di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 8 maggio 1969]
Venuto all’arte della scarpa dal buio d’un sottoscala dove aveva lavorato fin dall’infanzia come garzone d’un ciabattino, il calzolaio Durando aveva or mai toccato, mettendosi in proprio, le vette del mestiere. Era uno Stradivari, un mago, padrone per istinto del segre to di leggerissimi strumenti de stinati, come il violino, ai virtuosismi armonici, che nel suo caso erano gli assoli del piede e della gamba femminile.
La sua piccola vetrina, dove non si vedevano mai esposte più di tre scarpe per volta, sembrava un reliquiario desti nato a conservare il piede im balsamato di una santa. Era infatti più che una vetrina una teca, foderata di velluto rosso, col fondo di raso giallo e una bordatura, all’intorno, d’oro antico. In quello scrigno le scarpe apparivano come og getti preziosi, lasciando inten dere che la calzatura, come il braccialetto, la collana, l’anel lo e il diadema, è un orna mento della donna e non un semplice supporto del suo corpo.
Le signore si fermavano quasi tutte davanti a quel tabernacolo e contemplavano il miracolo delle scarpe Duran do, prodigiosi oggetti che fa cevano d’una quasi innomina bile estremità, il simbolo o il feticcio della grazia femmi nile.
Durando, che aveva labo ratorio e negozio in una lo calità di provincia, resisteva facilmente alla tentazione di trasferirsi in città, perché le sue migliori clienti venivano dalla grande metropoli vicina nonostante le boutiques che avevano a portata di mano. Capitava spesso che delle si gnore, ostentando il piede nei salotti e sentendosi fare dalle amiche i più bei nomi dell’artigianato, rispondessero con finta indifferenza: « No, no, sono scarpe di Durando ». Ed era come dire il meglio che si potesse trovare.
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Con il vento che gli soffia va in poppa, Durando naviga va sicuro verso la ricchezza. Chiuso nel suo laboratorio, di segnava modelli, tagliava to maie e sagomava suole, aiuta to da due o tre giovani, garzo ni o lavoranti in altri tempi, ma ormai, data l’importanza del manufatto, eletti al grado di assistenti o aiuti del Mae stro.
Intento alla sua ascesa, il grande calzolaio quasi non si accorse della morte della mo glie, una grigia donnicciola, fi glia del suo antico principale, che aveva sposato ai tempi in cui non era nulla. La donna, un po’ gobba come il padre e sempre sapida di pece e di corame, non era mai apparsa in bottega e aveva passato la vita in casa, temendo di nuo cere col suo aspetto alle fortu ne del marito e perfino alla risalita sociale della figlia, che aveva per amiche solo ragazze della buona società.
Durando, trovatosi alla mor te della moglie con la figlia di quattordici anni, che in tempi di povertà non aveva osato battezzare con un nome più elegante di Maria, pensò a collocarla in un ricchissimo collegio di Firenze, tra un nu golo di Patrizie, di Monache e di Cristiane provenienti da ogni parte d’Italia e anche dall’estero.
Per quattro anni non ci pensò più: il collegio provvedeva alle vacanze estive, agli sport invernali e ai viaggi d’istru zione della figlia. A lui tocca va soltanto farle visita di tem po in tempo, quando andava a Firenze o ci passava, diret to alle esposizioni di moda dove primeggiava ormai senza contrasto. La trovava sempre più bella e disinvolta, e sentiva con piacere le lodi che gliene cantava la direttrice. Non si domandava cosa ne avrebbe fatto, ma era certo che Maria, col patrimonio che le stava preparando e con l’educazione che le faceva dare, era destinata a riscattare intere generazioni di ciabattini.
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Quando ebbe diciotto anni, Maria, decisa a contentarsi della licenza liceale, tornò dal collegio e cominciò col trovare inabitabile l’appartamento famigliare, confinato nel fondo di un grigio cortile, al pian terreno.
