Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Storia locale

2 Maggio 2015

di Piero Chiara
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 1 maggio 1970]

La storia dei paesi, delle citt√† e delle regioni, ha sem ¬≠pre avuto cultori appassiona ¬≠li e fedeli; uomini disinteres ¬≠sati e modesti, capaci di un lungo viaggio per compiere una ricerca e anche solo per controllare un nome o una data, felici d’aver corrispon ¬≠denza con altri esperti della stessa materia e di tessere una rete fittissima, capace di rac ¬≠cogliere tutti i frammenti di quel grande mosaico che √® la storia delle istituzioni, degli usi e dei costumi d’ognuno degli infiniti distretti nei qua ¬≠li si possono suddividere, ai fini di un tal genere di eru ¬≠dizione, le nazioni e perfino i continenti.

Il maggiore di codesti stu ­diosi che ebbi a conoscere, e a praticare, fu lo Zendralli: un uomo del quale veniva facile pronunciare il nome senza titoli o specificazioni, come quello di un autore che fa testo o di una auto ­rità in materia, se non pro ­prio di un luminare.

¬ę Dice lo Zendralli ¬Ľ, ¬ę Scri ¬≠ve lo Zendralli ¬Ľ, ¬ę Afferma lo Zendralli ¬Ľ, suonava bene. E Arnoldo Marcelliano Zen ¬≠dralli ne dava tante delle occasioni per venir citato, per ¬≠ch√© aveva scritto, sulla sua terra, quel che non si era mai scritto e non si scriver√† pi√Ļ, coi tempi che corrono, atten ¬≠ti pi√Ļ all’avvenire che al pas ¬≠sato.

Subito dopo la sua morte, seguita una decina d’anni or sono, si parl√≤ di erigergli un monumento, in una piazza o almeno in un giardino pub ¬≠blico. E gi√† me lo immagi ¬≠navo in color verderame, rit ¬≠to sopra un cubo di marmo, i piedi affondati in un coa ¬≠gulo di bronzo, un braccio dietro la schiena e l’altro ab ¬≠bandonato lungo il fianco o messo ad angolo, con la ma ¬≠no infilata nella tasca della giacca: una mano disciolta nella massa di metallo fuso, all’interno di quel simulacro che lo avrebbe ricordato ai posteri.

Invece, passato un anno o due, nessuno ne parl√≤ pi√Ļ, tanto che l’illustre studioso pu√≤ dirsi oggi quasi dimenti ¬≠cato del tutto. Non certo da me, che l’avevo ammirato e quasi invidiato per lungo tem ¬≠po, quando, attivo come un’ape, correva da una bibliote ¬≠ca all’altra a far ricerche o inseguiva personaggi, anche minimi, su per gli alberi ge ¬≠nealogici o dentro la polvere degli archivi parrocchiali.

La prima volta che mi ca ¬≠pit√≤ d’incontrarlo fu nel 1949 o nel 1950, sulla soglia di ca ¬≠sa mia, un pomeriggio di pie ¬≠na estate. Avevo avuto con lui lunga corrispondenza per questioni, appunto, di storia locale, ma di persona non lo avevo mai visto, e neppure in fotografia. Quell’anno, men ¬≠tre si trovava a villeggiare nella sua Mesolcina e quindi non lungi dai miei posti, lo Zendralli aveva pensato di scendere in Italia per una gi ¬≠ta e di venirmi a conoscere, com’era giusto dopo tanto commercio epistolare.

Stavo, quel pomeriggio, nel caldo dell’estate e del sottotet ¬≠to, quasi nudo in casa, sdraia ¬≠to a smaltire qualche allegra fatica della notte o del gior ¬≠no prima. Un tocco di cam ¬≠panello fra le tre e le quat ¬≠tro, non era possibile se non per errore. Al primo tocco infatti non mi mossi; ma al secondo, cominciando a so ¬≠spettare qualche fortuna o una sorpresa gradevole, come l’arrivo di soldi o di donativi della campagna, andai ad aprire.

Sul pianerottolo mi trovai davanti due uomini robusti, due tipi di giocatori di bocce in maniche di camicia; con le giacche ripiegate sul braccio e il cappello in mano, goc ¬≠ciolanti di sudore e accesi in volto per l’afa e l’arrampica ¬≠ta al mio sesto piano, che do ¬≠vevano aver compiuta a pie ¬≠di, disdegnando o non aven ¬≠do notato l’ascensore.

Credetti fossero il padre e lo zio di certa gentile perso ¬≠na con la quale mi accom ¬≠pagnavo, celatamente, in quel ¬≠la estate. Per cui mi disposi, con poca speranza, alla colluttazione. Ma subito vidi ne ¬≠gli occhi chiari del pi√Ļ robu ¬≠sto dei due, che seppi poi es ¬≠sere lo Zendralli, un sorriso luminoso che mi rassicur√≤. Il grosso uomo apr√¨ bocca per chiedermi se ero in casa.

¬ę Eccomi ¬Ľ dissi.

Al che egli, alzando le braccia. ¬ęOh, miracolo! ¬Ľ esclam√≤ ¬ęOh, fortuna! Oh, sorte avventurata! ¬Ľ.

Gli chiesi chi mai fosse. ¬ęZendralli! ¬Ľ modul√≤ con una larga caduta sull’a e con accento straniero.

