di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 52, giovedì, 28 dicembre 1967]

Un amico m’ha scritto per ricordarmi le responsabi ­lità culturali della «Fiera »,

responsabilità alle quali non sempre avrei fatto fronte, a sentir lui. « Non si tratta, scriveva, di prendere una posizione precisa, ma di non ac ­creditarne altre, equivoche, false, dannose, indisponenti, che non solo possono irritare noi anziani, ma che ucci ­dono una letteratura. E’ quello che vogliono: proprio co ­me nello sport italiano; nessuno lo esercita e tutti ne di ­scutono, vi partecipano con il Totocalcio: è più comodo ».

Siamo d’accordo con l’amico per quanto riguarda la tendenza dei letterati italiani a discorrere all’infinito di problemi che conoscono per sentito dire, e la loro paura di fronte alle « scienze nuove » (nuove per l’Italia) che promettono, o minacciano, trasformazioni radicali del ­l’uomo, della società, e dei tradizionali mezzi di comuni ­cazione, come la parola. Ma che c’entra tutto ciò con « La Fiera »? Non penso che con le sue pubblicazioni essa ab ­bia dato mano, finora, ai nemici della letteratura. A meno che non costituisca già una colpa l’avere ospitato scritti di psicoanalisti, sociologhi, linguisti, scienziati, e di filoso ­fi che battono strade diverse da quelle dello storicismo crociano o marxista.

Tuttavia le osservazioni e i consigli dell’amico sono utili perché mi permettono, con la chiusura del ’67, di fa ­re un bilancio di questo primo periodo di attività.

Quando nel giugno scorso « La Fiera » inaugurò la sua nuova serie (che comincia col numero 26) ebbi la ten ­tazione di scrivere un editoriale per indicarne il program ­ma, o almeno la direzione di lavoro. Poi non ne feci di nulla. In realtà mi repugnava. Credo poco ai programmi fatti a priori e nello stesso tempo ho abbastanza pratica di giornalismo per sapere che certe esperienze vanno af ­frontate senza troppe pregiudiziali. Forse avevo abba ­stanza fiducia in me, intendo dire nei miei criteri di scel ­ta, e in quelli dei miei collaboratori.

Su una cosa s’era d’accordo: la necessità di fare in primo luogo della « Fiera » un giornale di informazione. Ho sempre pensato che una delle tendenze più deplore ­voli della nostra cultura sia quella di trascurare spesso i più elementari dati di fatto. Questo vizio oggi ha raggiun ­to aspetti addirittura grotteschi. Si legge il titolo di un’opera, una recensione, e già ci si sente autorizzati a parlare, a scrivere (e quasi sempre con l’aria di dare una lezione) dei problemi più difficili. Nessuno vuole essere da meno, nessuno osa dichiarare di non avere capito, e così si sprofonda tutti nella confusione e nella paura. Ieri i numi tutelari della nostra società intellettuale erano Lukacs, Adorno, Husserl, Wittgenstein; oggi sono Levy-Strauss, Jacobson, Lacan, Mac Luhan, Marcuse. Ma chi li ha veramente letti? Diciamo, fra quelli che ne parlano, non più di uno su cento.

Ebbene, ci siamo detti, cerchiamo di presentare questi autori; intervistiamoli, facciamoli parlare. Questo non significa che « La Fiera » si sia convertita allo « struttura ­lismo » o che condivida le teorie di Levy-Strauss sulla « Pensée sauvage ». « La Fiera » si propone semplicemen ­te di fornire ai suoi lettori quanti più dati può su argo ­menti attuali, perché sappiano regolarsi. Bluff e snobismo imperversano: quale migliore modo per combatterli che ristabilire in primo luogo le verità di fatto, magari chia ­rendo il significato di termini che vengono usati impro ­priamente, o a casaccio? Letterati, artisti, giornalisti, ma ­gari dotati di talento, ma assolutamente’ sprovvisti degli strumenti di cultura giusti, s’improvvisano maestri di so ­ciologia, psicoanalisi, linguistica, etnografia ecc. ecc.: qua ­le migliore modo, per chiarire le Cose, che ricorrere, su certi argomenti, alla parola dello specialista, se non alle fonti?

Questo è ciò che « La Fiera », in parte ha fatto, e si propone di fare per l’avvenire. L’informazione è il fon ­damento stesso della cultura. Vorremmo riuscire ad am ­pliarla il più possibile, fornendo sempre dati di prima mano. E’ per questo che curiamo soprattutto i servizi di corrispondenza dagli Stati Uniti che sono il grande labo ­ratorio mondiale della cultura moderna.

L’interesse per le « scienze nuove », è stato scambiato da alcuni per professione di fede neopositivista. Non so ­no un filosofo e quindi non provo nemmeno a difendermi. So che nella « Fiera », la parte dedicata alle « scienze nuove » ha il suo contrappeso nell’altra che continua a trattare quelle, diciamo, « antiche »: in primo luogo la sto ­ria. Su questo, almeno personalmente, non ho dubbi. Con ­tinuo cioè a credere che una seria conoscenza storica, possibilmente attraverso materiale di prima mano (diari, testimonianze, epistolari, memorie, documenti ecc.) sia l’unico serio correttivo a tutte le facili e affrettate gene ­ralizzazioni in cui incorrono i neofiti della scienza, vec ­chia o nuova.

Questo in sintesi l’orizzonte in cui ha lavorato e inten ­de lavorare « La Fiera ». La letteratura, la nostra ama ­ta poesia, rischiano di soffocarvi? vi appaiono sacrifica ­te? Non credo. La poesia, penso, non ha nulla da temere da una maggiore pratica di certi mezzi di conoscenza. Nessun serio linguista, nessun serio sociologo o psicoana ­lista ha mai pensato che linguistica, sociologia, psicoana ­lisi possano influire sul lavoro di un poeta. Soltanto gli sciocchi (e non c’è dubbio che sono legioni) si lasciano suggestionare da certi fantasmi.

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