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LETTERATURA: I MAESTRI: Il romanzo giallo degli Scapigliati

4 Luglio 2015

di Luigi Baldacci
[da ‚ÄúLa Fiera Letteraria‚ÄĚ, numero 34, gioved√¨ 24 agosto 1967]

In un breve volger d’anni, prima nei Narratori dell’ottocento e del pri ¬≠mo Novecento √Ę‚ÄĒ la monumentale rac ¬≠colta in cinque tomi, curata da Al ¬≠do Borlenghi per l’editore Ricciardi √Ę‚ÄĒ e ora, pochi mesi fa, in una pub ¬≠blicazione economica dell’editore Ghe ¬≠rardo Casini, sono apparse due volte, nella loro integrit√†, le Memorie del presbiterio di Emilio Praga. I tempi corrono favorevoli alla riscoperta del ¬≠la nostra letteratura ottocentesca.

Per il Croce quegli scrittori erano ancora dei contemporanei: anzi erano i soli contemporanei coi quali si dovessero fare i conti. Per il Pancrazi il tentativo e l’interesse erano pi√Ļ sot ¬≠tili: si trattava di promuovere una continuazione di spiriti ottocenteschi nella narrativa del Novecento. Gian ¬≠franco Contini riusc√¨ invece a ricono ¬≠scere, nell’ambito della Scapigliatura, una fucina d’invenzioni e di esperi ¬≠menti la cui portata, dopo tanti anni, doveva esser considerata ancora vali ¬≠da, tutt’altro che esausta. Oggi dun ¬≠que lo studio della narrativa dell’Ottocento ha qualcosa di sistematico, di pianificato. E’ come studiare la storia d’Italia, dei movimenti diplomatici, delle lotte operaie. Ma senz’ombra di parallelismi sociologici. L’Italia fu una provincia, un’appendice nel qua ¬≠dro generale della storia politica euro ¬≠pea: ci√≤ non toglie che quella provin ¬≠cia, quell’appendice offrano la possi ¬≠bilit√† di rilievi sintomatici.

 

Tendenza a fare il gioco grande

 

Certo, il pericolo della rivalutazione apologetica √® sempre in agguato. Bi ¬≠sognerebbe tenere ben fermo che cer ¬≠ti libri valgono soprattutto come in ¬≠dici negativi. Tale √® il caso delle Me ¬≠morie del presbiterio che, in edizione originale, apparvero postume nel 1881. L’Italia politica d’allora e l’Italia let ¬≠teraria sono legate a filo doppio. Non vogliamo dire che la prima determi ¬≠nasse la seconda: anche I Malavoglia di Verga apparvero nel 1881 e non fu ¬≠rono determinati che dal proprio sti ¬≠le. Vogliamo dire che sia in politica come in letteratura si tendeva a fare il grande, l’originale, il gioco di poten ¬≠za. Mancava assolutamente un rappor ¬≠to tra la societ√† reale e quelle estrin ¬≠secazioni formali, di facciata e d’imi ¬≠tazione. Non era accaduto cos√¨ nel pri ¬≠mo Ottocento: quando, pi√Ļ che roman ¬≠zi, si producevano melodrammi. L’autonomia era perfetta, il rapporto tra committente e autore era efficien ¬≠tissimo, la societ√† reale non era mai persa di vista. Quando Donizetti scriveva a ritmo serrato per il San Carlo di Napoli aveva presente un ob ¬≠biettivo di puro livello artigianale. Ne uscivano fuori opere come Roberto Devereux e Maria Stuarda che la ¬ę sto ¬≠riografia del capolavoro ¬Ľ considera minori; ma che tali non sono affatto. Gli scrittori del secondo Ottocento mi ¬≠ravano all’arte. Non erano pi√Ļ dei pro ¬≠duttori; erano dei sacerdoti. Volevano essere se stessi, lasciare un’immagi ¬≠ne di s√©. Riuscivano solo a rendere notizia dei libri che avevano letto; e quell’essere se stessi significava sem ¬≠plicemente dare la misura della pro ¬≠pria condizione di borghesi pervicaci, ligi alle strutture costituite, al di l√† di ogni atteggiamento maudit.

Il fatto √® che il Praga dette il me ¬≠glio di s√© nella poesia; e non sappia ¬≠mo dar torto a Gaetano Mariani che nella sua recente Storia della Scapi ¬≠gliatura (edita da Sciascia) tocca ap ¬≠pena, per la tangente, le Memorie del presbiterio. In poesia, Praga dispone ¬≠va di modelli pi√Ļ audaci; la licenza poetica gli consentiva un azzardo mag ¬≠giore. Non che in prosa gli fosse ini ¬≠bito l’accesso a cose francesi di sapore ardito. Poteva farlo, ma gliene man ¬≠cava il coraggio. Per lui valeva una ri ¬≠gida distinzione di generi. In versi si poteva essere birichini. La prosa era il discorso di tutti i giorni. Era una cosa che obbligava a scoprire le carte: dare nome e cognome, essere dalla parte dei benpensanti.

Il discorso che il Carducci fece sul ¬≠la poesia del Praga, nel bel saggio che s’intitola Dieci anni a dietro, va ¬≠le in parte anche per la sua prosa: ¬ę Povero Praga, realista lui? lui inzup ¬≠pato, anzi ammalato, d’idealismo? lui che d’idealismo mor√¨? Realista lui? coi languori delle fantasticherie, con la vaporosit√† della linea, con la inde ¬≠terminazione della espressione, con la astrattezza e la stranezza bizzarra e senza scopo delle metafore… L’origi ¬≠nalit√† del Praga! S√¨ certo, il Praga ebbe una originalit√†, ma non quella che dite voi. Avete letto Vittore Hugo, il Heine, il Baudelaire? Ma quello che voi nelle poesie del Praga procla ¬≠mate di pi√Ļ era gi√† nell’Hugo, nel Heine, nel Baudelaire ¬Ľ. E per le Memorie del presbiterio si potrebbe dire: avete letto Manzoni? avete letto Nievo? Ebbene, rileggeteli entrambi, attraverso il filtro di Eugenio Sue.

I caratteri fondamentali di questo romanzo sono una fantasia oleografica o truculenta, senza vie di mezzo, una stucchevole chiave toscaneggiante e un paternalismo che se nel Manzoni poteva trovare l’attenuante di un pun ¬≠to di vista dall’alto in basso (quello demiurgico della Provvidenza che la c’√® bench√© non paia), nel Praga, mi ¬≠scredente, si colora soltanto di classi ¬≠smo sociale.

Un pittore ventenne, a caccia di paesaggi alpestri, capita a Sulzena, in casa di un bravo curato, Don Luigi, che si fa premura di ospitare ogni tu ¬≠rista di passaggio. Il pittore, che si chiama Emilio ed √®, vale a dire, il Praga medesimo (anche lui pittore, prima che poeta), si pianta in quella casa da vero parassita e la fa da pa ¬≠drone esibendo la sua protezione a destra e a manca. La serva del prete si chiama Mansueta, e queste battute di dialogo, al primo incontro tra il si ¬≠gnorino e la serva, ci sembrano gi√† abbastanza eloquenti: ¬ę Oh! che buon signore! gi√† l’avevo detto subito dalla faccia. Venga pur qui, se non vuol star solo finch√© torni don Luigi; quanto ad aiutarmi (e si di√© a ridere fra i denti) non √® mica caso… se ne avessi bisogno, c’√® Baccio… ¬Ľ

Certi spunti per una difesa avvoca ¬≠tesca di queste Memorie ci potrebbe ¬≠ro anche essere. E’ un carattere del romanzo moderno quello di avere sco ¬≠perto un j√†to tra la verit√† di scrit ¬≠tura e la verit√† di vita. Ci sono cose vere nella vita che, una volta scrit ¬≠te, diventano false. Si pensi al proble ¬≠ma dell’Attenzione moraviana. Ora ap ¬≠punto il Praga viene a dire che in quella solitudine montana, tra le mu ¬≠ra immacolate di quel presbiterio, ave ¬≠va trovato proprio ci√≤ che meno si aspettava: vale a dire gli elementi sufficienti per il ¬ę romanzo feuille ¬≠ton ¬Ľ, il dramma Porte-Saint Martin, il teatro Fossati; quel dramma e quel romanzo che ora √® caduto di moda ma che la vita si ostina a risuscita ¬≠re ogni giorno a dispetto del buon gusto… ¬Ľ.

 

Chiuso nel suo egoismo

 

Ma in realt√† questa non pu√≤ essere considerata una moderna analisi dei materiali narrativi. Il fatto √® che il Praga punta diritto al successo, tut ¬≠t’altro che tramontato, del romanzo feuilleton e nello stesso tempo mette le mani avanti. Vuol fare dell’arte a tutti i costi, si √® detto. E allora Man ¬≠zoni, Nievo e Sue si colorano di Wer ¬≠ther e di Ortis. Emilio medita sulla maestosa impassibilit√† della natura, sul muto linguaggio dell’avello, sulla vana speranza della croce posta so ¬≠pra la tomba, ecc.

Di Scapigliatura, in senso proprio, nelle Memorie del presbiterio non c’√® molto. La stessa polemica anticleri ¬≠cale e antireligiosa, in cui √® possibile riconoscere uno dei temi fondamenta ¬≠li dell’ispirazione poetica del Praga, qui √® messa a tacere. E’ stato detto che il Praga ha raggiunto un maggio ¬≠re equilibrio, un maggior distacco: ma la verit√† √® che egli ha ceduto al ¬≠l’oleografia romantica. C’√® un pretac ¬≠cio, don Sebastiano, chiuso nel suo egoismo gretto: ma la figura di don Sebastiano √® riscattata a usura da quella di don Luigi; e il Praga -sem ¬≠bra far sua la tesi che era stata gi√† del Nievo: che la funzione svolta dal parroco √®, nelle campagne, il cardine primo della societ√†.

E questo, converr√† dirlo, √® uno de ¬≠gli elementi d’interesse del libro: a met√† strada tra una disposizione realistico-sociale e una preoccupazione conservatrice. E si osservi che il per ¬≠sonaggio pi√Ļ negativo del romanzo, il sindaco Deboni, una caricatura di Don Rodrigo, specialista in violenza carnale, √®, in quanto rappresentante del potere laico commessogli dal re, un anticlericale furibondo, disposto a ogni minaccia o ricatto pur di strap ¬≠pare al povero don Luigi un pezzetto di terra, la Carbonaia, e aprirvi una pubblica strada.

Si sa che il Praga lasci√≤ incompiuto il suo romanzo. Lo condusse a termine l’amico Roberto Sacchetti. Ma era de ¬≠stino che le Memorie del presbiterio non portassero fortuna ai loro autori.

Il Sacchetti moriva di tifo proprio nel ¬≠l’anno, il 1881, in cui il libro vedeva la luce. Ora appunto, contro il parere d’illustri critici, ci sembra che la par ¬≠te conclusiva valga assai pi√Ļ di quel ¬≠la originale. Al Sacchetti restava il compito ingrato di sciogliere i nodi narrativi di un romanzo giallo. Aveva sotto mano queste figure principali: un prete svanito nella sua seraficit√†; un medico filantropo, il dottor De Emma; un ragazzo atterrito, Aminta, figlio putativo del sindaco Deboni e avviato, suo malgrado, alla carriera ecclesiastica; una figura del passato, la ballerina Rosilde, che aveva dato alla luce Aminta come frutto della colpa. In un primo tempo si √® certi che Aminta sia figlio degli animale ¬≠schi amori tra il Deboni e la Rosil ¬≠de; si comincia poi a sospettare del De Emma, il quale aveva conosciuto la Rosilde in Inghilterra e l’aveva guarita, provvisoriamente, da un’in ¬≠fermit√† di cuore riportandola con s√© in Italia; alla fine il Sacchetti ci rive ¬≠la che il padre di Aminta era il per ¬≠sonaggio meno sospettabile, don Lui ¬≠gi. Rosilde, costretta a lasciare la ca ¬≠sa del De Emma, si era rifugiata nel presbiterio, presso la sorella Mansue ¬≠ta; e l√¨ era sbocciato l’idillio col prete.

C’√® qualcosa d’involontariamente co ¬≠mico in tutto questo: soprattutto quan ¬≠do si scopre che quell’energumeno del Deboni √® rimasto vittima di una co ¬≠lossale truffa. Infatti, quando Rosil ¬≠de si accorge di essere incinta, abban ¬≠dona il presbiterio e approfitta della lascivia del Deboni. Gli si abbandona, ne diventa l’amante e gli d√† quel fi ¬≠glio che era, in realt√†, figlio del prete. Ma il Sacchetti, come si diceva, rie ¬≠sce a far miracoli. Era un innamora ¬≠to di Balzac: e in quest’ultima parte c’√® veramente qualcosa di balzacchiano. Eppoi ogni civetteria linguaiola √® abbandonata. Quando il Deboni incon ¬≠tra Rosilde smarrita e le salta addos ¬≠so, pronuncia una battuta degna di un grande scrittore: ¬ę Bella ragazza, lasciate che io vi faccia un bacio ¬Ľ.

Ma anche le pagine dell’idillio tra il prete e Rosilde sono di rara delica ¬≠tezza e intensit√†; mentre la morte del Deboni pugnalato da un montanaro che ha voluto vendicare lo stupro della moglie, ha uno squallido risal ¬≠to che non ha pi√Ļ niente a che fare con la morte edificante di Don Rodri ¬≠go. E come cambiano i personaggi: si pensi ad Aminta, creatura androgina, piagnucolosa e melensa, finch√© ce lo dipinge il Praga. Ma nell’ultima pa ¬≠gina lo ritroviamo in treno, sposo di fresco, esaltato dal viaggio di nozze. Aminta non √® pi√Ļ una figurina di cabotaggio romantico: √® il bourgeois filisteo, la cui unica legge √® il piace ¬≠re che la societ√† gli assicura e gli ga ¬≠rantisce.

Tutto questo per dire che se le Me ­morie del presbiterio non sono un gran libro, riescono tuttavia a darci molte notizie su come era fatta la ca ­mera ottica dei nostri trisavoli.


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Bart