Pasolini. Se nasci in un piccolo paese sei fregato

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 50, giovedì 14 dicembre 1967]

Pasolini – Se è possibile scrivere un capolavoro? E’ sciocco chiederselo. Il problema non esiste. E comunque, chi potrebbe saperlo?

Cancogni – E’ una domanda prete ­sto. Considerala come un punto di partenza. D’altra parte è pur vero che si scrivono molti libri tutti abbastanza modesti. Come mai?

Pasolini – Un piccolo Paese non può dare un grande scrittore. L’ha detto Goldmann.

Cancogni – Tu sottoscrivi?

Pasolini – Sì. Ogni libro è in rappor ­to al suo background culturale. Se questo è mediocre anche il libro lo sarà. Possono esserci delle eccezioni, è vero, ma allora si tratta di persone culturalmente apolidi, che vivono in Italia e scrivono in italiano per combi ­nazione. Scrittori che hanno un taglio europeo, cresciuti in un circuito cultu ­rale più vasto. L’Italia è una piccola nazione, meschina. Lo ripeto: non può dare un grande libro.

Cancogni – Ma chi ti obbliga a vive ­re nella meschineria del tuo Paese? Puoi benissimo restare in Italia, in « terra di pipe » come si dice, e in ­fischiartene della sua cultura, del suo ambiente, dei suoi problemi, e della sua società letteraria. Certo che se in ­vece di osservare la realtà, la vita, vivi in mezzo alle chiacchiere dei let ­terati, sei per forza condizionato dalla cultura, chiamiamola così, del tuo Paese.

Pasolini – Certo, ci si può estrania ­re. Ma in Italia questo è stato possibi ­le solo dopo la Resistenza. Prima si viveva in un mondo chiuso, provincia ­le, fortemente condizionato da un re ­gime poliziesco, da un costume piccolo borghese; non ci si poteva muovere: oggi puoi stare con un piede a Parigi e con un altro a New York, respirare un’aria più vasta… Prima uno scritto ­re italiano, era necessariamente italia ­no, e quindi condannato alla medio ­crità…

Cancogni – Non nego che sia molto meglio vivere a Parigi o a New York, piuttosto che a Roma. Oggi si viaggia molto più facilmente di prima. Ma non è vero che prima della guerra si vivesse all’oscuro di quello che acca ­deva fuori. Si era abbastanza informa ­ti. Tutti i miei amici a vent’anni ave ­vano già letto Joyce, Lawrence, Pro ­ust, Kafka, Freud, Eliot, Eluard, Rilke, Trakl, Heidegger, Jaspers ecc. Tale e quale come ora. Forse con maggiore serietà. C’era allora chi credeva che la « Ronda » fosse stata una gran cosa. C’è chi è indipendente e chi è legato al gruppo. E se uno è gregario, e ha i paraocchi lo resta’ anche se passa sei mesi all’anno a New York. Fra il Babuino e il Village non farei poi tanta differenza… Ma voglio farti una do ­manda. Dal momento che si dice che culturalmente si va in un’epoca di confusione, di crisi, o addirittura di sfacelo, non ritieni che sia un vantag ­gio, viverne il più estraneamente pos ­sibile, standosene alla periferia, é che da questo punto di vista stare in Ita ­lia sia un privilegio?

Pasolini – Non penso affatto che il nostro sia un secolo culturalmente in ­felice. Al contrario, da Rimbaud a Pound, mi pare che sia un grandissi ­mo secolo. Non ce n’è altri, che mi piacciano altrettanto, che abbiano pro ­dotto opere così attraenti? Mai la let ­teratura ha circolato tanto, è stata così viva, come dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi.

Cancogni – Ma si dice comunemente che si tratta di una produzione incoe ­rente, priva di un denominatore co ­mune come è stato per altre culture, quella romantica, o illuministica tanto per dare un esempio.

