di Luigi Baldacci
[da “La Fiera Letteraria”, numero 34, giovedì 24 agosto 1967]
In un breve volger d’anni, prima nei Narratori dell’ottocento e del pri mo Novecento â— la monumentale rac colta in cinque tomi, curata da Al do Borlenghi per l’editore Ricciardi â— e ora, pochi mesi fa, in una pub blicazione economica dell’editore Ghe rardo Casini, sono apparse due volte, nella loro integrità, le Memorie del presbiterio di Emilio Praga. I tempi corrono favorevoli alla riscoperta del la nostra letteratura ottocentesca.
Per il Croce quegli scrittori erano ancora dei contemporanei: anzi erano i soli contemporanei coi quali si dovessero fare i conti. Per il Pancrazi il tentativo e l’interesse erano più sot tili: si trattava di promuovere una continuazione di spiriti ottocenteschi nella narrativa del Novecento. Gian franco Contini riuscì invece a ricono scere, nell’ambito della Scapigliatura, una fucina d’invenzioni e di esperi menti la cui portata, dopo tanti anni, doveva esser considerata ancora vali da, tutt’altro che esausta. Oggi dun que lo studio della narrativa dell’Ottocento ha qualcosa di sistematico, di pianificato. E’ come studiare la storia d’Italia, dei movimenti diplomatici, delle lotte operaie. Ma senz’ombra di parallelismi sociologici. L’Italia fu una provincia, un’appendice nel qua dro generale della storia politica euro pea: ciò non toglie che quella provin cia, quell’appendice offrano la possi bilità di rilievi sintomatici.
Tendenza a fare il gioco grande
Certo, il pericolo della rivalutazione apologetica è sempre in agguato. Bi sognerebbe tenere ben fermo che cer ti libri valgono soprattutto come in dici negativi. Tale è il caso delle Me morie del presbiterio che, in edizione originale, apparvero postume nel 1881. L’Italia politica d’allora e l’Italia let teraria sono legate a filo doppio. Non vogliamo dire che la prima determi nasse la seconda: anche I Malavoglia di Verga apparvero nel 1881 e non fu rono determinati che dal proprio sti le. Vogliamo dire che sia in politica come in letteratura si tendeva a fare il grande, l’originale, il gioco di poten za. Mancava assolutamente un rappor to tra la società reale e quelle estrin secazioni formali, di facciata e d’imi tazione. Non era accaduto così nel pri mo Ottocento: quando, più che roman zi, si producevano melodrammi. L’autonomia era perfetta, il rapporto tra committente e autore era efficien tissimo, la società reale non era mai persa di vista. Quando Donizetti scriveva a ritmo serrato per il San Carlo di Napoli aveva presente un ob biettivo di puro livello artigianale. Ne uscivano fuori opere come Roberto Devereux e Maria Stuarda che la « sto riografia del capolavoro » considera minori; ma che tali non sono affatto. Gli scrittori del secondo Ottocento mi ravano all’arte. Non erano più dei pro duttori; erano dei sacerdoti. Volevano essere se stessi, lasciare un’immagi ne di sé. Riuscivano solo a rendere notizia dei libri che avevano letto; e quell’essere se stessi significava sem plicemente dare la misura della pro pria condizione di borghesi pervicaci, ligi alle strutture costituite, al di là di ogni atteggiamento maudit.
Il fatto è che il Praga dette il me glio di sé nella poesia; e non sappia mo dar torto a Gaetano Mariani che nella sua recente Storia della Scapi gliatura (edita da Sciascia) tocca ap pena, per la tangente, le Memorie del presbiterio. In poesia, Praga dispone va di modelli più audaci; la licenza poetica gli consentiva un azzardo mag giore. Non che in prosa gli fosse ini bito l’accesso a cose francesi di sapore ardito. Poteva farlo, ma gliene man cava il coraggio. Per lui valeva una ri gida distinzione di generi. In versi si poteva essere birichini. La prosa era il discorso di tutti i giorni. Era una cosa che obbligava a scoprire le carte: dare nome e cognome, essere dalla parte dei benpensanti.
