I marmi dell’Impero

di Franco Russoli
[dal “Corriere della Sera”, domenica 2 agosto 1970]

Roma non nasce sul colle Palatino, come ci han ­no insegnato a scuola, ma nel luogo dove era possi ­bile attraversare il Tevere, cioè dov’è oggi l’isola Ti ­berina. Così, con un tono piano e cordiale, e con una decisa affermazione, subito appoggiata da ferratissime documentazioni e conside ­razioni tanto acute quanto limpide, comincia il volu ­me di Ranuccio Bianchi- Bandinelli, Roma – L’arte romana nel centro del po ­tere dalle origini alla fine del II secolo d.C. (Feltri ­nelli 1969, pagg. 437, tavv. 451 in nero e a colori, com ­prese piante e carte geo ­grafiche. L. 16.000).

Il titolo specialistico e il poderoso apparato scienti ­fico non spaventino i let ­tori non addetti ai lavori: affrontino il libro, e go ­dranno di una delle più affascinanti letture che in questi tempi ci siano offer ­te, e non soltanto nel cam ­po della saggistica. Perché Bianchi-Bandinelli non è soltanto quel maestro del ­l’archeologia e della storia dell’arte antica che tutto il mondo c’invidia, ma è an ­che uno scrittore â—- come sanno i lettori del suo Dia ­rio di un borghese â— di sciolta nitidezza, di civilis ­simo garbo, di ironia bo ­naria ma dal tiro aggiu ­stato e folgorante. Rende trasparenti i più spessi blocchi di sapere, ci offre, senza alterigia, i bàndoli delle più intricate matasse ideologiche e critiche. E’ degno erede di quella cultu ­ra classica e umanistica di cui si è nutrito, e che fa rivivere in ogni atto della sua vita di studioso, di do ­cente, di uomo politico.

Continua verifica

Niente è più lontano da lui del concetto miope e settoriale del sapere nozio ­nistico, della ricerca ar ­cheologica e documentaria fine a se stessa. Ma non crede nemmeno alla storia condizionata da tendenze pregiudiziali e dogmatiche, e tanto meno alle abborrac ­ciature di una sociologia approssimativa. Indaga i documenti del linguaggio artistico ponendoli in con ­tinuo rapporto con ogni altro dato della conoscen ­za storica, senza determi ­nismi, ma in una lettura stilistica che nella strut ­tura delle forme espressive “rivela e distingue gli ap ­porti di una situazione am ­bientale (economica, politi ­ca, sociale) e i caratteri innovatori, poetici cioè crea ­tivi, dell’artista che quegli apporti subisce e trasforma.

Con questo procedimen ­to cauto, disponibile alla continua verifica dei prin ­cipi e delle ipotesi nella realtà dei fatti â— e che esige un enorme lavoro di indagine e sperimentazio ­ne, come una rara qualità di intuizione e sensibilità e profondità razionale â—, Bianchi-Bandinelli esercita il lavoro di storico e di cri ­tico in una prospettiva mo ­rale, di lezione attuale. Quante cose, allora, che ci sono state insegnate a scuo ­la, rivelano a questa luce di essere discutibili, se non addirittura false.

In questo volume Bianchi-Bandinelli tende a di ­mostrare essenzialmente la base equivoca e l’inconsi ­stenza storica di due « for ­mule » opposte di interpretazlonè dell’arte romana, quando siano fatte oggetto di un esame obbiettivo, ser ­rato e basato sulla concreta analisi dei fatti accertati, delle opere poste nel loro contesto ambientale e cro ­nologico, caso per caso. Da questa attenta e partico ­lareggiata « rilettura » di ogni dato nella complessa e dialettica trama delle opere e i giorni della città di Roma (un itinerario ric ­co, di scoperte, di curiosi ­tà, di indicazioni inattese e illuminanti, che rendono il libro eccitante) la for ­mula dell’arte romana come « arte greca sotto il domi ­nio romano » e quella che ne fa « un prodotto diretto del genio o addirittura del ­la razza romana » di au ­toctona e ancestrale cultu ­ra, escono pienamente dis ­solte nella loro semplici ­stica presunzione.

Né l’autore vuol contrap ­porre a esse una terza for ­mula: ma indicare invece quanto più complessa e pro ­blematica sia la vicenda della formazione di un lin ­guaggio artistico che possa dirsi romano, se esaminato in stretto rapporto con il sorgere e lo svilupparsi del ­la città, e con le caratteri ­stiche diverse che nel corso dei tempi e lungo il conso ­lidarsi del suo potere in va ­rie strutture civili ed eco ­nomiche, assume la sua cultura. Si vedrà allora che una cosa è « l’arte a Ro ­ma » (i prodotti decorativi e utilitari di un artigianato che riproduce modelli stra ­nieri, le importazioni di ope ­re d’arte greca e orientale, o etrusca e italica, l’attivi ­tà in Roma di artisti stra ­nieri che operano secondo lo stile della loro cultura d’origine, le interpretazioni manieristiche o eclettiche di linguaggi e lavori creati in altre civiltà) e altra co ­sa è la vera e propria « arte romana ».

Linguaggio potente

Questa si affermerà con caratteri autonomi molto tardi, quando le due ten ­denze, caratterizzanti la cultura e la « natura » di diversi strati sociali (il raf ­finato eclettismo e forma ­lismo di base ellenistica, e il ruvido realismo e simbo ­lismo desunto dalla tradi ­zione medio-italica) si fon ­deranno, trasformate, in un linguaggio naturalistico e potente, immediato e ben articolato, in nuove strut ­ture compositive, coerente alla fisionomia dell’ormai affermato mondo della so ­cietà romana. Il « Maestro delle imprese di Traiano » è appunto il massimo rap ­presentante, nei rilievi del ­la famosa Colonna, di que ­st’arte « interamente ro ­mana ».

Non è possibile qua neppure ricordare tutte le ri ­velazioni e le proposte di nuova lettura dei fatti ar ­tistici romani che questo libro inesauribilmente ci offre, dalla definizione del ­l’arte plebea, alla storia del ritratto e alle sue origini nella ideologia e nel culto propri all’ambiente patrizio. Né abbiamo voluto (e, vo ­lendolo, non avremmo sa ­puto farlo per manifesta incompetenza specifica) da ­re un rendiconto scientifico di un’opera tanto densa di sapere specialistico. Voglia ­mo soltanto testimoniare, da lettori comuni, che que ­sto libro porta un contri ­buto eccezionale alla com ­prensione storica, cioè alla coscienza di sé nel proprio tempo.

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