne alcu ­na â— sulla curva di un colle o al margine d’un pianoro â— che occupasse tanto spazio da falsare la forma dell’altura o la funzione prospettica del piano.

Fu così che gli agglomerati rurali mantennero il loro vol ­to, divenuto nel giro degli anni severo e nobile con l’inse ­rimento di alcune case patri ­zie fornite di portali ritagliati nel granito, di colonne, di log ­giati, di finestre inquadrate da sinuosi rilievi, di grondaie dentellate o incurvate come la cornice d’un quadro. Erano le case dei signori, delle più vec ­chie famiglie del paese, che avevano prevalso per l’intra ­prendenza di qualche rampollo in tempi di fortuna o di rapi ­na. Riscattate dal lavoro dei campi, le loro prosapie si era ­no solidificate nel tempo con l’acquisto di terre e con l’en ­trata dei discendenti nelle pubbliche magistrature.

Sei o sette portali per paese, in genere secenteschi, testimo ­niano il « salto » di alcune fa ­miglie e il loro inserimento a un punto più alto nella com ­pagine sociale del paese e del ­la regione. Gli altri, i conta ­dini, sempre legati all’econo ­mia agricola che è povera per destinazione, continuaro ­no a far dipendere la loro esistenza dall’andamento delle stagioni e dalle calamità na ­turali, diligentemente scaglio ­nate dalla sorte lungo il cam ­mino degli evi: pestilenze e carestie, guerre e invasioni, inondazioni e nubifragi.

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Cinquecento, Seicento, Set ­tecento, Ottocento, i secoli dei quali rimane traccia nel ­la struttura dei paesi, hanno composto i nostri abitati cam ­pestri in una forma inconfondibile, tanto che due o tre automobili, ferme nella piazzetta di un villaggio, danno l’idea precisa di che cosa sia una « crisi di rigetto ».

E ancora di più, al margine dei campi, lo chalet o la villetta di qualche cittadino in cerca d’aria buona, oppure nella piazzetta del Municipio il piccolo condominio di al ­cune famiglie stanche della carenza di servizi igienici e decise a mettersi sulla strada del benessere.

Codeste « rotture », i pic ­coli cubi dei gabinetti soste ­nuti in mensola da due mon ­coni di putrelle tra archivolti e muri di pietra viva o le aggiunte recenti di un loca ­le, di una autorimessa, di una tettoia traslucida di plastica, sono, insieme agli archi e ai Portici accecati, le ferite che il paese ostenta quasi per invocare una tregua.

Meglio, quando gli aggior ­namenti avvengono fuori dal nucleo, verso le strade provinciali. Ne soffre il paesaggio costel ­lato da casettacce minime quasi tutte con la scala esterna, di piccoli stabilimenti sorti per godere i benefici delle « aree depresse » e di stazioni di servizio; ma in grazia di codesti dilagamenti il pae ­se, annidato al piede di un monte o allo sbocco d’un valloncello, è salvo per altri an ­ni. Silenzioso e spettrale, sem ­bra una scenografia, un falso costruito per l’ambientazione di un film su « I promessi sposi » o un abitato dissepol ­to. Viene in mente Piuro, a monte di Chiavenna, che è una specie di rustica Pom ­pei del Seicento riapparsa da sotto il drappo di terra sce ­sa a coprirla in una notte, oppure il paese di Malvaglia, nella valle svizzera di Blenio, che nel 1515 fu sommerso da un lago di frana e qualche anno dopo, al rompersi dello sbarramento, riemerse dilava ­to e pallido come il cadavere di un annegato.

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Per snaturare i paesi di campagna, per svuotarli d’uo ­mini, e d’animali e farli risul ­tare inutili e fuori mano do ­po essere stati lungo i secoli delle arnie umane collocate al posto giusto, è occorso il mutamento delle condizioni di vita, cioè il trasferirsi delle fonti del reddito dalla cam ­pagna alla città e dalla agri ­coltura al commercio e all’in ­dustria. Una lenta evoluzione, per cui i vecchi abitati di pie ­tra, arenati nei campi, sem ­brano ormai delle navi in di ­sarmo. Vi abitano ancora i discendenti degli antichi con ­tadini, ma solo di notte. Al mattino ne escono, come topi, con le automobili che aveva ­no ricoverato la sera prima nelle stalle e nei cortili, infi ­lano le strade e corrono al la ­voro in città o negli stabilimenti sorti in mezzo ai pra ­ti. Anche alla domenica fuggono di buon’ora in direzio ­ne dei fiumi e dei laghi o verso le autostrade, dimenti ­chi della loro vecchia casa che sognano di abbandonare presto per una villetta o un condominio lungo la provin ­ciale o alla periferia della città, col termosifone e i dop ­pi servizi.

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Come salvarli, i vecchi pae ­si? Quali interventi di tute ­la, di ripristino o di restau ­ro sono possibili per mi ­gliaia di villaggi che si av ­viano a diventare macerie? E’ difficile difendere un tem ­pio rinascimentale, un palaz ­zo barocco o una villa ve ­neta: come sarebbe possibile fare di intere vallate un mu ­seo, coi paesi, le chiese, le cappelle, le fontane, i ruscelli, gli alberi e le strade di una volta?

Poveri paesi; sopravvissuti alla loro storia, che sembra ­no invocare dagli embrici gobbi, dai comignoli smozzi ­cati, dalle torrette che innal ­zano di qualche metro sopra tetti e dai campanili fioriti di altoparlanti, la pietà del tempo e degli uomini. Sono ormai svuotati per sempre di quella che fu la loro vita, senza più galli che cantano nei cortili o sulle logge, sen ­za più i carri di fieno che scomparivano dentro i porto ­ni donde fuggiva il gatto, sen ­za più il muggito dei buoi dal chiuso delle stalle.

Di domenica o di Ferrago ­sto si può andare a contem ­plare i villaggi che affondano nel verde e nel disamore, a seguirne l’agonia, ad evocare l’immagine di altre età e a rimpiangere, per gioco, la fi ­ne di un’epoca felice, in ve ­rità mai apparsa tra quelle pietre squadrate dove fu sem ­pre dura e faticata la vita. E’ un romantico esercizio, un tributo gentile alle forme che cadono nel baratro oscuro del tempo.

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