Ottiero Ottieri. Da Marx a Orazio

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 32, giovedì, 8 agosto 1968]

Ottieri – Ci tengo a dichiarare che scrivendo I divini mondani non imma ­ginavo affatto di fare opera di morali ­sta. Non sono un osservatore della vi ­ta del jet-set, sono semmai un testimo ­ne che vi partecipa.

 

Cancogni – In che misura?

 

Ottieri – Forse ridotta; forse (mi è stato detto) sono uno che lo guarda dal buco della serratura; ma questo non cambia il mio stato d’animo. Io vorrei entrarvi più dentro possibile, fino in fondo.

 

Cancogni – E perché? Che cosa ne guadagneresti?

 

Ottieri – Sono un esploratore, cioè un uomo inquieto. Trovo la quiete sol ­tanto quando il mondo che voglio esplorare non ha più mistero.

 

Cancogni – Dunque il mondo dei « divini mondani » esercita su di te una reale attrazione. Ti piacerebbe es ­sere Orazio?

 

Ottieri – In parte sì; diciamo di sì. Vuoi sapere perché? Perché Orazio è l’uomo che prefigura, sia pure para ­dossalmente, il futuro. Mi spiego: egli gioca; ebbene egli anticipa quel mondo del gioco che per certi rivoluzionari molto seri simboleggia il passaggio dal mondo della necessità al mondo della libertà. Il playboy, l’uomo che gioca, il mio Orazio, è un personaggio positivo, un uomo libero, un uomo che organiz ­za la propria libertà.

 

Cancogni – Addirittura un rivoluzio ­nario. Domani si dirà: da Marx a Ora- zio. Peccato che non se ne sappia il co ­gnome. Ma a proposito: è vero che die ­tro di lui si nasconde un personaggio reale? Un playboy milanese?

 

Ottieri – Orazio è una pura invenzio ­ne della fantasia. Ho già detto che il mio libro non è un pamphlet. Io am ­miro Orazio.

 

Cancogni – Questo rivoluzionario che gioca, però, è mantenuto da una società che lavora.

 

Ottieri – Lo so benissimo. Infatti ho detto che egli anticipa paradossalmen ­te « una società che gioca », in cui tut ­ti giocano.

 

Cancogni – Vorrei sapere: come sei arrivato a Orazio?

 

Ottieri – Ci sono arrivato attraverso una lunga esperienza interna del lavo ­ro industriale. Io mi sono laureato in lettere. La mia preparazione giovanile è stata di tipo umanistico. Io però sen ­tivo una forte curiosità per il mondo dell’industria che non conoscevo. Ave ­vo letto Marx. Anche l’ideologia, per ­ciò, mi spingeva verso quel mondo, il mondo del lavoro industriale avanza ­to, del lavoro alienato. Volevo entrarci dentro, esplorarlo fino in fondo.

 

Cancogni – Con quale fine?

 

Ottieri – Un fine politico. Compren ­dere il socialismo, non astrattamente, ma attraverso un’esperienza sindacale.

 

Cancogni – Tu sei ancora socialista?

 

Ottieri – Sì. Per quanto non più con la carica emotiva di una volta. Confes ­so che nello stesso tempo sono anche un conservatore. Tengo a certi miei privilegi.

 

Cancogni – E in una società sociali ­sta rinunceresti a questi privilegi?

 

Ottieri – Mi chiedi troppo. No, non credo. Non sono più disposto a pagare il prezzo di una rivoluzione, sia di sangue che di sacrifici. Ma questo è un altro discorso. Il mio interesse per il mondo del lavoro industriale contene ­va un quesito. Mi chiedevo se questo lavoro non poteva arrivare un giorno a distruggere se stesso. Ed eccoci al problema accennato al principio della nostra conversazione: il passaggio dal mondo della necessità (il lavoro) a quello della libertà.

 

Cancogni – Eccoci da capo a Orazio. Cerchiamo di definirlo. In sostanza è un comune playboy.

 

Ottieri – Non proprio. Un playboy è un disinteressato. Orazio è più serio. Non è un frivolo. E’ un teorizzatore, con preoccupazioni ideologiche. Tanto per cominciare avrai notato che è l’in ­ventore di un linguaggio.