Pasolini – Anche il nostro secolo può essere culturalmente ben definito. Te ne posso riassumere con una para ­bola la storia. C’era nel mondo, una società molto potente, decisa a conser ­vare il potere con tutti i mezzi. Ma che cosa c’è di più colpevole che dete ­nere il potere? E’ naturale perciò che la borghesia, è di lei che si parla, si sentisse in colpa. E quando uno si sente in colpa che Cosa desidera? Desi ­dera punirsi. La borghesia, oppressa dal senso di colpa, voleva suicidarsi. E l’ha fatto. Ma indirettamente, col ­pendosi nella cultura, cioè nella ragio ­ne. La cultura borghese infatti era all’insegna della ragione; la ragione era il grande mito della borghesia ot ­tocentesca. Attraverso l’uccisione del ­la ragione, la borghesia s’è suicidata espiando la sua colpa, la colpa di dete ­nere il potere.

Cancogni – Non ho mai pensato che chi comanda sì senta in colpa. Al con ­trario, ho sempre avuto la sensazione che ne goda; il potere va alla testa di chi comanda, lo fa sentire importante, vivo.

Pasolini – E in questo suicidio la borghesia ha trovato anche il suo car ­nefice: Hitler. Hitler è stato il Dio del ­l’irrazionalismo. Tutta la poesia euro ­pea da Rimbaud a oggi è irrazionale.

Cancogni – In questo modo si met ­tono sullo stesso piano Rimbaud e Hi ­tler, il simbolismo e il nazismo… Le idee mi si confondono.

Pasolini – La ragione, il culto della ragione, è borghese.

Cancogni – Ma anche la civiltà gre ­ca è razionalista, vuoi dire che era anch’essa borghese? Allora bisogna dire che tu intendi per borghesia la classe al potere. Se è così tutta la storia del mondo è borghese da Atene alla Cina di Mao.

Pasolini – Le civiltà del passato era ­no religiose, non razionaliste.

Cancogni – Tu contrapponi religio ­ne a ragione. Ma allora dove lo metti il cattolicesimo? Il cattolicesimo, nel ­l’epoca della sua pienezza, quando si può parlare di una civiltà improntata da esso, il Medioevo, è una delle più grandi costruzioni razionaliste (basta pensare a San Tommaso) di tutta la filosofia occidentale.

Pasolini – Questo vuol dire che l’es ­senza religiosa del cristianesimo è sta ­ta razionalizzata dalla classe al potere.

Cancogni – Così tu pensi che la for ­za vitale della storia sia di natura reli ­giosa e che la ragione sia lo strumen ­to col quale le classi al potere piegano e utilizzano queste forze. Per un mar ­xista è un’affermazione direi un po’ eterodossa. E la scienza?

Pasolini – Anche la scienza appar ­tiene nella sua essenza, più al mondo religioso che a quello della raziona ­lità. Guarda lo scienziato. E’ un uomo religioso, non ha senso pratico, è di ­sinteressato; è a suo modo un mistico, che supera, con l’intuito, con la fanta ­sia, con la totalità del suo potere cono ­scitivo, la semplice ragione. L’errore della borghesia è di identificare l’intel ­ligenza con la ragione, mentre essa è qualcosa di più.

Cancogni – Ebbene noi viviamo in un’epoca scientifica; è la scienza oggi che domina nella cultura; si dovrebbe concluderne che viviamo in un’epoca religiosa…

Pasolini – No, perché oggi trionfa l’applicazione della scienza, cioè la tecnica, non la scienza. Il razionali ­smo borghese, che vede solo l’utilizza ­zione pratica delle cose, non ha nulla a che vedere col vero spirito scien ­tifico.

Cancogni – Ho capito. Per te ragio ­ne è l’utilizzazione pratica delle sco ­perte fatte dall’intelligenza, sia reli ­giosa, sia scientifica.