Il discorso che il Carducci fece sul la poesia del Praga, nel bel saggio che s’intitola Dieci anni a dietro, va le in parte anche per la sua prosa: « Povero Praga, realista lui? lui inzup pato, anzi ammalato, d’idealismo? lui che d’idealismo morì? Realista lui? coi languori delle fantasticherie, con la vaporosità della linea, con la inde terminazione della espressione, con la astrattezza e la stranezza bizzarra e senza scopo delle metafore… L’origi nalità del Praga! Sì certo, il Praga ebbe una originalità, ma non quella che dite voi. Avete letto Vittore Hugo, il Heine, il Baudelaire? Ma quello che voi nelle poesie del Praga procla mate di più era già nell’Hugo, nel Heine, nel Baudelaire ». E per le Memorie del presbiterio si potrebbe dire: avete letto Manzoni? avete letto Nievo? Ebbene, rileggeteli entrambi, attraverso il filtro di Eugenio Sue.
I caratteri fondamentali di questo romanzo sono una fantasia oleografica o truculenta, senza vie di mezzo, una stucchevole chiave toscaneggiante e un paternalismo che se nel Manzoni poteva trovare l’attenuante di un pun to di vista dall’alto in basso (quello demiurgico della Provvidenza che la c’è benché non paia), nel Praga, mi scredente, si colora soltanto di classi smo sociale.
Un pittore ventenne, a caccia di paesaggi alpestri, capita a Sulzena, in casa di un bravo curato, Don Luigi, che si fa premura di ospitare ogni tu rista di passaggio. Il pittore, che si chiama Emilio ed è, vale a dire, il Praga medesimo (anche lui pittore, prima che poeta), si pianta in quella casa da vero parassita e la fa da pa drone esibendo la sua protezione a destra e a manca. La serva del prete si chiama Mansueta, e queste battute di dialogo, al primo incontro tra il si gnorino e la serva, ci sembrano già abbastanza eloquenti: « Oh! che buon signore! già l’avevo detto subito dalla faccia. Venga pur qui, se non vuol star solo finché torni don Luigi; quanto ad aiutarmi (e si dié a ridere fra i denti) non è mica caso… se ne avessi bisogno, c’è Baccio… »
Certi spunti per una difesa avvoca tesca di queste Memorie ci potrebbe ro anche essere. E’ un carattere del romanzo moderno quello di avere sco perto un jàto tra la verità di scrit tura e la verità di vita. Ci sono cose vere nella vita che, una volta scrit te, diventano false. Si pensi al proble ma dell’Attenzione moraviana. Ora ap punto il Praga viene a dire che in quella solitudine montana, tra le mu ra immacolate di quel presbiterio, ave va trovato proprio ciò che meno si aspettava: vale a dire gli elementi sufficienti per il « romanzo feuille ton », il dramma Porte-Saint Martin, il teatro Fossati; quel dramma e quel romanzo che ora è caduto di moda ma che la vita si ostina a risuscita re ogni giorno a dispetto del buon gusto… ».
Chiuso nel suo egoismo
Ma in realtà questa non può essere considerata una moderna analisi dei materiali narrativi. Il fatto è che il Praga punta diritto al successo, tut t’altro che tramontato, del romanzo feuilleton e nello stesso tempo mette le mani avanti. Vuol fare dell’arte a tutti i costi, si è detto. E allora Man zoni, Nievo e Sue si colorano di Wer ther e di Ortis. Emilio medita sulla maestosa impassibilità della natura, sul muto linguaggio dell’avello, sulla vana speranza della croce posta so pra la tomba, ecc.
Di Scapigliatura, in senso proprio, nelle Memorie del presbiterio non c’è molto. La stessa polemica anticleri cale e antireligiosa, in cui è possibile riconoscere uno dei temi fondamenta li dell’ispirazione poetica del Praga, qui è messa a tacere. E’ stato detto che il Praga ha raggiunto un maggio re equilibrio, un maggior distacco: ma la verità è che egli ha ceduto al l’oleografia romantica. C’è un pretac cio, don Sebastiano, chiuso nel suo egoismo gretto: ma la figura di don Sebastiano è riscattata a usura da quella di don Luigi; e il Praga -sem bra far sua la tesi che era stata già del Nievo: che la funzione svolta dal parroco è, nelle campagne, il cardine primo della società.
