Goffredo Parise. L’odore casto e gentile della povertà

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 34, giovedì, 22 agosto 1968]

Cancogni – Sei andato nel Biafra. Perché?

 

Parise – Non sei tu che tempo fa de ­ploravi l’indifferenza degli intellettua ­li a proposito della guerra di stermi ­nio che si sta combattendo laggiù? E allora perché mi fai questa domanda?

 

Cancogni – Appunto, per la meravi ­glia che provo. Sei un’eccezione.

 

Parise – Io faccio il giornalista una volta l’anno, al massimo due, e solo se c’è una necessità. Un viaggio, un’in ­chiesta in un certo Paese, m’interessa come un romanzo. L’affronto con lo stesso animo, altrimenti preferisco non farne nulla. Per la Cina è stato così.

 

Cancogni – Come ti venne la neces ­sità di andare in Cina?

 

Parise – Dopo aver fatto un viaggio in America. Laggiù avevo visto cos’è una civiltà di massa. Perciò volevo ve ­dere l’altra grande civiltà di massa esistente nel mondo. Sentivo l’impor ­tanza del confronto. Sono stato in Ci ­na due mesi. Dopo, sono stato nel Vietnam. Anche per il Vietnam senti ­vo il bisogno di vedere personalmente, di sperimentare quella realtà senza in ­terposta persona. E poi di esprimere quello che avevo provato.

 

Cancogni – Esprimere? Parli di un reportage come se si trattasse di un’o ­pera d’arte.

 

Parise – Infatti. Un giornalista gene ­ralmente sente il bisogno di comunica ­re quello che ha visto. E’ il suo me ­stiere. Io in un reportage mi esprimo come in un romanzo. Per me reporta ­ge e romanzo nascono nello stesso mo ­do, da un’idea, che al principio è mol ­to semplice, magari una piccola noti ­zia letta su un giornale. Il reportage è un romanzo, con una situazione di cui lo     scrittore è il protagonista. Tu ci ve ­di una differenza? Non sei d’accordo?

 

Cancogni – No. Per me un reportage deve essere al massimo oggettivo, e impersonale. Si scrive per il pubblico che vuol sapere come stanno le cose in quel Paese, Vietnam o Cina o Cuba, non il tuo caso personale in quel Pae ­se. Il reportage-romanzo di cui tu par ­li interessa solo gli amici scrittori del romanziere-reporter, che l’aspettano al varco.

 

Parise – Non m’importa a chi inte ­ressa o no. Per me è così. D’altra par ­te il reportage d’evasione, nel quale si può essere obiettivi e impersonali, non mi attira. Così dopo il Vietnam non sono stato più da nessun’altra parte. Mi guardavo in giro e non vede ­vo nulla. Quasi quasi sarei tornato in Vietnam.

 

Cancogni – Di nuovo? A far che?

 

Parise – Per malinconia, credo; per noia della società italiana. Stavo male, non sapevo che cosa avessi (oggi cre ­do d’essere stato malato di noia) e pensando che sarei morto mi chiedevo se fosse meglio morire nel proprio let ­to, in Italia, nella noia, oppure in Viet ­nam, per una fucilata o lo scoppio di una bomba. Ero del parere che fosse migliore questa seconda soluzione. Ed ecco che un giorno vedo sul Sunday Times una fotografia dal Biafra che mi ha subito eccitato. Mostrava dei guerriglieri nella foresta. Una fotogra ­fia a colori, veramente epica. M’è ve ­nuta voglia di andare a vedere. I gior ­nalisti europei e americani vanno tutti in Nigeria; raggiungere il Biafra, co ­me sai, è molto rischioso. Si va un po’ alla ventura.

 

Cancogni – E come ‘ti spieghi che fino a poco tempo fa nessuno ne par ­lasse?

 

Parise – Mi pare evidente. Perché non vi è stato ancora innestato il pro ­blema politico che conta, l’unico che appassioni veramente il mondo: quello della lotta fra capitalismo e comuni ­smo. Gli uomini non si sentono coin ­volti dalla pietà, dalla carità; solo dal ­la politica, dall’economia. La ribellio ­ne del Biafra è una storia a sé, lonta ­na, che non rientra in alcuno schema prestabilito. Forse se si cominciasse a parlarne, a poco a poco anche gli intel ­lettuali s’interesserebbero.

 

Cancogni – Non credo. E semmai fir ­merebbero o marcerebbero contro il Biafra. Sta perdendo. Mi meraviglia che tu faccia eccezione. Che cosa ti ha richiamato laggiù?