Pasolini – Sì, l’intelligenza, come poesia, saggezza, fantasia, intuito, è la capacità di capire. La ragione la limi ­ta, perché esclude tutto ciò che non si può capire rigettandolo nell’incono ­scibile. Esclude per esempio l’incon ­scio. Nell’inconscio non vale il princi ­pio di non contraddizione che è il pila ­stro di ogni logica razionalista, e quin ­di la ragione borghese rifiuta l’incon ­scio.

Cancogni – Veramente l’inconscio è proprio una scoperta della nostra ci ­viltà, che tu chiami borghese…

Pasolini – Appunto. Appartiene a quella cultura irrazionalista che carat ­terizza il nostro tempo e che, come ti dicevo all’inizio, rappresenta il simbo ­lico suicidio della borghesia.

Cancogni – Ogni classe al potere, tu dici, è necessariamente razionalista perché deve mettere ordine nel mon ­do dei fenomeni, e quindi fa violenza alle migliori capacità conoscitive dell’uomo. Io non m’illuderei molto su queste capacità, che fra l’altro avrebbero, dove esistono, mille possi ­bilità di esprimersi. D’altra parte tu riesci a immaginare una società senza potere, e quindi senza razionalità?

Pasolini – Sì. Sono marxista proprio perché Marx diceva che la rivoluzione avrebbe portato al deperimento e alla scomparsa del potere così come viene concepito dalla società borghese. Il potere, insisto su questo punto, è or ­rendo: sia quando lo si detiene che quando lo si vuole conquistare. E’ sempre corruttore.

Cancogni – E’ una vecchia storia, credo ormai relegata, dagli stessi mar ­xisti nell’arsenale dei robivecchi. In Russia lo Stato non risulta che sia molto deperito. E in Cina… Chi ne sa nulla di come viene effettivamente esercitato il potere? Conosci comun ­que un esempio nella storia che s’av ­vicini maggiormente a questo ideale di società che si autogoverna?

Pasolini – La polis greca.

Cancogni – La polis era uno Stato. Piccolo ma sempre Stato; a volte ti ­rannico, non sempre democratico.

Pasolini – Comunque permetteva che Socrate svolgesse il suo insegna ­mento. Comunque siamo andati fuori strada. Il punto fermo è comunque quello che ho detto, quando mi chie ­devi se fosse possibile definire la cul ­tura del nostro tempo. E’ possibile: è l’irrazionalismo, che da un lato è con ­testazione, scandalo, violenza contro l’ordine, i codici, la società, la morale corrente, da Rimbaud a Ginsberg, tan ­to per intenderci; e dall’altro è auto ­punizione, vedi Hitler.

Cancogni – Bene, ma con questa esplosione della cultura, non vedo come vada a finire il background cul ­turale di cui parli e che faceva dell’I ­talia una provincia? Per una tradizio ­ne borghese ottocentesca, eravamo periferia; ma per una cultura irrazio ­nale non vedo che ci siano più un cen ­tro e una periferia, e infatti letteratu ­ra e arte fioriscono un po’ dappertut ­to, ribollono in un unico calderone.

Pasolini – Già, ma è differente se poeta o artista partecipe di questo ir ­razionalismo, di questa rivolta, ti op ­poni a una grande società, o a una piccola. Nel primo caso potrai fare delle grandi cose, nel secondo, delle cose piccole. Ginsberg si oppone a Johnson che è un gigante (perché rappresenta l’imperialismo america ­no) e quindi anche lui lo è. Da noi a che cosa serve polemizzare con la po ­lizia locale?

Cancogni – Infatti, me lo sono sem ­pre chiesto.