E questo, converrà dirlo, è uno de gli elementi d’interesse del libro: a metà strada tra una disposizione realistico-sociale e una preoccupazione conservatrice. E si osservi che il per sonaggio più negativo del romanzo, il sindaco Deboni, una caricatura di Don Rodrigo, specialista in violenza carnale, è, in quanto rappresentante del potere laico commessogli dal re, un anticlericale furibondo, disposto a ogni minaccia o ricatto pur di strap pare al povero don Luigi un pezzetto di terra, la Carbonaia, e aprirvi una pubblica strada.
Si sa che il Praga lasciò incompiuto il suo romanzo. Lo condusse a termine l’amico Roberto Sacchetti. Ma era de stino che le Memorie del presbiterio non portassero fortuna ai loro autori.
Il Sacchetti moriva di tifo proprio nel l’anno, il 1881, in cui il libro vedeva la luce. Ora appunto, contro il parere d’illustri critici, ci sembra che la par te conclusiva valga assai più di quel la originale. Al Sacchetti restava il compito ingrato di sciogliere i nodi narrativi di un romanzo giallo. Aveva sotto mano queste figure principali: un prete svanito nella sua seraficità; un medico filantropo, il dottor De Emma; un ragazzo atterrito, Aminta, figlio putativo del sindaco Deboni e avviato, suo malgrado, alla carriera ecclesiastica; una figura del passato, la ballerina Rosilde, che aveva dato alla luce Aminta come frutto della colpa. In un primo tempo si è certi che Aminta sia figlio degli animale schi amori tra il Deboni e la Rosil de; si comincia poi a sospettare del De Emma, il quale aveva conosciuto la Rosilde in Inghilterra e l’aveva guarita, provvisoriamente, da un’in fermità di cuore riportandola con sé in Italia; alla fine il Sacchetti ci rive la che il padre di Aminta era il per sonaggio meno sospettabile, don Lui gi. Rosilde, costretta a lasciare la ca sa del De Emma, si era rifugiata nel presbiterio, presso la sorella Mansue ta; e lì era sbocciato l’idillio col prete.
C’è qualcosa d’involontariamente co mico in tutto questo: soprattutto quan do si scopre che quell’energumeno del Deboni è rimasto vittima di una co lossale truffa. Infatti, quando Rosil de si accorge di essere incinta, abban dona il presbiterio e approfitta della lascivia del Deboni. Gli si abbandona, ne diventa l’amante e gli dà quel fi glio che era, in realtà, figlio del prete. Ma il Sacchetti, come si diceva, rie sce a far miracoli. Era un innamora to di Balzac: e in quest’ultima parte c’è veramente qualcosa di balzacchiano. Eppoi ogni civetteria linguaiola è abbandonata. Quando il Deboni incon tra Rosilde smarrita e le salta addos so, pronuncia una battuta degna di un grande scrittore: « Bella ragazza, lasciate che io vi faccia un bacio ».
Ma anche le pagine dell’idillio tra il prete e Rosilde sono di rara delica tezza e intensità; mentre la morte del Deboni pugnalato da un montanaro che ha voluto vendicare lo stupro della moglie, ha uno squallido risal to che non ha più niente a che fare con la morte edificante di Don Rodri go. E come cambiano i personaggi: si pensi ad Aminta, creatura androgina, piagnucolosa e melensa, finché ce lo dipinge il Praga. Ma nell’ultima pa gina lo ritroviamo in treno, sposo di fresco, esaltato dal viaggio di nozze. Aminta non è più una figurina di cabotaggio romantico: è il bourgeois filisteo, la cui unica legge è il piace re che la società gli assicura e gli ga rantisce.
Tutto questo per dire che se le Me morie del presbiterio non sono un gran libro, riescono tuttavia a darci molte notizie su come era fatta la ca mera ottica dei nostri trisavoli.