Durando comperò una villa che Maria ammobiliò di testa sua senza risparmio e comin ciò subito a riempire di ami ci e di amiche, tutti fumatori di lunghe sigarette, ciccatori di gomma, nemici dei barbieri e conversatori a monosillabi: una banda di malvestiti che non si capiva come Maria potesse sopportare, dopo le fi nezze del collegio dove il pa dre l’aveva tenuta pagando rette che gli costavano dozzine di paia di scarpe al mese.
Le poche volte che metteva la testa nella fumeria della fi glia o nello scantinato dove faceva musica con gli amici, Durando guardava i piedi degli ospiti di Maria e scuoteva il capo: non sarebbero mai diventate sue clienti quelle ragazze dal piede indifferente alla scarpa, allo stivaletto o al sandalo, capaci di andar scalze, anzi beate d’insozzarsi e di mostrarsi cònsone all’ele mentare immondizia della terra.
Sua figlia, per fortuna, era sempre calzata come una re gina. Durando riservava a lei la primizia d’ogni modello, mandando in giro il magro piedino di Maria come una testimonianza vivente del suo estro inesauribile. Ma la ra gazza non apprezzava il privi legio e pareva anzi subirlo sempre più malvolontieri, da quando un amico le aveva spiegato che il padre la strumentalizzava ai fini del suo commercio.
Fosse il fascino di quel ver bo o l’insorgere di un’avver sione covata nei lunghi anni di collegio, Maria cominciò a sentirsi, sempre su suggeri mento dell’amico, frustrata; e per reagire, a chiedere e ad ottenere facilmente sempre più larghe franchigie dal genitore, che avendo l’abitudine ai capricci della moda, preveniva le richieste della figlia, così come aveva sempre saputo anticipare, nella scarpa, il ri torno della fibbia, lo stringersi o l’allargarsi della punta, l’alzarsi o l’abbassarsi del tacco.
Ma un giorno Maria tornò dalla città con un paio di sti valetti da motociclista ai piedi, un cinturone in vita e una mi nigonna che sembrava un asciugamano sporco.
Il padre le guardò, prima d’ogni altra cosa, i piedi.
« E le mie scarpe? » chiese con una severità inconsueta.
« Buttate via » gli rispose Maria « insieme a tutto il re sto. Ormai, di me, comando io ».
Durando non trovò la forza di rispondere. Tornò in laboratorio, reggendo quasi a fatica la scarpa che teneva in mano fin da quando aveva sentito gente in negozio ed era accorso, trovandovi la fi glia. Ma appena ebbe fatto due passi si sentì richiamare. Maria non era venuta a farsi ammirare nel suo nuovo ab bigliamento, bensì per chie dergli dei soldi.
« Che soldi? » domandò il padre. « I soldi di chi? ».
« I miei » si sentì rispon dere « quelli che mi toccano e che mi devi da quando ti sei permesso di mettermi al mondo, come una scarpa, per ché mi adattassi a qualche piede ».
A tali parole Durando ebbe, di colpo, una nuova visione del mondo e della calzole ria. Si rimise in moto verso il laboratorio, sempre con la scarpa in mano, e vide i suoi due assistenti che ridacchian do abbassavano la testa sul lavoro. Posò la scarpa sopra un tavolo e rivolto ai due gio vani, « Anche voi » chiese « avete dei diritti? Vi tocca forse la mia bottega, la mia clientela? ».
Vedendo che i due non ri spondevano, riprese di scatto la scarpa in mano e la brandì in alto come se volesse sca gliarla contro qualcuno o qual che cosa che non aveva ancora scelto: i giovani, la figlia o la vetrina. Fece un giro su se stesso, poi si fermò e depose la scarpa sul tavolo con gran de delicatezza. Andò all’attac capanni dove teneva appesa la giacca, tolse dalla tasca interna il portafogli e a testa china tornò in bottega dove l’aspettava impassibile la figlia.