Una brutta invernata

di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, sabato 1 agosto 1970]

Tra il millenovecentoventiquattro e il millenovecentoventinove, per effetto di qualche macchia solare o per altro influsso di corpi celesti, vennero a cadere alcuni degli in ­verni più freddi che si siano mai registrati alle nostre lati ­tudini. Inverni dei quali oggi, col diffondersi dei mezzi di riscaldamento, non è possibile avere l’idea; e che non occor ­reva neppure fossero partico ­larmente rigidi per far sentire il loro morso, qualche volta mortale, agli sprovveduti e ai poveri.

In uno di quegli anni, cer ­tamente il peggiore, una mat ­tina di gennaio, andando con mio padre dalla stazione fer ­roviaria di Laveno all’imbar ­cadero, vidi per terra, sotto le piante spoglie del viale, una trentina di passeri caduti mor ­ti dai rami sui quali li aveva sorpresi il gelo improvviso del ­l’alba.

Tornavo, quella mattina, do ­po un giorno di vacanza straor ­dinaria per motivi di famiglia, nel collegio dov’ero agli studi, in una delle cittadine che si affacciano al Lago Maggiore. Un collegio, oggi scomparso, la cui direzione non concedeva vacanze natalizie o pasquali, e dove la disciplina era tale che i genitori talvolta decidevano, anche a metà anno, di farne dimettere i figli che vi aveva ­no rinchiuso, attratti dalla fa ­ma acquistata da quel convit ­to come luogo di correzione e di raddrizzamento dei discoli; non diverso del resto dalla maggior parte dei collegi di allora, tutti più o meno domi ­nati da una ferrea legge, se ­condo la quale ad ogni alun ­no doveva venir fornito, in viveri e altre utilità, il valore di un quinto della retta paga ­ta per lui dai parenti, che si rassegnavano a computare per quattro quinti l’educazione, la istruzione e l’assistenza spiri ­tuale prodigata, in verità, sen ­za alcuna economia.

*

L’istituto tra le cui mura tornavo quell’anno dopo l’inat ­tesa vacanza di un giorno, era privo di qualsiasi impianto di riscaldamento, se non si con ­siderasse per tale un sistema di tubazioni provenienti dalle cucine, attraverso il quale avrebbe dovuto giungere alle camerate e ai locali di studio un soffio d’aria calda. A mez ­zo metro da terra erano infatti visibili, qua e là, delle apertu ­re tonde e larghe una ventina di centimetri, schermate da una rete di fil di ferro e mu ­nite d’una serranda che veni ­va sempre mantenuta aperta nella speranza di un vapore bollente o anche soltanto di un po’ di fumo, capace di ren ­dere sopportabile il freddo di quelle grandi stanze, il cui ri ­gore ininterrotto aveva fiorito le mani di quasi tutti i con ­vittori di rose purulente: i ge ­loni, dolorose stimmate che sparivano solo a maggio per ricomparire puntualmente ogni anno dopo il Natale.

Invano, qualche madre o qualche padre aveva fatto pre ­sente al direttore l’opportuni ­tà di collocare nelle aule qual ­che stufa a legna o a carbone.

« E’ un’annata molto fred ­da â— rispondeva il direttore: â— Lo riconosco, è una brutta invernata. Ma ogni sera don Cerasino, che è come una ma ­dre per i vostri figliuoli, prov ­vede a medicare le loro pia ­ghe con glicerina e tintura di jodio mescolate insieme ».

Era vero. Don Cerasino, un vecchio prete senza più uffici nel collegio oltre quello di consolare i castigati e di suo ­nare l’armonium, compariva tutte le sere nel corridoio del refettorio, dopo cena, con in mano una bottiglia e un lun ­go pennello. Stando in fila, gli porgevamo le mani piagate perché vi stendesse un velo del suo intruglio, che non serviva a nulla, ma era un segno di sollecitudine quasi materna che ammorbidiva, oltre quelle delle mani, altre piaghe di tri ­stezza e di nostalgia che la lontananza dalle nostre case e dai nostri paesi ci teneva aper ­te nel cuore.

« Don Cerasino, don Cera ­sino! â— gridavano i più pic ­coli. â— Ancora un po’ su questo dito! ».

E don Cerasino, con gli oc ­chiali in bilico sulla punta del suo lungo naso, e sempre sor ­ridente, tornava indietro con il pennello in aria, si piegava a cercare la screpolatura che gli era fuggita e vi deponeva una goccia del suo balsamo.