 

Parise – Credevo che anche nel Bia ­fra, senza sapere bene come stessero le cose, ci fosse una ribellione contro un sopruso. Un popolo che si rivolta contro un’oppressione, un padrone. E’ il solito problema, il mio problema. Dovunque c’è questa lotta, io sono sempre contro i potenti…

 

Cancogni – … bravo…

 

Parise – … così ero tendenzialmente per il Biafra che soggiaceva alla pre ­potenza dei padroni nigeriani. Però non ero sicuro che le cose stessero proprio così. Avevo dei sospetti. Forse la situazione è più complessa, più in ­tricata. Magari c’è qualcosa di losco. E probabilmente anche nel Biafra c’è un padrone.

 

Cancogni – Sei ossessionato dal pa ­drone, dalla lotta, dalla violenza… Hai una visione darwinistica della vita.

 

Parise – Certo, non lo nego. Darwin è una delle mie letture preferite. Mi pare comunque di vedere nel mondo, negli uomini, l’odio che si sviluppa, cresce.

 

Cancogni – Io vedo assolutamente il contrario. L’odio, la violenza, l’aggres ­sività, il razzismo, il gusto di opprime ­re, sono in diminuzione. L’Ottocento è stato un secolo molto più duro, più di ­sumano del nostro. Pensa allo sfrutta ­mento che c’era nel lavoro, alla cru ­deltà con cui venivano condotte le guerre.

 

Parise – C’è diffuso un gran torpore mentale, ma sotto nell’inconscio, la violenza s’accumula. C’è un’intimida ­zione ideologica che la gente in mag ­gioranza subisce e alla quale l’indivi ­duo si oppone sempre più di rado.

 

Cancogni – D’accordo sulla ribellione individuale contro l’oppressione ideo ­logica. Ma siamo in ritardo, si fa un combattimento, al solito, di retroguar ­dia. L’intimidazione ideologica era molto più massiccia, oppressiva, spa ­ventosa, vent’anni fa, trent’anni fa. Al ­lora, in nome dell’ideologia si ammaz ­zava, i popoli correvano esultanti al massacro. L’individuo che si ribellava ci lasciava la pelle.

 

Parise – Ieri ci lasciava la pelle, oggi ci rimette l’anima. Vedo un rincretinimento generale.

 

Cancogni – Bella questa: X sente di rimbecillire; allora dà la colpa agli al ­tri, alla società, ai padroni; son loro che lo fan rimbecillire; no, l’imbecille è lui; e forse lo era anche prima. Non è comunque il tuo caso. Perciò con chi te la prendi?

 

Parise – Mi sento coartato.

 

Cancogni – Da chi? Dammi un esem ­pio. Mi pare che tu scriva quel che ti pare, sei libero.

 

Parise – Non ammetto il condiziona ­mento da parte di un altro uomo.

 

Cancogni – E’ come protestare con ­tro la forza di gravità, o l’ossigeno perché condiziona la nostra respirazio ­ne. Un condizionamento dell’uomo da parte dell’uomo è inevitabile, è nella natura delle cose, non è un problema.

 

Parise – Lo è, ed è eliminabile.

 

Cancogni . Come? Attraverso il so ­cialismo?

Parise – Non il socialismo allo stato attuale. Attraverso mutazioni del socialismo. Per ora anche la società so ­cialista non può fare a meno dello Sta ­to e dove c’è lo Stato non c’è libertà.

 

Cancogni – E qual è lo Stato, oggi, che s’avvicina di più all’ideale di una collettività che si autogoverna, che fa ­rebbe sparire tutte le oppressioni, le intimidazioni, le menomazioni, le alie ­nazioni?

 

Parise – Non c’è.

 

Cancogni – Ma il più vicino, o se vuoi il meno lontano?

 

Parise – T’ho detto, nessuno. Se vuoi certi Paesi africani.

 

Cancogni – Quelli non sono ancora arrivati allo Stato. Io preferisco l’Inghilterra, le società scandinave, l’America, e sì, anche l’Italia. Tutta questa storia non mi convince. Questo conflit ­to dell’uomo contro l’autorità, lo Stato, la burocrazia, il padrone, mi pare soprattutto un pretesto letterario.

