di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 10 luglio 1969]
Per mia madre, lasciarmi dai dodici ai sedici anni in collegio, affidato alle mani di istitutori e d’insegnanti sco nosciuti per quanto sicuri, fu una dolorosa necessità e cer tamente uno strazio. Le sem brava che lontano dai suoi oc chi ogni male potesse coglier mi. Salutò quindi con gioia la notizia che una sua com pagna d’infanzia, Anastasia, aveva trovato lavoro come guardarobiera in un collegio del lago Maggiore, e proprio in quello dove avrei dovuto andare quell’anno per ripren dere gli studi.
Anastasia era cresciuta con lei al suo paese, con lei ave- va giocato nei prati ed era andata a scuola, dimostrando si di buon carattere, sottomes sa e soprattutto devota, tan to che fin da piccola aveva cominciato a lavorar per la chiesa, ricamando a filo d’oro stole e pianete.
Nel collegio, dov’era finita verso i cinquant’anni di età, Anastasia passava la giorna ta in un ridotto oscuro, sedu ta vicino a una finestra che dava nel cavedio. Rammen dava la biancheria dei colle giali, facendo passare i nostri piccoli indumenti uno per uno per cercarvi le smaglia ture, i bottoni saltati, gli strappi da ricucire. Aveva tro vato quel posto sicuro dopo essere andata a servizio per tanti anni dai preti, ai quali pareva portasse male, perché dopo un paio d’anni che li serviva morivano.
Mia madre mi affidò alla sua sorveglianza, contenta di avere un occhio fidato sem pre aperto sul suo unico fi glio; e mi ingiunse di andare ogni giorno in guardaroba, anche solo per un minuto o due, a farmi vedere dalla Ana stasia.
Non lasciai passare giorno, infatti, senza presentarmi a lei, che mi faceva sedere ac canto come un figliuolo, e di tempo in tempo, alzando il viso da una maglia o da un paio di calze che stava ram mendando, mi guardava. Ero il figlio di una sua compagna d’infanzia che aveva trovato marito e se ne era andata dal paese, mentre lei c’era rimasta per altri anni, in attesa della sua sorte. Che fu, mol to tempo dopo, quella d’inca nalarsi nella vita dei preti, passando da una casa parroc chiale all’altra, tra il lago d’Orta e il Maggiore.
Aveva servito quattro o cin que sacerdoti per due anni ciascuno all’incirca, accettan do quella povera vita come una grazia di Dio. Le era toc cato di tenere in ordine di sadorne cucine, camerette con ventuali, salottini dai duri di vani; o di coltivare piccoli or ti e difendere sguarnite can tine, dove oltre al vino per la messa non c’erano che po che bottiglie da serbar per le feste o per le visite pastorali.
I suoi vecchi preti, tutti uo mini di rozze maniere, dai larghi piedi e dal sudore aci do, raggelato dal freddo delle sacrestie dove l’inverno dura nove mesi, l’avevano appena degnata di qualche parola e raramente di qualche lira, del le poche che maneggiavano.
Mia madre pensava che la sua antica compagna, per il solo fatto d’aver stirato tova glie d’altare, manutergi e cot te, fosse diventata una specie di monaca, passata per pro mozione al guardaroba del collegio, dal quale sarebbe sa lita col tempo a chissà quali mansioni.
Quando andavo a farmi ve dere dall’Anastasia nel guar daroba, la trovavo sempre se duta a capo chino con la luce del cavedio che gli batteva sui capelli grigi. Per guardarmi sollevava il capo una o due volte, poi deponeva il lavoro e posava le mani in grembo. Anch’io la guardavo, chiusa nel suo corpetto color cenere e coperta fino ai piedi da un sottanone a pieghe. Non mi domandava mai nulla degli studi, ma solo se dormivo be ne, se mangiavo con appetito, se digerivo facilmente e se ero regolato di corpo.
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Una volta ogni due mesi mia madre veniva a trovarmi di domenica e mi portava fuori con lei a pranzo, in qualche albergo o ristorante. Nel pomeriggio passeggiava con me sul lungo lago, mi trascinava a visitare due o tre chiese, poi mi riportava in collegio.
