di Luigi Baldacci
[da “La fiera letteraria”, numero 36, giovedì, 5 settembre 1968]
PIETRO METASTASIO
Opere scelte,
Utet, pagine 1158, lire 8500.
Franco Gavazzeni ha curato un vo lume che accoglie le Opere scelte di Pietro Metastasio. Il Metastasio, nella coscienza comune (anche dell’uomo di buone lettere) appartiene all’archeolo gia dei ricordi scolastici; eppure non è per spirito d’occasione che si dice e si afferma che il suo caso critico è uno dei più sintomatici e interessanti nel l’intero panorama della storiografia letteraria italiana. Che cosa vogliamo intendere? Che il Metastasio non ser ve più a nessuno, non può essere og getto di un discorso che non sia esclu sivamente di storia della cultura (ol treché del gusto e della società nelle sue manifestazioni di gusto).
I suoi testi parlano da soli, sono ine quivocabili, non si prestano a nessuna esperienza d’interpretazione, a nessu na forzatura o violenza (e non ci rife riamo certo a Manzoni o a Leopardi; prendete l’esempio di un Della Casa: c’è chi dice che è un retore ciceronia no e chi uno dei più grandi lirici della nostra tradizione); sono testi che non rispondono ad alcuna domanda, non vengono incontro ad alcuna richiesta; e il bilancio è subito fatto e può essere riassunto nelle parole del Croce che, nella loro sciattezza eloquentissima, riescono a dir tutto: «… la superficiali tà e il cascare nel ridicolo e altretta li cose ». Eppure, ecco il punto della questione, tutta la storia della critica intorno al Metastasio, dal Settecento ad oggi, ha un’intonazione decisamen te positiva. Basterebbe pensare al Car ducci e al De Sanctis nell’Ottocento, e nel secolo nostro al Russo, al Natali, al Flora, al Sapegno, al Varese.
« Snervato triviale, gonfio »
Non che nel Settecento il Metastasio non abbia avuto i suoi detrattori: a certi giudizi del Bettinelli non resta niente da aggiungere (quello scrivere snervato, triviale, gonfio, e le « rime sol destinate a coprir quel tessuto di pura prosa »; ma la storia della critica ha una sua fatale dialettica nella qua le le eccezioni non contano; e tale dia lettica, dall’Arcadia all’ultimo Sette cento, dai romantici agli storicisti, ha una sua linea portante che non si smentisce.
Già al De Sanctis delle giovanili le zioni napoletane i limiti estetici mora li del Metastasio non erano sfuggiti e li riconfermò più tardi e analizzò acu tamente gli aspetti del comico invo lontario metastasiano; ma per un criti co orientato ormai all’identificazione tra storia civile e storia letteraria e tra poesia ed espressione della società, non capire il Metastasio, cioè rifiutar lo, respingere come esteticamente im possibile la sua prosaicità, la trivialità (come diceva il Bettinelli), i risultati autoparodistici, voleva dire non capire il Settecento; e alla fine per il De San ctis era meno grave alterare il risulta to di una lettura, mettendo il segno più al posto del meno, che non correre il rischio di non capire un certo pe riodo, un certo momento della vita sociale.
Franco Gavazzeni che nel 1964 pub blicò a Padova un importante volume di Studi metastasiani, chiudeva la sua raccolta con un capitolo-chiave: « Il Croce e il giudizio del De Sanctis sul Metastasio », nel quale due punti era no fondamentali. Da un lato Gavazzeni confermava una conclusione del Croce: « quella comicità non è anima infusa per artus nella rappresenta zione, ma sorge in noi dinanzi al non riuscito conato dell’autore di attingere il sublime della passione »; dall’altro proponeva di riscattare, nei limiti del possibile, quella comicità involontaria.
Esempio di poesia di consumo
Avanzava un’ipotesi che non sappia mo quanto sia verificabile ma che è senz’altro seducente: « Nel rifluire… di una realtà comico-popolare negli schemi aulici del teatro e della tragedia classica, sulla falsariga paradigmatica del dramma pastorale, consiste l’au tentica, se pur tenue, vena metastasia na, e la sua innovatrice inserzione nel la trama culturale settecentesca » Ed è comunque un’ipotesi che offre un contrassegno di specificità letteraria all’altra ipotesi, meramente sociologi ca, formulata dal Croce: « E, tutt’al più, si potrebbe sostenere con miglio re giustizia che non c’era in tutto ciò comicità né poetica né impoetica, ma unicamente un gioco, una festa o un divertimento, che autori e spettatori facevano in comune ». Oggi diremmo che la poesia del Metastasio era una poesia di consumo.
Il che non significa affatto che il Metastasio debba esser letto, accettato o rifiutato in blocco. Non è vero che siamo di fronte a un poeta senza sto ria, uguale a se stesso dal principio al la fine. La Cleonice del Demetrio è ben diversa da Didone: il prodotto si affina, l’idillio si avvicina sempre me glio all’illustre modello del Tasso: ba sti vedere l’attenta lettura del Binni, L’Arcadia e il Metastasio (1963). Ma a parer nostro si tratta pur sempre di prodotto e semmai di buona letteratu ra. Donde l’attenzione che il Metasta sio impone più alla sua poetica (assai ricca di motivazioni) che alla sua poe sia. Compito che è stato svolto egre giamente nell’introduzione di Franco Gavazzeni, anche per l’avvertimento di un rapporto sempre vivo tra il Me tastasio, le poetiche e la musica del Settecento.