 

Parise – E fino a che punto si può distinguere, in uno scrittore, la lettera ­tura dalla realtà? Non far l’ingenuo, o non fare il puro. Sei letterato quanto me. Tieni conto poi che accanto a quest’odio per i potenti, l’oppressione, c’è l’amore per la vita, che in me arriva fino al parossismo. Nell’oppressione, nello Stato, nel padrone vedo uno strumento di morte; nel povero, nell’oppresso, nella vittima, sento la vita che resiste, si ribella. E’ per questo motivo, diciamo vitale, ch’io sento un amore fraterno per i popoli, e anche per i gruppi e l’individuo sottosvilup ­pati. Amo il contadino del sud, che passeggia solo, disperato in piazza del Duomo a Milano. Ma anche quello che vi ha trovato lavoro e che tuttavia conserva i caratteri della sua bassa origine.

 

Cancogni – Vecchia retorica: il pove ­ro vivo, il ricco morto. Una retorica fra l’altro reazionaria. Io penso che i ricchi, i potenti se la godano. Ci vo ­gliono gli intellettuali per attribuir lo ­ro l’avidità, la noia, la sofferenza. Sof ­ferenza di che? C’è da ridere. Ricchi, potenti, belli e anche sofferenti.

 

Parise – Ridi pure. Non ho mai detto queste sciocchezze. Al contrario, dico che i poveri soffrono: e io amo il dolo ­re e la dignità dei poveri…

 

Cancogni – « L’odore casto e gentile della povertà ». Sai di chi è questo verso?

 

Parise – E’ un verso bellissimo, e co ­me vero! Di Penna? Dovevo immagi ­narlo. Soltanto lui può dire certe cose. C’è nei poveri un dolore somatico, in ­separabile dal corpo. Un dolore che nasce dall’antica fame, da antiche fru ­strazioni, un dolore pieno di nobiltà.

 

Cancogni – Si scoprono gli oppressi, le vittime ora che sono chiaramente un residuo del passato.

 

Parise – Sembra a te. Sei un inge ­nuo. Questo è il ragionamento del pa ­drone. L’oppressione continua anche se ha cambiato forma. Prima oppres ­sione era farti morire di fame; ora è costringerti in un certo modello…

 

Cancogni . Tutto bene, se vuoi, sono idee generali e tu sei in primo luogo uno scrittore, e in quanto tale…

 

Parise – … devo muovere dal partico ­lare. D’accordo. Ma qui non sto mica scrivendo un romanzo. Si sta discuten ­do. E di che vuoi discutere se non di idee generali? La tua diffidenza per le idee è di maniera, è una poetica. Tem ­po fa andavi interrogando gli scrittori chiedendo loro se ritenevano possibile scrivere un capolavoro. Ebbene che cos’è il capolavoro se non un’idea ge ­nerale?

 

Cancogni – M’arrendo. E tu in pro ­posito che cosa ne pensi?

 

Parise – Di tutti quei discorsi m’è ri ­masta in mente una frase di Pasolini, quando, parafrasando Goldmann, dice che solo un gran Paese può produrre un capolavoro.

 

Cancogni – Sei d’accordo con lui?

 

Parise – Il contrario. Considero que ­st’affermazione una prova di servili ­smo. Sono le parole di uno che s’asser ­visce poeticamente al potere. E non ri ­spondono alla verità. Ci sono piccoli Paesi che hanno dato grandi poeti. Ve ­di Kafka in Boemia. Prendiamo l’Italia. Non sono certo uno sciovinista. Tutta ­via credo che l’Italia, Paese privo di potere politico, abbia dato letteraria ­mente molto più di Paesi politicamen ­te forniti di maggior potere. Faccio un nome: Volponi. E’ un bellissimo scrit ­tore, un poeta. Ce n’è uno simile, oggi, in Inghilterra? O in Francia? E potrei fare molti altri nomi. L’idea della buo ­na letteratura che nasce solo da una società evoluta, ricca, potente, mi pare vecchiotta. Un pregiudizio e un alibi.

 

Cancogni – Sarei felice di crederti. Non sono però così sicuro. Io per esempio penso che oggi il Paese lette ­rariamente più vivo siano gli Stati Uniti.

 

Parise – Lasciamo perdere l’Ameri ­ca. Restiamo in Europa. In Europa, ri ­peto, la letteratura italiana è forse la più viva. In Inghilterra non vedo niente di nuovo. Quanto alla Francia mi pare che tutta la sua cultura stia andando a catafascio. Oggi a rileg ­gere certi autori che pure, a loro tempo, ci entusiasmarono, sorgono dei gravi dubbi. Hai provato a rileggere Gide? Mi pare che non stia in piedi.

 

Cancogni – E Proust?

