di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 1 maggio 1970]

La storia dei paesi, delle città e delle regioni, ha sem ­pre avuto cultori appassiona ­li e fedeli; uomini disinteres ­sati e modesti, capaci di un lungo viaggio per compiere una ricerca e anche solo per controllare un nome o una data, felici d’aver corrispon ­denza con altri esperti della stessa materia e di tessere una rete fittissima, capace di rac ­cogliere tutti i frammenti di quel grande mosaico che è la storia delle istituzioni, degli usi e dei costumi d’ognuno degli infiniti distretti nei qua ­li si possono suddividere, ai fini di un tal genere di eru ­dizione, le nazioni e perfino i continenti.

Il maggiore di codesti stu ­diosi che ebbi a conoscere, e a praticare, fu lo Zendralli: un uomo del quale veniva facile pronunciare il nome senza titoli o specificazioni, come quello di un autore che fa testo o di una auto ­rità in materia, se non pro ­prio di un luminare.

« Dice lo Zendralli », « Scri ­ve lo Zendralli », « Afferma lo Zendralli », suonava bene. E Arnoldo Marcelliano Zen ­dralli ne dava tante delle occasioni per venir citato, per ­ché aveva scritto, sulla sua terra, quel che non si era mai scritto e non si scriverà più, coi tempi che corrono, atten ­ti più all’avvenire che al pas ­sato.

Subito dopo la sua morte, seguita una decina d’anni or sono, si parlò di erigergli un monumento, in una piazza o almeno in un giardino pub ­blico. E già me lo immagi ­navo in color verderame, rit ­to sopra un cubo di marmo, i piedi affondati in un coa ­gulo di bronzo, un braccio dietro la schiena e l’altro ab ­bandonato lungo il fianco o messo ad angolo, con la ma ­no infilata nella tasca della giacca: una mano disciolta nella massa di metallo fuso, all’interno di quel simulacro che lo avrebbe ricordato ai posteri.

Invece, passato un anno o due, nessuno ne parlò più, tanto che l’illustre studioso può dirsi oggi quasi dimenti ­cato del tutto. Non certo da me, che l’avevo ammirato e quasi invidiato per lungo tem ­po, quando, attivo come un’ape, correva da una bibliote ­ca all’altra a far ricerche o inseguiva personaggi, anche minimi, su per gli alberi ge ­nealogici o dentro la polvere degli archivi parrocchiali.

La prima volta che mi ca ­pitò d’incontrarlo fu nel 1949 o nel 1950, sulla soglia di ca ­sa mia, un pomeriggio di pie ­na estate. Avevo avuto con lui lunga corrispondenza per questioni, appunto, di storia locale, ma di persona non lo avevo mai visto, e neppure in fotografia. Quell’anno, men ­tre si trovava a villeggiare nella sua Mesolcina e quindi non lungi dai miei posti, lo Zendralli aveva pensato di scendere in Italia per una gi ­ta e di venirmi a conoscere, com’era giusto dopo tanto commercio epistolare.

Stavo, quel pomeriggio, nel caldo dell’estate e del sottotet ­to, quasi nudo in casa, sdraia ­to a smaltire qualche allegra fatica della notte o del gior ­no prima. Un tocco di cam ­panello fra le tre e le quat ­tro, non era possibile se non per errore. Al primo tocco infatti non mi mossi; ma al secondo, cominciando a so ­spettare qualche fortuna o una sorpresa gradevole, come l’arrivo di soldi o di donativi della campagna, andai ad aprire.

Sul pianerottolo mi trovai davanti due uomini robusti, due tipi di giocatori di bocce in maniche di camicia; con le giacche ripiegate sul braccio e il cappello in mano, goc ­ciolanti di sudore e accesi in volto per l’afa e l’arrampica ­ta al mio sesto piano, che do ­vevano aver compiuta a pie ­di, disdegnando o non aven ­do notato l’ascensore.

Credetti fossero il padre e lo zio di certa gentile perso ­na con la quale mi accom ­pagnavo, celatamente, in quel ­la estate. Per cui mi disposi, con poca speranza, alla colluttazione. Ma subito vidi ne ­gli occhi chiari del più robu ­sto dei due, che seppi poi es ­sere lo Zendralli, un sorriso luminoso che mi rassicurò. Il grosso uomo aprì bocca per chiedermi se ero in casa.

« Eccomi » dissi.

Al che egli, alzando le braccia. «Oh, miracolo! » esclamò «Oh, fortuna! Oh, sorte avventurata! ».

Gli chiesi chi mai fosse. «Zendralli! » modulò con una larga caduta sull’a e con accento straniero.

