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LETTERATURA: I MAESTRI: Giovanni Guareschi. L’epoca di Guareschi

17 Settembre 2015

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 31, giovedì, 1 agosto 1968]

Una volta che gli avevano chiesto perché fosse monarchico, Giovanni Guareschi rispose: « Perché sono figlio di una maestra ». Sembrò una battuta, per divertire; invece era una verità; an ­che se forse andava oltre le intenzioni dell’autore. Oggi una risposta del ge ­nere non sarebbe neppure immaginabi ­le. Ma negli anni in cui Guareschi la dette (quelli dell’immediato dopoguer ­ra) aveva un senso. Non dimentichiamo che al referendum nel giugno del ’46, i voti monarchici quasi uguagliarono quelli repubblicani. Voti che non veni ­vano certo soltanto dai « ricchi e dai gentiluomini del re ».

Un sopratitolo delle famose storie di Peppone e di don Camillo, era, se non sbaglio: « mondo piccolo ». Queste pa ­role, insieme alla risposta di cui sopra, mi pare che contengano la chiave del fenomeno Guareschi. Un fenomeno che ha interessato non soltanto l’Italia.

Il mondo piccolo cui alludeva Guare ­schi era quello delle borgate rurali, delle innumerevoli cittadine di cui era fatta l’Italia fino a pochi anni fa, e che con i suoi moti migratori si inseriva nel cuore stesso delle città. Ora per que ­sto mondo, cioè per l’italiano di mode ­ste condizioni, la storia del secolo, co ­me quella di sempre, era stata un al ­ternarsi di vicende grandiose e incomprensibili. L’ultima, la seconda guèrra mondiale, col suo strascico di lotte in ­testine e di violenze, la più grande e la più incomprensibile di tutte. Il « mondo piccolo », diciamo pure l’Italia, l’aveva subita, come si subisce una bufera, preoccupandosi solo di sopravvivere.

Ovviamente in questa immagine c’è una buona parte di retorica. Gli italiani dei paesi e dei borghi non erano né così umili né così ignari. Ma è anche vero che quando le cose van male e la sventura ci colpisce, le illusioni e l’or ­goglio svaniscono, e sinceramente ci compiacciamo a presentarci più piccoli e più modesti di quanto in realtà non siamo. Guareschi era stato prigioniero, aveva vissuto quasi due anni in un lager tedesco. Al suo ritorno in Italia è naturale che si sentisse più vicino alle vittime, i suoi cari compaesani, che non ai presuntuosi ed evoluti abitanti della città.

Finita la guerra il mondo piccolo si trovava di nuovo alle prese con le co ­se più grandi di lui. Era esplosa la feb ­bre politica, si dibattevano grandi pro ­blemi, parevano in gioco le sorti, non solo del Paese, ma dell’umanità. E an ­cora una volta tutte queste novità gli piovevano dall’alto, eccitanti e moleste, come una lezione impartita da un mae ­stro. L’Italia dei borghi e delle campa ­gne non poteva ancora riconoscersi in quella ufficiale del governo, del parla ­mento, dei partiti, dei sindacati.

Ed ecco la trovata di Guareschi: prendere questa Italia piccola, ma così numerosa, e contrapporla polemicamente a quella adulta, ma così scarsa. Prendere gli astratti problemi politici dell’Italia ufficiale e tradurli nelle di ­mensioni ridotte, ma più affabili, concre ­te, di un paese. Il paese, scelto da Guareschi, era Brescello, in riva al Po, ma nella scelta non c’era traccia di spirito regionalistico. Brescello voleva dire tutta l’Italia.

Così ridimensionati i problemi del mondo ufficiale diventavano più vivi e comprensibili. Il comunismo ora aveva la faccia e la voce di un sindaco robu ­sto e bonario; la religione, quella, al ­trettanto solida e rassicurante di un prete dai modi bruschi ma di cuore. Il tutto all’insegna di un sano e molto na ­zionale semianalfabetismo.