 

Cancogni – Tutti oggi hanno proble ­mi di linguaggio, pare. In che senso Orazio ne ha inventato uno? Vorrei qualche esempio. « Pietro, disse infine davanti a lei, chi è la stupenda creatu ­ra nuova? ». E’ così che Orazio si pre ­senta alla decima riga del tuo raccon ­to. Che cosa c’è di nuovo?

 

Ottieri – Prendiamo un altro esem ­pio. La conversazione con Pietro nel bagno a Londra. Orazio dice: « Il diner di stasera deve essere intimo ma non sexy. Intimo. Non è colpa mia se spes ­so il social non è sexy e il sexy non è social. Si intende che ciò che è augura ­bile è il social sexy e il sexy social ». Non ti pare che ci sia un tono partico ­lare, una maniera, uno stile? Andiamo più avanti; è sempre la stessa scena a Londra, nel bagno, con Pietro seduto sul cesso. « Peter my dearest, una cena intima è una cena per pochi, così come una cena seduta è una cena se ­duta e una cena in piedi è una cena in piedi ». Che ti pare?

 

Cancogni – Mi pare un imbecille.

 

Ottieri – Ti sbagli. Orazio non è af ­fatto stupido. E nel suo mondo confor ­mista, coi suoi modi, il suo stile, le sue teorie, è un eversore.

 

Cancogni – E lui ne è consapevole?

 

Ottieri – In parte. E’ consapevole di possedere una forte carica anticonfor ­mista anche se oggettivamente aderi ­sce al suo mondo. Diciamo, come i no ­stri padri, che è un eccentrico.

 

Cancogni – Un dandy si potrebbe an ­che dire. Che c’è di nuovo?

 

Ottieri – Il modo come industrializza il divertimento. Orazio trasferisce nel divertimento le leggi dell’efficienza in ­dustriale. E’ un efficientista. Non ha nulla a che vedere con il playboy che tende ad evadere dal mondo. Non è uno yoga, né un drogato.

 

Cancogni – A me sembra un cafone. Prendi quando va in elicottero sui campi di sci per evitare la noia della seggiovia. Atterrando le pale dell’eli ­cottero smuovono un gorgo di vento che scatena mulinelli di neve. « I nu ­merosi sciatori sullo spiazzo si getta ­rono ai lati investiti dal vento e dagli spruzzi di neve che li accecavano. Vo ­lavano via i loro guanti, berretti. Uno sciatore si era allacciato uno sci solo e l’altro sci attendeva libero sulla neve. Il gorgo ventoso spinse lo sci, lo spin ­se ancora verso il declivio ripidissimo, che lo sci infilò saltellante, solitario, scomparendo a valle. L’elicottero atterrò. Orazio scese subito, con un sal ­to, si rivolse al pilota: “Dagli un paio di sci fra quelli di riserva” ». Credi che un gentiluomo si comporterebbe così?

 

Ottieri – Credi? Orazio non dimenti ­care è un efficiente, un logico. Non perde tempo inutilmente. Per questo va in elicottero (la fila per salire in seggiovia gli è insopportabile) per questo affida al pilota l’incarico di ri ­sarcire subito lo sciatore danneggiato. Lui ha fretta di scendere a valle insie ­me con Mildred…

 

Cancogni – « …”La seggiovia è di un’estrema stupidaggine”, disse Mil ­dred; si diedero una spinta coi bastoni, eseguirono due o tre passi da pattinatore e si gettarono dritti per lo schuss, danzarono il cortoraggio: due angeli, superiori alle abitudini del mondo, alle code… ».

Ottieri – Vedo che ti sono antipatici. Sei moralisticamente contro il loro mondo. Ma sono sicuro che se una sera tu ci entrassi, ti divertiresti e li troveresti anche simpatici.

Cancogni – Ne dubito. Tu piuttosto dimmi: che cosa si propone il tuo Orazio?

Ottieri – Vuoi dire lo scopo finale? Il successo mondano-sessuale. La conquista di donne importanti, belle.