Pasolini – Prendi il caso della nuo ­va sinistra americana, che io conside ­ro uno dei fenomeni culturali più im ­portanti del nostro tempo. E’ un feno ­meno interamente nuovo perché affronta una realtà nuova che lo obbli ­ga a inventarsi un linguaggio rivolu ­zionario, fuori delle formule. Ginsberg quando attacca l’America è come un poeta, un creatore, che esplora un mondo nuovo. Noi invece in Italia, e in Europa abbiamo tutto già fatto. Dob ­biamo ripeterci. C’è già pronto il lin ­guaggio liberale-radical-marxista, da cui non si scappa. Si diventa per forza conformisti.

Cancogni – Ti contraddici. Prima parlavi di background culturale che fa grandi quelli che hanno la fortuna di possederlo. Ora vieni a dire che il background rivoluzionario in possesso della cultura europea ci indebolisce. Negli Stati Uniti sarebbero più liberi e più efficaci perché non hanno alle spalle lo storicismo sia liberale che marxista. Io sono d’accordo. Ma pen ­savo che tu partissi da una posizione opposta.

Pasolini – Voglio dire che quando un treno va a cento all’ora tutti quelli che ci sono sopra vanno alla stessa ve ­locità, anche se sono degli zoppi; se il treno come in Italia va a trenta, i pas ­seggeri, per quanto facciano, non pos ­sono correre di più. Ma stiamo di nuo ­vo allontanandoci dall’argomento. Hai cominciato col chiedermi che cos’è un capolavoro. Ebbene la mia risposta è questa: è un’opera piena d’imperfezio ­ni. Più grandi sono le imperfezioni e più grandi sono le cose perfette. Ecco il motivo per cui è così difficile ricono ­scerlo. Davanti a un capolavoro si è fuorviati dalle imperfezioni. Il lettore va dietro all’opera perfetta, si lascia affascinare dalla sua compitezza. Ma le opere perfette, in questo senso, sono sempre minori. Aggiungi che i capolavori sono sempre ideologici e politici e che qui si devono pagare lo scotto all’ideologia con grigiori, sciat ­terie, banalità.

Cancogni – Dacci un esempio.

Pasolini – Per l’Ottocento è sempli ­ce. Dostoevskij. L’imperfezione in opere come Demoni o i Karamazov mi pare evidente.

Cancogni – D’accordo. Ma Tolstoi?

Pasolini – Anche lui. Il suo stile è sciatto, non poetico. Intendo dire ri ­spetto ai canoni tradizionali della per ­fezione. Ma forse è meglio prendere un esempio dalla letteratura italiana. I Promessi sposi. E’ sicuramente un capolavoro, ed è pieno d’imperfezioni. C’è n’è rispetto al codice narrativo come ad esempio l’episodio della mo ­naca di Monza. Per un lettore super ­ficiale, narrativamente, è un errore, perché costituisce un racconto nel rac ­conto. Piglia poi il cardinale e l’inno ­minato. Sono figure orribili, degne di un technicolor americano. Il loro ab ­braccio con le lacrime dell’Innominato che cadono sulla porpora del cardina ­le è comico. Ma vicino a quell’abbrac ­cio c’è l’episodio di don Abbondio che va su per il monte a cavalcioni del mulo che è stupendo. Lucia è una figura sciocca…

Cancogni – Meno di quello che sem ­bra forse.

Pasolini – Ma Renzo è splendido. La sua fuga da Milano è indimenticabile.

Cancogni – Qui sono d’accordo. Ma nel suo insieme cosa sono I Promessi sposi?

Pasolini – Un grande romanzo ideo ­logico, non c’è dubbio.

Cancogni – Un grande romanzo ideologico del cattolicesimo?

Pasolini – No, questo non si può proprio dire. E’ un grande pasticcio ideologico, col cattolicesimo che s’im ­pasta col giansenismo. Parlo dell’ideo ­logia dell’autore; la forza del libro è nella natura ideologica del Manzoni.

Cancogni – C’è una grande forza ideologica nel Manzoni?

Pasolini – Sì.

Cancogni – Ma un’ideologia contrad ­dittoria come la sua non è di per sé stessa debole?