Ci si chiederà perché aver ridotto la lotta politica alle due sole componenti cattolica e comunista. E’ semplice: perché tutte le altre avevano un senso solo per la gente istruita e complicata delle città, non per un paese. Nei pae ­si come Brescello, c’erano solo due autorità: il prete e il sindaco; due sim ­boli: la chiesa e la cellula comunista (nei primi anni del secolo si sarebbe detto la sagrestia e l’osteria). Quindi la riduzione compiuta da Guareschi più che un espediente letterario era, al li ­vello del mondo piccino, un dato di fatto.

Le storie di Peppone e di don Camil ­lo piacquero alla parte intimamente più conservatrice e tradizionalista (allora si diceva qualunquista) del Paese. Ma fino a che punto possiamo attribuire al loro autore la volontà consapevole di condurre un’operazione politica? Gua ­reschi, scrivendole, era sincero; voglio dire ch’egli credeva sinceramente al ­l’immagine sentimentale di quell’Italia paesana. Odiatore degli illustri perso ­naggi ufficiali, sia del partito comunista che democristiano, e dei loro slogans, simpatizzava con i piccoli personaggi alla buona che li rappresentavano nel suo paese.

Guareschi, è vero, era monarchico. Ma il suo re, quello di cui gli aveva parlato devotamente la madre maestra, era un re da oleografia, protettore del povero, riparatore delle ingiustizie compiute a suo danno dai potenti della terra. Un re che in quella Italia di ma ­niere si sarebbe trovato bene in com ­pagnia sia di Peppone che di don Ca ­millo.

E infatti le storie del « mondo picco ­lo » non piacquero soltanto alla destra (che fece delle riserve) ma anche ai comunisti. Essi infatti ci videro un prin ­cipio di quell’intesa, o dialogo che da anni vanno programmaticamente predi ­cando. Mentre, in alto loco, si insisteva sull’abisso fra le due Italie, una atea e comunista, l’altra cristiana e democra ­tica, Guareschi dava a intendere che in basso, fra la gente piccola e dabbe ­ne i nemici non erano poi tanto diversi fra loro e che potevano anche diventa ­re amici.

Guareschi piacque soprattutto all’e ­stero. In Francia la pubblicazione di « Don Camillo » provocò un entusiasmo per noi incomprensibile. Guareschi venne considerato come il più veridico interprete dell’Italia. E non soltanto dalla gente comune. Dalla Francia poi la sua popolarità passò in tutto il mon ­do dall’America all’Estremo Oriente. Guareschi, fino a qualche tempo fa, era il solo autore italiano del nostro secolo pubblicato in Giappone.

A tutto questo si obbietta che gli stranieri prendono facilmente degli ab ­bagli quando parlano del nostro Paese, che l’Italia di Guareschi non ha nulla a che vedere con quella reale. Vero: ma facciamo attenzione. Chi dice così è quasi sempre uno che giudica attraver ­so la sua esperienza, quasi sempre li ­mitata a un ambiente, intellettuale e cittadino. L’Italia ch’egli immagina è purtroppo lontana dal vero forse più di quella di Peppone e don Camillo.

Ora comunque l’Italia è cambiata, o almeno sta cambiando (si vedrà poi fino a che punto). E infatti l’epoca Guareschi non è andata oltre gli Anni Cinquanta. Il suo momento d’oro fu nei primi cinque anni del dopoguerra. Poi la fama, e più che la fama, la credibi ­lità dell’autore andò via via declinando. Quando l’arrestarono per offese al pre ­sidente del consiglio, ci furono prote ­ste, è vero, ma una volta in carcere tutti lo dimenticarono.

Ho detto che una risposta come quella data da Guareschi a chi gli chiedeva perché fosse monarchico (ri ­spose: « perché sono figlio di una maestra ») sarebbe impensabile oggi. Oggi, quel mondo piccolo che la giu ­stificava, è praticamente scomparso. Anche se, ahimè, la profezia di una stretta di mano fra il cattolico e il co ­munista sta diventando attuale, e non più nei paesi, ma nella capitale, non più fra un semplice prete e un mode ­sto sindaco.


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