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LETTERATURA: I MAESTRI: La campagna

21 Aprile 2015

di Piero Chiara
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 5 aprile 1970]

Le vigne, i frutteti, i campi di granoturco o di meliga, i prati da foraggio, i piccoli poderi e in genere quella che si chiamava la campagna e che comprendeva spesso an ¬≠che l’orto vicino a casa, si va estinguendo lungo la fascia alpina e nel giro di tutte le Prealpi. I coltivi si inselva ¬≠no, il bosco non pi√Ļ pulito annualmente imputridisce, i prati invasi dalla gramigna e dalle erbacce diventano sa ¬≠vane praticate solo dai topi campagnoli e dalle vipere, l’orto √® stato distrutto per far posto all’autorimessa.

Gli abitanti delle regioni alpine e prealpine, attirati nelle citt√† dall’industria e dal commercio, non lavorano pi√Ļ la campagna, che ha perso il suo aspetto di propriet√† pri ¬≠vata ed √® ormai aperta a tut ¬≠ti, abbandonata ai bancari, agli operai, agli addetti al commercio, ai pubblici impie ¬≠gati e ad ogni altra catego ¬≠ria di uomini, che con mogli e bambini la praticano, tra il venerd√¨ e la domenica, entrandovi con l’automobile a bivac ¬≠care e abbandonandovi carte unte, bottigliette e barattoli vuoti.

D’estate e nelle mezze sta ¬≠gioni i cittadini vi si insinua ¬≠no, dove l’ombra li protegge e li nasconde, con donne o ragazze nell’abitacolo, dal qua ¬≠le non escono per timore del ¬≠le serpi, dell’umidit√†, delle spine e d’ogni altro pericolo vero o supposto che la cam ¬≠pagna pu√≤ nascondere. Chiu ¬≠si nelle loro scatole di la ¬≠miera come in un sottomari ¬≠no, alla luce verde che filtra dai cespugli consumano rapi ¬≠de ore infastiditi dai tafani e dalle vespe, poi rispuntano coi musi delle loro macchine indecise sulle cavedagne e sul ¬≠le carraie, per andare alla con ¬≠quista di un posto nelle lun ¬≠ghe code che si avviano ver ¬≠so i capoluoghi. Fanno anch’essi della campagna uso bestiale, quasi per dispregio di quel tempio che √® sempre stata, coi suoi recessi miste ¬≠riosi e le sue limpide fonti.

Dove sono gli uomini e le donne che si alzavano all’al ¬≠ba per fare della loro giorna ¬≠ta un caldo intreccio con la terra, le piante e gli animali?

Il ¬ę buon villan ¬Ľ che ¬ę sor ¬≠ge dal caro – letto cui la fedel sposa, e i minori – suoi figlio ¬≠letti intiepidir la notte ¬Ľ e che ¬ę sul collo recando i sacri ar ¬≠nesi, – va col bue lento innanzi al campo, e scuote – lungo il picciol sentier da’ cur ¬≠vi rami – il rugiadoso umor che, quasi gemma, – i nascenti del Sol raggi rinfrange ¬Ľ, pre ¬≠sente per tanti secoli nel pae ¬≠saggio lombardo, √® rimasto nei versi pariniani come un’imma ¬≠gine dei tempi pi√Ļ remoti dell’umanit√†.

Dove sono finiti, infatti, quei buoni villici che cono ¬≠scevano un’antica e certa me ¬≠teorologia, che avevano buo ¬≠na scienza della riproduzione dei viventi, esperienza degli innesti, della semina, della concimazione e della conser ¬≠vazione dei raccolti?

Uomini cos√¨ completi e in ¬≠tonati con la natura non ne esistono pi√Ļ che in qualche luogo remoto, e ormai vecchi, vicinissimi a trapassare nei campi celesti, portandosi die ¬≠tro quei semplici segreti che le nuove tecniche agricole hanno reso superflui.

 

*

 

Poeti, artisti e scrittori che un tempo si fingevano buco ¬≠lici e agresti, amano ora ri ¬≠tenersi partecipi del mondo delle macchine, cos√¨ che alle trovate dell’Arcadia sono suc ¬≠cedute quelle ugualmente vel ¬≠leitarie, ma tanto meno ripo ¬≠santi e distensive, della lette ¬≠ratura di fabbrica.