Pasolini – No. L’ideologia di uno scrittore ammette le contraddizioni.

Cancogni – Chiamiamola allora la visione personale del mondo, che ha uno scrittore.

Pasolini – D’accordo. I capolavori nascono sempre da una grande visio ­ne del mondo, una visione che vuol persuadere, cambiare le cose.

Cancogni – E qual è l’ultimo scritto ­re ideologico in Italia?

Pasolini – Montale, Gadda e la Mo ­rante.

Cancogni – E D’Annunzio?

Pasolini – No.

Cancogni – Eppure c’è un’ideologia, l’estetismo.

Pasolini – E’ un’ideologia mediocre.

Cancogni – Allora non conta la for ­za ideologica, ma la qualità dell’ideolo ­gia.

Pasolini – Sì, perché dentro, deve esserci una forza morale, creduta fino in fondo; una coerenza al sistema di valori insito nell’ideologia stessa.

Cancogni – Ma perché uno non po ­trebbe essere morale restando fedele fino in fondo all’estetismo?

Pasolini – Sì, ma allora dovrebbe avere alle spalle una grande società.

Cancogni – Perciò Wilde sì, D’An ­nunzio no.

Pasolini – Esatto. In D’Annunzio poi non mi piace la sua mancanza di abilità. Sembra un paradosso, ma è così. D’Annunzio scrive come va va. A parte qualche poesia, come La pioggia nel pineto, c’è poca abilità. Una volta trovata la chiave, apriva tutte le por ­te. Scriveva come mangiar bruscolini. Non c’è mai resistenza della pagina. Nella sua apparente mancanza di sciattezza è sciatto.

Cancogni – D’accordo per Montale. Ma ora vorrei che tu mi parlassi del ­l’ideologia della Morante.

Pasolini – E’ tutta ideologia. Dentro ci sono Freud, Jung. Come schema i suoi personaggi somigliano ai santi nelle vite dei santi scritte da un prete. Ma dentro sono pieni di vita, d’irruen ­za. Anche Moravia è fra i pochi scrit ­tori ideologici che ci sono in Italia. Sono tutti quelli che ho nominato per ­sone che non si riconoscono come italiani. Il loro tipo di cultura s’è for ­mato altrove, in un terreno franco, eu ­ropeo. Dietro a nessuno di loro c’è una formazione tipica italiana.

Cancogni – Torno a dire che allora è l’ideale, per uno scrittore nascere in Italia, perché può scegliersi, come uno del Senegai, la cultura-che preferisce, dimenticandosi di quella del suo Pae ­se.

Pasolini – No, no, no: se nasci in un piccolo Paese, sei fregato. Conti solo se appartieni a una cultura egemone.

Cancogni – E la Russia dell’Ottocento? Non era un Paese egemone e vive ­va di cultura importata. Eppure…

Pasolini – In Russia la cultura im ­portata dalla Francia, ebbe una gran ­de risonanza per la grandezza del Pae ­se, mentre in Italia…

Cancogni – La Russia, dici, era un gran Paese; sì, come territorio.

Pasolini – Eh no. Si stava affac ­ciando alla ribalta della storia. Era un Paese con un destino; vergine ma for ­te. Fra la Russia e l’Italia dell’Ottocento c’è la stessa differenza che esi ­ste fra la campagna e una cittadina di provincia. La campagna è un terreno fertile, dove il seme germoglia; nelle viuzze ammuffite di una cittadina, tut ­to intristisce e si perde.

Cancogni – Ma noi ci stiamo dimenticando dell’argomento principale. Tu non scrivi più romanzi o racconti. Perché?

Pasolini – Ho perso fiducia nel ge ­nere. Non ne sono più attratto. Io penso che uno scrittore debba essere sempre realistico, unito cioè alla realtà. Ebbene la realtà che prima m’interessava, intendo dire il sotto ­proletariato romano delle borgate, sta cambiando rapidamente, non lo rico ­nosco più. Il sottoproletariato romano che prima era solo esistenzialmente reale, ma non aveva realtà storica, oggi sta diventando una frazione del terzo mondo.

