di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, domenica 5 aprile 1970]

Le vigne, i frutteti, i campi di granoturco o di meliga, i prati da foraggio, i piccoli poderi e in genere quella che si chiamava la campagna e che comprendeva spesso an ­che l’orto vicino a casa, si va estinguendo lungo la fascia alpina e nel giro di tutte le Prealpi. I coltivi si inselva ­no, il bosco non più pulito annualmente imputridisce, i prati invasi dalla gramigna e dalle erbacce diventano sa ­vane praticate solo dai topi campagnoli e dalle vipere, l’orto è stato distrutto per far posto all’autorimessa.

Gli abitanti delle regioni alpine e prealpine, attirati nelle città dall’industria e dal commercio, non lavorano più la campagna, che ha perso il suo aspetto di proprietà pri ­vata ed è ormai aperta a tut ­ti, abbandonata ai bancari, agli operai, agli addetti al commercio, ai pubblici impie ­gati e ad ogni altra catego ­ria di uomini, che con mogli e bambini la praticano, tra il venerdì e la domenica, entrandovi con l’automobile a bivac ­care e abbandonandovi carte unte, bottigliette e barattoli vuoti.

D’estate e nelle mezze sta ­gioni i cittadini vi si insinua ­no, dove l’ombra li protegge e li nasconde, con donne o ragazze nell’abitacolo, dal qua ­le non escono per timore del ­le serpi, dell’umidità, delle spine e d’ogni altro pericolo vero o supposto che la cam ­pagna può nascondere. Chiu ­si nelle loro scatole di la ­miera come in un sottomari ­no, alla luce verde che filtra dai cespugli consumano rapi ­de ore infastiditi dai tafani e dalle vespe, poi rispuntano coi musi delle loro macchine indecise sulle cavedagne e sul ­le carraie, per andare alla con ­quista di un posto nelle lun ­ghe code che si avviano ver ­so i capoluoghi. Fanno anch’essi della campagna uso bestiale, quasi per dispregio di quel tempio che è sempre stata, coi suoi recessi miste ­riosi e le sue limpide fonti.

Dove sono gli uomini e le donne che si alzavano all’al ­ba per fare della loro giorna ­ta un caldo intreccio con la terra, le piante e gli animali?

Il « buon villan » che « sor ­ge dal caro – letto cui la fedel sposa, e i minori – suoi figlio ­letti intiepidir la notte » e che « sul collo recando i sacri ar ­nesi, – va col bue lento innanzi al campo, e scuote – lungo il picciol sentier da’ cur ­vi rami – il rugiadoso umor che, quasi gemma, – i nascenti del Sol raggi rinfrange », pre ­sente per tanti secoli nel pae ­saggio lombardo, è rimasto nei versi pariniani come un’imma ­gine dei tempi più remoti dell’umanità.

Dove sono finiti, infatti, quei buoni villici che cono ­scevano un’antica e certa me ­teorologia, che avevano buo ­na scienza della riproduzione dei viventi, esperienza degli innesti, della semina, della concimazione e della conser ­vazione dei raccolti?

Uomini così completi e in ­tonati con la natura non ne esistono più che in qualche luogo remoto, e ormai vecchi, vicinissimi a trapassare nei campi celesti, portandosi die ­tro quei semplici segreti che le nuove tecniche agricole hanno reso superflui.

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Poeti, artisti e scrittori che un tempo si fingevano buco ­lici e agresti, amano ora ri ­tenersi partecipi del mondo delle macchine, così che alle trovate dell’Arcadia sono suc ­cedute quelle ugualmente vel ­leitarie, ma tanto meno ripo ­santi e distensive, della lette ­ratura di fabbrica.