Cancogni – Una domanda retorica, da piccolo borghese. C’è la possibilità di un amore nel mondo di Orazio? Nel tuo libro lui passa da una donna all’altra indifferentemente, così come le sue donne passano da un uomo all’altro, ininterrottamente. E’ possibile che a un tratto…

 

Ottieri – … E’ possibile… sì… ma in definitiva è meglio la pluralità delle occasioni alla scelta di un solo… Ogni volta, si può dire ogni giorno, Orazio può anche credere che la donna che lui corteggia sia la sola, lei e nessun’altra, ma come i suoi occhi cadono su un’altra, non può fare a meno di corteggiarla… e così via…

Cancogni – Che cosa lo attrae nel rapporto sessuale? Il piacere?

 

Ottieri – Non si sa. Il piacere… non direi. Lo attira la conquista della donna importante. Che lo vedano con una donna importante.

 

Cancogni – Insomma è un narciso. In fondo ama solo se stesso. E alle donne che cosa piace in un uomo come Orazio?

Ottieri – Avere a che fare con un uomo la cui privacy è pubblica. Allo stesso modo a certe donne piace farsi vedere con un letterato.

 

Cancogni – Ma dimmi, Orazio è un po’ letterato?

Ottieri – Assolutamente no. Legge, un poco, nei minuscoli momenti di noia… ma non è letterato. Diciamo che ha una concezione estetica della vita.

Cancogni – Hai detto che può annoiarsi?

Ottieri – A volte la noia può sfiorarlo, ma appena. Non è come un playboy comune che ne è afflitto sistematica ­mente e che per vincerla ricorre all’alcool, alla droga. Orazio supera la noia con l’efficienza.

Cancogni – Quando la mattina apre gli occhi, a che cosa pensa?

Ottieri – A combinare la giornata… Questa è la grande occupazione del jet-set. Questo è l’aspetto che m’affascina… la libertà… l’uomo liberato dalla struttura della settimana. L’uomo che va in vacanza il martedì, senza week-end… ti rendi conto?

Cancogni – Benissimo. Non ci trovo nulla di straordinario. Personalmente me ne sono liberato da un pezzo. Ma dimmi un po’: che cosa farà Orazio da vecchio?

Ottieri – A settant’anni Orazio sarà solo. Avrà la coscienza tranquilla, avendo ben speso la sua giovinezza.

Cancogni – E la morte?

Ottieri – Non ci pensa mai, la rinvia. La vecchiaia di Orazio comunque sarà un mistero, come lo è stata la sua pri ­ma giovinezza. Orazio è un « ginnasticato » eternamente sulla quarantina. È a questa età che la sua immagine raggiunge la perfezione; prima e dopo c’è il vuoto. Ripeto: non ho voluto fare un ritratto psicologico, ma inventare un personaggio simbolico.

 

Cancogni – E gli altri personaggi maschili del libro, Pietro, Mario, Tibe ­rio…

Ottieri – Hanno pochissima impor ­tanza. Orazio si fa il vuoto intorno. Tutti lo invidiano.

Cancogni – Appunto. I tuoi « divini » non sono immuni dalla gelosia.

Ottieri – Sì c’è, è anzi fortissima; ma combattuta, ridotta a un ruolo margi ­nale. E si spiega. La vita dei « divini mondani » è di gruppo. E in una vita di gruppo la gelosia deve per forza es ­sere soffocata. Non può esplodere.

Cancogni – E le donne di Orazio?

Ottieri – Quali? Sono infinite. Pren ­diamone alcune: Hata? E’ compieta- mente passiva. Ha industrializzato la propria bellezza. Tace. E’ un oggetto. Mildred? E’ una grande mondana, e nello stesso tempo una nevrotica…

Cancogni – « … of course… ».

Ottieri – … frivola e sull’orlo della di ­sperazione…

Cancogni – Si potrebbe uccidere?

Ottieri – No…

Cancogni – Peccato.

Ottieri – … No, perché è vitale. Rea ­gisce sempre; risorge sempre dalle proprie ceneri. Anche per lei vale la stessa regola, di non innamorarsi, di preferire la molteplicità alla scelta unica.