Cancogni – Bene. E’ molto più im ­portante dunque, più reale, nel senso che ora vi riconosci una dimensione ideologica. E dunque?

Pasolini – Sì, ma me ne rendo conto solo come cittadino, non come scritto ­re.

Cancogni – Saresti nella condizione ideale per scrivere un capolavoro.

Pasolini – Teoricamente sì. Solo che nel frattempo sono diventato più sag ­gio.

Cancogni – E credi che questo sia una limitazione?

Pasolini – Non bisogna essere saggi per scrivere dei capolavori.

Cancogni – Ti sei «imborghesito »?

Pasolini – Forse sì. Mi si è sviluppa ­to un senso umoristico che prima non avevo e che è un tipico carattere della borghesia.

Cancogni – Perché poi solo della borghesia? E nell’antichità?

Pasolini – Parlo dell’epoca moderna, dall’Ariosto in poi. L’umorismo è un atteggiamento della classe al potere. Seguimi: quali sono i caratteri dell’u ­morismo? Il senso di colpa e la riduttività. Ora il borghese si sente in col ­pa (perché detiene il potere) e tende a stare in ciabatte. E’ un uomo prati ­co. L’umorismo è un atteggiamento di difesa di chi ha una visione rimpiccio ­lita quotidiana della vita.

Cancogni – Potrebbe essere, per te, un elemento nuovo. Una chance di più per scrivere un capolavoro, dato, che come mi dici, esso non può essere che un’opera composta, contradditto ­ria.

Pasolini – Infatti. Solo che non rie ­sco a immaginarlo nella direzione del romanzo.

Cancogni – E su quale strada allo ­ra?

Pasolini – In questo momento direi: quella del teatro. Ma nota bene: si tratta di una considerazione persona ­le. Teoricamente il capolavoro può na ­scere dappertutto. Ma oggi io non mi sento né di scrivere romanzi né di scrivere poesie. Non scrivo poesie per ­ché non ho destinatario. Non so più a chi mi rivolgerei. So che ci sono in Ita ­lia un diecimila persone che amano la poesia. Ma a loro mi rivolgo lo stesso, anche senza scrivere.

Cancogni – E chi è il naturale desti ­natario di un poeta?

Pasolini – Chi il poeta crede ideali ­stico, donchisciottesco, quanto lui. Quando l’idealismo del poeta comincia a incrinarsi e così anche la fede nell’i ­dealismo altrui, allora sente che non c’è più destinatario alla sua poesia.

Cancogni – E perché non il roman ­zo?

Pasolini – Per le ragioni che t’ho già dette, e poi perché la realtà italia ­na è in assestamento mentre il roman ­zo ha bisogno di stabilità. Altrimenti il raccontare diventa un arrancare fa ­ticoso dietro alle cose. Il teatro invece mi consente di fare nello stesso tempo poesia e romanzo. Poesia perché come sai scrivo le mie tragedie in versi; ro ­manzo perché racconto una storia.

Cancogni – E il destinatario? Per le tragedie c’è?

Pasolini – Sì. Il destinatario è uno contro cui polemizzo, contro cui lotto. Il destinatario è il mio nemico, è la borghesia che va a teatro. E’ con que ­sto spirito che ho scritto i miei quat ­tro drammi: Monumento, che ha come personaggi principali Oreste e Pilade come simboli delle due rivoluzioni del nostro tempo (se vuoi la rivoluzione russa che si assesta in un ordine bor ­ghese, e quella culturale in Cina); Be ­stia da stile, che ho scritto per lo Sta ­bile di Torino, e due altre cose che non hanno ancora titolo.

Cancogni – Teatro come un comizio, dunque?

Pasolini – Come vuoi. Chiamalo pure comizio.

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