Solo i pittori dilettanti, quella grande legione che par ¬≠tecipa regolarmente alle gare di pittura estemporanea, con ¬≠tinua ad usufruire dei boschi, delle case coloniche, dei vec ¬≠chi mulini abbandonati e del ¬≠le antiche muraglie fiorite di muschi e di licheni. Alla do ¬≠menica, dopo aver fatto bol ¬≠lare le loro tele negli uffici delle Aziende Autonome di Cura Soggiorno e Turismo, al pianterreno dei Municipi, si spargono per le valli e lungo le rive dei laghi a far spreco di colori e di romantiche ef ¬≠fusioni. Sulla traccia dei pit ¬≠tori dell’Ottocento, compon ¬≠gono i loro quadri con primi piani di margheritine, di ra ¬≠nuncoli o di felci, secondi piani di siepi, di cancelli spalancati sui campi e di ponti ¬≠celli gettati sopra i fossi. Sul ¬≠lo sfondo, le colline color pi ¬≠sello e i cieli di cobalto com ¬≠pletano l’opera che dovr√† es ¬≠sere consegnata prima di not ¬≠te. Ma anch’essi, i pittori do ¬≠menicali, fanno cattivo uso della campagna, alla quale chiedono un’eccitazione poe ¬≠tica che non pu√≤ pi√Ļ dare, e non ricevendola, vi suppli ¬≠scono la convenzione paesaggistica tradizionale e retorica.

 

*

 

L’officina all’apparenza cos√¨ semplice della terra che frut ¬≠tifica e produce, fu l’unico mezzo di vita dei nostri avi che vi lavorarono in una lun ¬≠ga successione di faticate esi ¬≠stenze, fino ai nostri padri e a noi, ormai disancorati dalla terra, anche se a qualcuno di campagna ne √® rimasto un brandello, quasi per ricordo. A me, per esempio, cos√¨ poca

e sparpagliata dai fraziona ¬≠menti, che l’ho dovuta abban ¬≠donare, cos√¨ come ho lasciato inselvatichire l’orto di mio pa ¬≠dre, vero giardino di acclima ¬≠tazione di tutte le verdure e le leguminose coltivabili al piede delle Alpi.

Ma il podere, il bel podere ancorch√© di un solo ettaro, parte a coltivo, parte a prato e a frutteto, con la sua fascia di bosco, i ronchi sostenuti dai muri a secco e la cascina con l’affresco votivo, il poderetto sui colli del Brinzio dal quale vedo le valli che galop ¬≠pano verso il Lago Maggiore, regge ancora, bench√© lo sfior√¨ solo una volta, a giugno, la falce fienaia, lo intacchi ancor pi√Ļ raramente una timida zap ¬≠pa, e soltanto ogni due o tre anni lo sfoltisca la forbice e il falcetto del potatore. Sussi ¬≠ste nella sua unit√†, come esemplare d’una specie scomparsa, senza ombra di reddito che non sia quello delle poche ca ¬≠stagne sfuggite ai gitanti do ¬≠menicali, dei frutti che i cac ¬≠ciatori non riescono a scuote ¬≠re dai rami pi√Ļ alti, di un po’ di uva ¬ę americana ¬Ľ e ¬ę clinton ¬Ľ, che gli uccelli, sotto il tiro incrociato della fucileria, non fanno in tempo a bec ¬≠care.

Tra quelle piante, su quei tappeti erbosi chiazzati dall’erica color viola che fiorisce due volte all’anno, ogni tanto alzo la zappa o faccio volteg ¬≠giare il falcetto, solo per com ¬≠piere un gesto, per ingannare le deit√† agresti nascoste nei tronchi o nella fonte che stil ¬≠la sotto il dirupo. A quei col ¬≠pi e a quei lampeggiamenti pare che la terra si desti dal suo sonno, ingannata anche lei dal finto agricoltore che la stuzzica e sembra prometterle la fatica e il sudore che l’ave ¬≠vano fecondata nel tempo del ¬≠la sua floridezza.

 

*

 

Le vipere, le talpe, i topi, le gazze, alcuni cuculi sperduti nel maggio, qualche famiglia di corvi e gli ormai rari ra ¬≠paci diurni e notturni, possie ¬≠dono i poderi deserti d’uomi ¬≠ni e d’animali domestici. Nes ¬≠sun fumo esce pi√Ļ dai comi ¬≠gnoli che il fulmine ha smoz ¬≠zicato, nessuna voce risuona intorno alle cascine diroccate e cadenti. La campagna √® or ¬≠mai un grande cadavere sul quale prospera soltanto, nei luoghi pi√Ļ estesi, la coltiva ¬≠zione intensiva provocata dai fertilizzanti e spronata da macchine mostruose.

Le terre sono ¬ę caricate ¬Ľ coi fosfati e con gli altri con ¬≠cimi che la scienza pi√Ļ ag ¬≠giornata va coprendo, e ad ogni stagione, all’aperto o sot ¬≠to chilometriche gallerie di plastica, dalle zolle affattura ¬≠te prorompe la dovizia inna ¬≠turale dei frutti e delle ver ¬≠dure senza sapore. Frutti e or ¬≠taggi non segnano pi√Ļ con la loro apparizione la primavera o l’estate. Le fragole a Natale e le ciliegie in autunno, non meno degli allevamenti d’ani ¬≠mali ¬ę in batteria ¬Ľ e delle al ¬≠tre sofisticazioni purtroppo inevitabili, sono il segno di un sovvertimento dei cicli na ¬≠turali, di una manomissione della quale l’uomo gi√† porta la pena nel suo perduto gusto del vivere.


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