 

Parise – Non l’ho mai amato molto. Forse perché è troppo lungo. Non esprimo un giudizio, bada bene. Co ­munque non sono fra quelli che lo ci ­tano a ogni passo. Oggi c’è una catego ­ria mondiale di citatori. Citano Proust allo stesso modo con cui Proust citava la duchessa de Guermantes o il barone di Charlus. La vera fratellanza fra gli appassionati di Proust sta in questo: nello snobismo. In ogni modo non m’interessano, come non m’interessa ­no i personaggi della Recherche. E’ un mondo, per me, privo di vitalità.

 

Cancogni – E allora chi ci resta per te della letteratura francese di questo secolo?

 

Parise – Mi piace ancora Genet. A ri ­leggere Camus e Sartre ho avuto delle sorprese.

 

Cancogni – E che nome hanno le grandi emozioni che ti ha dato la lette ­ratura contemporanea, di questo seco ­lo dico?

 

Parise – Svevo per esempio, che non è stato ancora capito a fondo; Freud; d’accordo, non è un romanziere, ma che importa: è certamente un grande scrittore; Kafka…

 

Cancogni – Sei un mitteleuropeo.

 

Parise – … Montale… Franz Fanon… Gadda…

 

Cancogni – E quali sono gli autori giovani, in Italia, che ti piacciono?

 

Parise – La Ceresa per esempio. Il suo libro La figlia prodiga m’ha in ­teressato. Fra gli avanguardisti prefe ­risco Balestrini. E’ elegante.

 

Cancogni – Io non ci capisco una pa ­rola .

 

Parise – Sì, ma è elegante. Il suono è sempre giusto; riconosci una fisiono ­mia. Balestrini ha una faccia. Tutti i veri scrittori ce l’hanno.

 

Cancogni – E che faccia è?

 

Parise – Appunto, la faccia di un elegante.

 

Cancogni – E Gadda che faccia ha?

 

Parise – E’ una faccia ribollente, co ­me quella di Polifemo, una faccia ric ­ca che ti lascia attonito.

 

Cancogni – E Moravia?

 

Parise – La faccia di un maestro, che ha un metodo, un sistema, e inse ­gna.

 

Cancogni – E tu?

 

Parise – Non mi guardo allo spec ­chio.

 

Cancogni – Vuoi dire che non ti preoccupi di te stesso? Non ci credo. Non pensi mai alla morte?

 

Parise – Mi preoccupa soprattutto l’i ­dea di perdere la mia curiosità di mer ­lo, di volatile. Mi preoccupa l’avvici ­narsi dell’ombra, l’idea di perdere la vista, la funzione conoscitiva. Non la morte in sé ma la diminuzione di cer ­te facoltà, la loro estinzione.

 

Cancogni – Che cosa stai scriven ­do? »

 

Parise – Un romanzo. Ma è una pa ­rola che mi dà fastidio. Che vuol dire romanzo? Si scrive un libro. Si scrivo ­no delle parole che esprimono soprat ­tutto un mistero: il mistero di sapere perché si scrivono.

 

Cancogni – E il cinema? Com’è che anche tu non fai la prova?

 

Parise – Non m’interessa. Mi hanno offerto di fare il regista; ma a vedere la macchina da presa sento subito la noia. La mia creatività diventa impo ­tente se l’immagino affidata a un mez ­zo così potente.

 

Cancogni – Vivaddio sei uno dei po ­chi che non si vergognano di essere uno scrittore. Avresti anche il corag ­gio di dichiarare che credi nella pa ­rola?

 

Parise – Sì; ci credo; anche se so che è in crisi.

 

Cancogni – Perché in crisi?

 

Parise – Perché si usura. Le parole sono affascinanti quanto maggiore è il mistero che contengono. Ma a furia di usarle lo perdono. Vedi per esempio la parola contestazione. E’ diventata in ­sopportabile.

 

Cancogni – Ma ci sono delle parole che non si consumano mai. Quelle più usuali, che indicano le cose. Non lo pensi anche tu?

 

Parise – Sì. Le parole che si consu ­mano più rapidamente sono quelle complicate, composite, che piacciono agli snob.

 

Cancogni – E la pittura ti piace?

 

Parise – Mi piacciono le parole.

 

Cancogni – Allora ti piacerà il tea ­tro?

 

Parise – Mica tanto. Oltre alla lette ­ratura mi piacciono le scienze natura ­li. Sono curioso delle cose, t’ho detto, come un uccello. Ho anche un forte spirito analitico.

 

Cancogni – Ho capito. Avremo final ­mente un buon critico letterario.

Visto 12 volte, 1 visite odierne.