Una di quelle domeniche, dopo il pranzo, pensò di far visita all’Anastasia, che abi tava nel quartiere del porto, come aveva saputo al matti no dal portiere del collegio. Erano circa le tre, quando mia madre ebbe la certezza di aver individuato il casa mento che cercava; e ne eb be conferma da una donna seduta davanti al portone, che ci indicò un grande cor tile interno, e in alto, sopra una balconata del terzo pia no, la stanza di Anastasia.
Le balconate erano quattro e percorrevano i lati del cor tile, simili a lunghe gabbie appese ai muri, con le loro ringhiere sottili sovrastate da un pentagramma di fili zincati dove le famiglie stende vano i panni. In fondo ad ogni balconata, in colonna uno sopra l’altro, c’erano quattro gabinetti ognuno col finestrino nero verso il cor tile. Vicino agli sbocchi del le scale, si vedevano nelle loro nicchie gli acquai, che completavano i servizi in co mune di quel falansterio.
Infilato l’andito delle sca le, arrivammo al terzo piano. Mia madre suonò un campa nello a chiavetta incastrato nella porta, e un momento dopo un uomo magro e dai lunghi baffi spioventi come quelli di un mongolo, venne ad aprirci. Nell’interno, in penombra, nel mezzo di una squallida stanza molto puli ta, c’era un tavolo al qual stavano seduti due uomini e l’Anastasia. Il nostro arrivo aveva interrotto la partita a carte che i quattro erano in tenti a giocare con un fiasco sul tavolo e quattro bicchie ri davanti. L’Anastasia, con le carte in mano aperte a ventaglio, ci guardava come in sogno. Si alzò finalmente, posò le carte col dorso in su, e disse a mia madre che l’avrebbe accompagnata in strada.
Prima di andar via, feci in tempo a guardare i due che erano rimasti seduti, e in particolare il più grosso, che indossava una canottiera bian ca dalla quale prorompevano dei bicipiti enormi e un paio di spalle erculee sovrastate da una piccola testa comple tamente rasata. Stava a gam be larghe, con le cosce che gli uscivano dalla sedia, e sembrava Reichewich, un gi gantesco lottatore che trion fava a quei tempi.
Scendemmo in silenzio le scale con l’Anastasia davanti, che arrivata in strada mi fece allontanare e parlò lun gamente con mia madre.
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Verso sera, accompagnan domi in collegio, mia madre mi spiegò che la sua amica aveva trovato marito da poco, senza dirle nulla, e che suo marito era un facchino del porto chiamato Maomet to, quello appunto che avevo notato al tavolo, grosso come un bue e con la testa rasata. Seppi invece nei giorni se guenti che l’Anastasia conviveva scandalosamente col fac chino, il quale per lei aveva abbandonato la moglie legit tima e i figli. Alla domenica pomeriggio e alla sera, Mao metto arrivava al punto di ti rarle in casa altri lavoratori del porto coi quali giocava e beveva fino a tarda notte, im pegnando talvolta risse clamo rose che svegliavano tutto il caseggiato.
La notizia della situazione nella quale era caduta Ana stasia, e della vita che con duceva coi facchini, arrivò presto al collegio ed ebbe per conseguenza la sua ignomi niosa cacciata.
Mia madre non osò più parlare di lei, se non una volta in cui manifestò la spe ranza che la povera donna, per intercessione dei preti de funti che aveva fedelmente servito, arrivasse a morire pentita. Ma quando veniva a prendermi e a riportarmi in collegio per le vacanze di Natale e di Pasqua o per quelle estive, all’imbarcadero c’imbattevamo sempre con suo grande disagio in Maometto, che troneggiava sui pontili con le braccia conserte, nel la posa del lottatore Reiche wich, muovendo soltanto, e senza scopo apparente, la piccola testa rasata: un uomo che poteva rovesciare un bat tello, dicevano, un idiota di rare dimensioni, famoso in tutto il lago.