Solo i pittori dilettanti, quella grande legione che par ­tecipa regolarmente alle gare di pittura estemporanea, con ­tinua ad usufruire dei boschi, delle case coloniche, dei vec ­chi mulini abbandonati e del ­le antiche muraglie fiorite di muschi e di licheni. Alla do ­menica, dopo aver fatto bol ­lare le loro tele negli uffici delle Aziende Autonome di Cura Soggiorno e Turismo, al pianterreno dei Municipi, si spargono per le valli e lungo le rive dei laghi a far spreco di colori e di romantiche ef ­fusioni. Sulla traccia dei pit ­tori dell’Ottocento, compon ­gono i loro quadri con primi piani di margheritine, di ra ­nuncoli o di felci, secondi piani di siepi, di cancelli spalancati sui campi e di ponti ­celli gettati sopra i fossi. Sul ­lo sfondo, le colline color pi ­sello e i cieli di cobalto com ­pletano l’opera che dovrà es ­sere consegnata prima di not ­te. Ma anch’essi, i pittori do ­menicali, fanno cattivo uso della campagna, alla quale chiedono un’eccitazione poe ­tica che non può più dare, e non ricevendola, vi suppli ­scono la convenzione paesaggistica tradizionale e retorica.

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L’officina all’apparenza così semplice della terra che frut ­tifica e produce, fu l’unico mezzo di vita dei nostri avi che vi lavorarono in una lun ­ga successione di faticate esi ­stenze, fino ai nostri padri e a noi, ormai disancorati dalla terra, anche se a qualcuno di campagna ne è rimasto un brandello, quasi per ricordo. A me, per esempio, così poca

e sparpagliata dai fraziona ­menti, che l’ho dovuta abban ­donare, così come ho lasciato inselvatichire l’orto di mio pa ­dre, vero giardino di acclima ­tazione di tutte le verdure e le leguminose coltivabili al piede delle Alpi.

Ma il podere, il bel podere ancorché di un solo ettaro, parte a coltivo, parte a prato e a frutteto, con la sua fascia di bosco, i ronchi sostenuti dai muri a secco e la cascina con l’affresco votivo, il poderetto sui colli del Brinzio dal quale vedo le valli che galop ­pano verso il Lago Maggiore, regge ancora, benché lo sfiorì solo una volta, a giugno, la falce fienaia, lo intacchi ancor più raramente una timida zap ­pa, e soltanto ogni due o tre anni lo sfoltisca la forbice e il falcetto del potatore. Sussi ­ste nella sua unità, come esemplare d’una specie scomparsa, senza ombra di reddito che non sia quello delle poche ca ­stagne sfuggite ai gitanti do ­menicali, dei frutti che i cac ­ciatori non riescono a scuote ­re dai rami più alti, di un po’ di uva « americana » e « clinton », che gli uccelli, sotto il tiro incrociato della fucileria, non fanno in tempo a bec ­care.

Tra quelle piante, su quei tappeti erbosi chiazzati dall’erica color viola che fiorisce due volte all’anno, ogni tanto alzo la zappa o faccio volteg ­giare il falcetto, solo per com ­piere un gesto, per ingannare le deità agresti nascoste nei tronchi o nella fonte che stil ­la sotto il dirupo. A quei col ­pi e a quei lampeggiamenti pare che la terra si desti dal suo sonno, ingannata anche lei dal finto agricoltore che la stuzzica e sembra prometterle la fatica e il sudore che l’ave ­vano fecondata nel tempo del ­la sua floridezza.

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Le vipere, le talpe, i topi, le gazze, alcuni cuculi sperduti nel maggio, qualche famiglia di corvi e gli ormai rari ra ­paci diurni e notturni, possie ­dono i poderi deserti d’uomi ­ni e d’animali domestici. Nes ­sun fumo esce più dai comi ­gnoli che il fulmine ha smoz ­zicato, nessuna voce risuona intorno alle cascine diroccate e cadenti. La campagna è or ­mai un grande cadavere sul quale prospera soltanto, nei luoghi più estesi, la coltiva ­zione intensiva provocata dai fertilizzanti e spronata da macchine mostruose.

Le terre sono « caricate » coi fosfati e con gli altri con ­cimi che la scienza più ag ­giornata va coprendo, e ad ogni stagione, all’aperto o sot ­to chilometriche gallerie di plastica, dalle zolle affattura ­te prorompe la dovizia inna ­turale dei frutti e delle ver ­dure senza sapore. Frutti e or ­taggi non segnano più con la loro apparizione la primavera o l’estate. Le fragole a Natale e le ciliegie in autunno, non meno degli allevamenti d’ani ­mali « in batteria » e delle al ­tre sofisticazioni purtroppo inevitabili, sono il segno di un sovvertimento dei cicli na ­turali, di una manomissione della quale l’uomo già porta la pena nel suo perduto gusto del vivere.

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