*

Entrò col suo compagno, che era un tedesco, anche lui cultore di storia locale in qualche cittadina della Turin ­gia o del Würtenberg, e co ­minciò a guardarsi attorno.

Seduto poco dopo in poltrona nel mio studio, uno stanzone quadrato in gran disordine, si abbandonò al piacere   d’aver scovato un confratello o collega, ma non senza tacere la sua sorpresa e quasi disillusione nel trovarmi di almeno trent’anni più giovane di quanto aveva previsto. Mi aveva stimato, dalle lettere, suo coetaneo o quasi.

Uguale meraviglia mi era capitato di vedere altra volta sul viso di un caro vecchio, tale Ponziano Tagliabue, stu ­dioso naturalmente di storia locale, col quale ero da tempo in corrispondenza. Venuto co ­me lo Zendralli a trovarmi di sorpresa, e vedendomi sulla soglia di casa in giacchetta a riquadri e calzoni di flanella, lasciò cadere le braccia lungo il corpo esclamando: « Ma co ­me! Lei, non è prete? ». Mi aveva sempre creduto sacer ­dote e addirittura monsignore, di quelli che pubblicando ar ­ticoli sui giornali omettono il « don ».

Lo Zendralli si fermò po ­chissimo in casa mia quel giorno, non lasciandomi nep ­pure il tempo d’infilare un paio di calzoni, quasi temesse disperdere o guastare la gioia d’avermi colto in casa, fra i libri, in piena libertà e magari intento al lavoro dello scrive ­re, di storia locale s’intende, come pareva dai fogli sparsi e dai libri aperti sul mio tavolo.

*

Qualche anno dopo gli re ­stituii la visita a Coira, dove abitava dal 1911 e dove mi aveva invitato per una confe ­renza. Lo andai anch’io a sco ­vare nella sua casa, severa e cupa, sulla salita che porta al palazzo vescovile. Lo trovai, non dirò diverso da quel che mi era apparso la prima volta, ma con indosso un velo pro ­fessorale e casalingo insieme che gli limitava la cordialità, come se davanti alla moglie e alla famiglia tenesse altro con ­tegno da quando, in vacanza, si permetteva gite in Italia in cerca di amici e magari di ristoranti, osterie o altri inno ­centi spassi di buon svizzero fuori di casa.

Il suo studio, pieno di cose antiche, sembrava un po’ quel ­lo di Don Ferrante, ma col segno del suo ordinato ope ­rare. Sfilate di cartelle etichet ­tate, schedari, raccoglitori gon ­fi di « veline » dov’era conser ­vata in copia tutta la sua cor ­rispondenza, libri, oggetti di scavo, cocci, vasi e un grande baule aperto, tutto tappezzato di broccato rosso all’interno, dove rinchiudeva ogni sera carte e documenti dei lavori in corso.

Mi chiese se, prima della conferenza, avessi necessità di concentrarmi una mezz’ora. Ma sentendo che non avevo quest’abitudine, che avrei par ­lato « a braccio », e che mi occorreva solo un pasto abbon ­dante prima di prendere la pa ­rola nel Rathaus, lo vidi un’al ­tra volta scandalizzato e sor ­preso, come quando si era ac ­corto della mia giovane età, molti anni prima.

*

Lo incontrai l’ultima volta, sempre in casa sua, passando da Coira alcun tempo prima che morisse. Stava abbando ­nato in una poltrona, non più nello studio ma in salotto, presso una vetrata. Colpito da una paralisi qualche mese avanti, sedeva con la pesan ­tezza di chi, inerte, viene de- posto e sollevato da mani pie ­tose. Mi riconobbe, e in un momento di lucidità prese a parlare del suo ultimo libro di storia locale, che aveva con ­dotto a termine prima dell’insulto apoplettico. Dopo aver ­mi raccomandato la sua opera, parve affaticato, si confuse, guardò intorno smarrito e pianse silenziosamente.

Mi congedai, o meglio mi ritrassi dalla sua presenza, e scesi in città sentendomi alle spalle lo sguardo che mi aveva rivolto, prima di ricadere nel suo sopore. Ricordai, scenden ­do, la sua visita a casa mia, il suo occhio limpido e ridente di allora, le sue allegre escla ­mazioni quando mi identificò nel giovane in mutande che era andato ad aprirgli la por ­ta, la sua gioia d’aver trovato un confratello, tanto dissimile da lui ma partecipe della stes ­sa passione.

Pensai che, se non proprio un monumento, certamente una lapide in qualche posto l’avrebbero collocata in sua memoria, sul muro di casa sua, nell’atrio del Rathaus o nella Civica Biblioteca, dove mi ri ­servo di andare a mettere gli occhi quando mi capiterà di passare un’altra volta da Coira.

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