Per quelle sue prestazioni, pressoché abusive, il buon sa ­cerdote non poteva sperare nella lode del direttore, che vedeva di mal occhio ogni ad ­dolcimento della nostra vita, e con particolare sospetto ogni moto di simpatia che si diri ­gesse verso un singolo superiore. Don Cerasino, che lo sapeva, profittava di tutte le occasioni per eludere tanta autorità Ci insegnava delle canzoncine allegre, ci regalava qualche nocciola che intasca ­va di nascosto alla mensa, e ogni anno, al comparir dei geloni, si presentava nel corridoio del refettorio con la gli ­cerina e la tintura di jodio.

Ma era tutta una comme ­dia. In quei collegi c’era sem ­pre un superiore che aveva il compito dì mitigare la durez ­za della disciplina con qual ­che concessione senza conse ­guenze, probabilmente concor ­data col direttore. Negli isti ­tuti dove non c’era un vecchio prete inattivo o quasi come don Cerasino, la parte dell’in ­dulgente e quasi del complice dei convittori, toccava gene ­ralmente al catechista, che era l’incaricato dell’istruzione re ­ligiosa, e più raramente al con ­fessore, mentre il direttore e il consigliere o prefetto di disci ­plina, avevano il compito di impersonare l’intransigenza. Se a un catechista l’anno succes ­sivo toccavano, per trasferi ­mento o per altra necessità dell’organico, le funzioni del consigliere, subito si vedeva il morbido diventare aspro, o l’aspro diventare morbido quando capitava l’inverso.

Anche don Cerasino, nella sua lunga permanenza nei col ­legi, era stato volta a volta severo censore e tollerante amico dei ragazzi; ma in vec ­chiaia gli aveva fatto capolino nell’animo il suo naturale di buon uomo, e il desiderio for ­se inconscio di quella nidiata di nipoti che la sorte gli ave ­va negato per la via della car ­ne, ma gli concedeva abbon ­dantemente per strade più se ­rene e liete. Era quel che il di ­rettore aveva odorato e che avrebbe voluto scongiurare co ­me un’indegna debolezza.

*

Un giorno di quel lungo in ­verno, dopo la sveglia e quan ­do dalle finestre dei dormitori cominciava a diffondersi sulle pareti la luce vermiglia del ­l’aurora, corse la voce che don Cerasino era morto durante la notte. La camera del prete era vicina, e anch’io vi corsi. Dal ­la porta spalancata lo vidi ste ­so sul suo lettino bianco, con la tonaca ben composta, gli occhiali sulla punta del naso, i grandi piedi divaricati e le braccia strette ai fianchi come quelle di un soldato sull’at ­tenti. Varcai la soglia e andai a guardarlo dai piedi. Lo rivi ­di per il lungo, con le suole delle scarpe presentate alla lu ­ce della finestra, il corpo sec ­co che si disegnava sotto la tonaca nera, e il naso, alzato come una pinna sopra la boc ­ca aperta.

Arrivò di corsa il direttore che entrando rallentò il pas ­so e si fece un segno di croce. Fermo davanti al letto, diede un’occhiata al morto e subito staccato un crocifisso dal mu ­ro, glielo posò sul petto. Poi gli tolse gli occhiali dal naso, se li mise in tasca, e volgen ­dosi verso di noi sentenziò;

« Santa morte ha fatto don Cerasino. Quando nella notte deve aver sentito che il Signore lo chiamava a sé, si è composto sul letto e senza distur ­bar nessuno ha iniziato il suo viaggio. Ora â— continuò rivolgendosi ai pochi che erano nella stanza â— andate! Tutti gli orari debbono essere rispettati. Per voi è un giorno come gli altri ».

Uscendo per ultimo, e credendomi già lontano dalla stanza, esclamai: « E’ morto di freddo, don Cerasino! ».

Una mezz’ora dopo, mentre passavo intirizzito sotto il portico, mi sentii prendere per un orecchio con tal forza che pensai di aver lasciato un padiglione   auricolare fra le mani di ferro che mi avevano raggiunto, e che erano quelle del direttore, il quale portava sempre, come il consigliere, delle scarpe di stoffa perché nessuno lo sentisse arrivare.

« Ah, è morto di freddo don Cerasino! â— diceva il direttore straziandomi le cartilagini â— E’ morto di freddo, vero? »

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