Cancogni – E se s’innamorasse?

Ottieri – Teoricamente l’amore do ­vrebbe spazzare via tutto… In prati ­ca…

Cancogni – … non accade. E tu come lo spieghi?

Ottieri – Ci sono due spiegazioni. Quella della psicoanalisi è evidente: Mildred e le sue amiche sono affette da un fondamentale infantilismo. Non sono cresciute. L’altra, psicologica, in ­dica un prevalere del mondo della pos ­sibilità su quello della realtà.

Cancogni – In sostanza sono delle frigide. E Orazio un don Giovanni da strapazzo… Fra uomini e donne c’è so ­lo un rapporto estetico…

 

Ottieri – Direi teatrale. Stanno in ve ­trina. Recitano per se stessi e per un piccolo gruppo. Non hanno bisogno di una gran platea. Il jet-set è autosufficiente: in questo consiste la sua no ­biltà.

 

Cancogni – E qual è la scena che il jet-set preferisce? Voglio dire la città?

 

Ottieri – Parigi direi. Londra ha avu ­to il suo momento, ma in definitiva viene dopo la vecchia Parigi. New York è un problema, c’è pur sempre l’oceano di mezzo, e il jet-set ha fretta, molta fretta; otto ore di volo sono lun ­ghe. E poi è una città ancora dura, con aspetti difficili. Roma viene al ter ­zo posto. Funziona soprattutto in esta ­te. Milano? Assolutamente no. Uno swinger (il più recente appellativo dei membri del jet-set) può dedicargli al massimo tre giorni l’anno, non di più.

 

Cancogni – Gli swingers comunque sono eminentemente cittadini?

 

Ottieri – Direi esclusivamente. Van ­no al mare, in montagna, a caccia, sì, ma si tratta di brevi incursioni fuori della città. La città è il loro luogo na ­turale, perché è il mondo delle possibi ­lità, il luogo dove si combina.

 

Cancogni – Il jet-set è in ascesa o in ribasso? Si sente sicuro o in pericolo?

 

Ottieri – Sicuro, direi. Soltanto una rivoluzione radicale che distrugga le basi della società capitalistica potreb ­be metterlo a terra. Un’evoluzione democratica invece lo rafforza. Pensa ai Kennedy.

 

Cancogni – Li metti fra gli swin ­gers?

 

Ottieri – Beh, comunque non sono i Fanfani.

 

Cancogni – E in Russia, credi che ce ne siano, di swingers, intendo?

 

Ottieri – Non lo escluderei. Ce n’è la possibilità. Che invece non esiste asso ­lutamente in Cina.

 

Cancogni – Ti leggo un brano del tuo libro: « Si erano fermati dentro la Bizzarrini sul lato sinistro di una via pe ­riferica, stinta, solitaria fra i muri di due fabbriche; muri tutti scritti su Mao e l’unità sindacale; da cui sporge ­vano le ciminiere, le montagne di rot ­tami di ferro, i ponti delle gru a car ­rello… Orazio l’abbracciò, carezzò con la bocca la bocca di Pamela e con le mani i fianchi, il petto. “No. Anche qui no” gemette Pamela. ”Ci sono gli operai”. Orazio la baciava ancora, tan ­to che dové allontanarlo con il braccio teso. “Orazio, io ho fatto l’assistente sociale”. “Sei divina” le disse Orazio; si sollevò da lei e fissò fuori del fine ­strino la lunghissima fila di automobili parcheggiate. “Gli operai si sono fat ­ti la macchina. Presto usciranno tutte le sere.”… »

 

Ottieri – Ebbene?

 

Cancogni – Che cosa ne sarebbe dei tuoi Orazi se domani, quel mondo di gioco ch’essi prefigurano, si realizzas ­se; se per dirla col loro linguaggio an ­che gli operai cominciassero a uscire tutte le sere? Che gusto ci sarebbe più a uscire, a giocare?

 

Ottieri – Troverebbero certamente un’altra via. Le vie del jet-set sono in ­finite.

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