*

Entr√≤ col suo compagno, che era un tedesco, anche lui cultore di storia locale in qualche cittadina della Turin ¬≠gia o del W√ľrtenberg, e co ¬≠minci√≤ a guardarsi attorno.

Seduto poco dopo in poltrona nel mio studio, uno stanzone quadrato in gran disordine, si abbandon√≤ al piacere ¬† d’aver scovato un confratello o collega, ma non senza tacere la sua sorpresa e quasi disillusione nel trovarmi di almeno trent’anni pi√Ļ giovane di quanto aveva previsto. Mi aveva stimato, dalle lettere, suo coetaneo o quasi.

Uguale meraviglia mi era capitato di vedere altra volta sul viso di un caro vecchio, tale Ponziano Tagliabue, stu ¬≠dioso naturalmente di storia locale, col quale ero da tempo in corrispondenza. Venuto co ¬≠me lo Zendralli a trovarmi di sorpresa, e vedendomi sulla soglia di casa in giacchetta a riquadri e calzoni di flanella, lasci√≤ cadere le braccia lungo il corpo esclamando: ¬ę Ma co ¬≠me! Lei, non √® prete? ¬Ľ. Mi aveva sempre creduto sacer ¬≠dote e addirittura monsignore, di quelli che pubblicando ar ¬≠ticoli sui giornali omettono il ¬ę don ¬Ľ.

Lo Zendralli si ferm√≤ po ¬≠chissimo in casa mia quel giorno, non lasciandomi nep ¬≠pure il tempo d’infilare un paio di calzoni, quasi temesse disperdere o guastare la gioia d’avermi colto in casa, fra i libri, in piena libert√† e magari intento al lavoro dello scrive ¬≠re, di storia locale s’intende, come pareva dai fogli sparsi e dai libri aperti sul mio tavolo.

*

Qualche anno dopo gli re ¬≠stituii la visita a Coira, dove abitava dal 1911 e dove mi aveva invitato per una confe ¬≠renza. Lo andai anch’io a sco ¬≠vare nella sua casa, severa e cupa, sulla salita che porta al palazzo vescovile. Lo trovai, non dir√≤ diverso da quel che mi era apparso la prima volta, ma con indosso un velo pro ¬≠fessorale e casalingo insieme che gli limitava la cordialit√†, come se davanti alla moglie e alla famiglia tenesse altro con ¬≠tegno da quando, in vacanza, si permetteva gite in Italia in cerca di amici e magari di ristoranti, osterie o altri inno ¬≠centi spassi di buon svizzero fuori di casa.

Il suo studio, pieno di cose antiche, sembrava un po’ quel ¬≠lo di Don Ferrante, ma col segno del suo ordinato ope ¬≠rare. Sfilate di cartelle etichet ¬≠tate, schedari, raccoglitori gon ¬≠fi di ¬ę veline ¬Ľ dov’era conser ¬≠vata in copia tutta la sua cor ¬≠rispondenza, libri, oggetti di scavo, cocci, vasi e un grande baule aperto, tutto tappezzato di broccato rosso all’interno, dove rinchiudeva ogni sera carte e documenti dei lavori in corso.

Mi chiese se, prima della conferenza, avessi necessit√† di concentrarmi una mezz’ora. Ma sentendo che non avevo quest’abitudine, che avrei par ¬≠lato ¬ę a braccio ¬Ľ, e che mi occorreva solo un pasto abbon ¬≠dante prima di prendere la pa ¬≠rola nel Rathaus, lo vidi un’al ¬≠tra volta scandalizzato e sor ¬≠preso, come quando si era ac ¬≠corto della mia giovane et√†, molti anni prima.

*

Lo incontrai l’ultima volta, sempre in casa sua, passando da Coira alcun tempo prima che morisse. Stava abbando ¬≠nato in una poltrona, non pi√Ļ nello studio ma in salotto, presso una vetrata. Colpito da una paralisi qualche mese avanti, sedeva con la pesan ¬≠tezza di chi, inerte, viene de- posto e sollevato da mani pie ¬≠tose. Mi riconobbe, e in un momento di lucidit√† prese a parlare del suo ultimo libro di storia locale, che aveva con ¬≠dotto a termine prima dell’insulto apoplettico. Dopo aver ¬≠mi raccomandato la sua opera, parve affaticato, si confuse, guard√≤ intorno smarrito e pianse silenziosamente.

Mi congedai, o meglio mi ritrassi dalla sua presenza, e scesi in citt√† sentendomi alle spalle lo sguardo che mi aveva rivolto, prima di ricadere nel suo sopore. Ricordai, scenden ¬≠do, la sua visita a casa mia, il suo occhio limpido e ridente di allora, le sue allegre escla ¬≠mazioni quando mi identific√≤ nel giovane in mutande che era andato ad aprirgli la por ¬≠ta, la sua gioia d’aver trovato un confratello, tanto dissimile da lui ma partecipe della stes ¬≠sa passione.

Pensai che, se non proprio un monumento, certamente una lapide in qualche posto l’avrebbero collocata in sua memoria, sul muro di casa sua, nell’atrio del Rathaus o nella Civica Biblioteca, dove mi ri ¬≠servo di andare a mettere gli occhi quando mi capiter√† di passare un’altra volta da Coira.


Letto 1188 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart