di Luigi Baldacci
[da “La fiera letteraria”, numero 16, giovedì 18 aprile 1968]
I. U. TARCHETTI
Tutte le opere
a cura di E. Ghidetti, vol. I, pagine 660, vol. II, pagine 697.
Cappelli Editore.
Ogni volume lire 5.000.
Nella Biblioteca dell’ottocento ita liano diretta da G. Mariani, appaiono Tutte le opere di Igino Ugo Tarchetti: due volumi curati da un giovane e va lente studioso, Enrico Ghidetti. Otti ma idea e fatica meritoria, perché tra le molte operazioni di recupero che si stanno svolgendo nell’ambito tardo-ottocentesco, da Camillo Boito a Zena, da Cagna a Calandra (per non dire di certe glorie più aristocratiche, come quelle del Faldella o del Dossi), il Tar chetti rappresenta un investimento destinato a rivelarsi con gli anni sem pre più redditizio. Le date parlano a suo favore: quando comincia a scrive re, il Nievo era già morto, ma non era no ancora uscite Le confessioni d’un italiano (1867). Il Rovani aveva scrit to Cento anni; ma lo stacco tra il Ro vani e la Scapigliatura può essere col to e illustrato proprio nella personalità del Tarchetti, che taglia decisamente i ponti col romanzo storico. Per il Rova ni, nella prefazione a Cento anni, il delitto del Manzoni era stato quello di aver negato il genere storico dopo ave re scritto, in quello stesso genere, un capolavoro assoluto. Per il Tarchetti il Manzoni è soltanto un romanziere fra i tanti, non certo il più grande nel quadro europeo: non si fa questione di generi, ma solo di qualità; e Renzo e Lucia (è un giudizio ribadito nella Sto ria di una gamba) sono, per lui, due eroi freddi, antipatici, lontani.
Le date parlano a favore, dicevamo. Non credo sia azzardato dire che tutta l’opera di Camillo Boito (eccettuato forse Il maestro di setticlavio) dipen de dal Tarchetti. Certo, chi cerchi in Una nobile follia o in Fosca quell’az zardo di linguaggio che si suol richie dere alla Scapigliatura, resterà deluso, benché qualcosa, volendo, si potrebbe spigolare (in Fosca, per esempio, una « verdura… demoralizzata »); ma la storia del Tarchetti, come dice l’attua le curatore, « offre un quadro esempla re e un diagramma della cultura sca pigliata ». Vale a dire che questo ra gazzo morto a trent’anni, nel 1869, riassume in sé l’iter di quel movimen to letterario al più alto livello di si gnificazione e di coscienza.
L’Italia unita si accinge a fare i con ti col Risorgimento strozzato e col Ro manticismo agonizzante. Tarchetti s’impegna in nome di una nuova etica sociale: scrive Paolina, si fa crociato dell’antimilitarismo in Una nobile fol lia, accoglie e divulga le idee del Proudhon. Ma la società non si cambia coi romanzi; il Piemonte ha conquistato l’Italia: Tarchetti si ritira nel suo gu scio per celebrare i fasti di un indivi dualismo macabro e disperato. Scrive Storia di una gamba, Fosca. Insomma, se questo ripiegamento, questa dichiarazione di- sconfitta s’identificò col dramma storico della Scapigliatura, Tarchetti fu lo specchio fedele di quel dramma: o meglio fu un esempio che poté trovare conferme, ma che non si ripeté forse mai in una così compiuta articolazione.
Il libro più fortunato del Tarchetti è Fosca, un romanzo che egli scrisse, possiamo dire, in punto di morte. L’a mico Salvatore Farina ne redasse un capitolo e intervenne forse nelle ulti me pagine dell’opera.-Bastano questi elementi e basta la considerazione che Fosca appartiene alla fase del più esa sperato individualismo tarchettiano, per arguire che si tratti di una prova minore? Il Ghidetti propende per que sta conclusione; ma a noi la rilettura di Fosca ha reso intatta l’impressione di essere di fronte a un eccezionale documento narrativo. Il gusto del ca povolgimento barocco fa di questo ar chetipo del naturalismo italiano un esperimento isolato, quasi geniale. Fo sca è donna di orribile bruttezza, che s’impone a un giovanotto bello e iste rico. Si stabilisce un rapporto in cui tutto è gioco (spirituale, pietoso) e in cui tutto è vero: fino alla consumazio ne dell’atto fisico. Fosca è una perfet ta negativa dell’amore romantico, e oggi in particolare, per il suo azzardo sperimentale, dovrebbe interessare as sai più di altre cose del Tarchetti.
E’ anche il caso della Storia di una gamba, cioè di un tale che conserva gelosamente in una teca il suo arto amputato in seguito a un evento di guerra. Ama quella gamba (più che la sua donna) e se ne sente attratto; vuol farsi scheletro per ricongiungersi a lei, per ricomporre idealmente la pro pria unità. Basterà virare le immagini in chiave di grottesco (ma quella tinta di fondo c’è già) e questo romanzetto del 1869 diventerà un esemplare dell’a vanguardia paleonovecentesca, tra Pa lazzeschi e Bontempelli. E a proposito di Re per ventiquattr’ore l’operazione è quasi superflua: è una cosa che può inserirsi tra il palazzeschiano Codice di Perelà e il bontempelliano Viaggi e scoperte. Il Tarchetti di Paolina (con la dedica « Alla santa memoria di Ce lestina Dolci operaia prostituitasi per fame… ») è commovente; quello di Una nobile follia ha pagine di grande scrittore (che il Ghidetti ha messo opportunamente in luce), certamente le sue più alte: il terribile controcanto al la guerra di Crimea; ma il Tarchetti macabro, bizzarro e follemente autobiografico è tutt’altro che un narrato re in declino.
Molto importanti le ricognizioni del Ghidetti sulla cultura tarchettiana, dalle quali si ricava che i suoi testi, da Sterne a Dickens a Poe, furono essen zialmente stranieri (il Tarchetti tra duceva dall’inglese). E’ un luogo co mune che la cultura italiana fosse pro vinciale: era provinciale la società. E anche in questi termini si pone il dramma della Scapigliatura.