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LETTERATURA: STORIA: I MAESTRI: Di chi la colpa?

24 Settembre 2015

di Carpendras (Manlio mCancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 34, giovedì, 22 agosto 1968]

Da anni non leggevo articoli così impressionanti come quelli che Goffredo Parise,

di ritorno dal Biafra, sta pubblicando sul « Corriere della Sera ». Siamo di fronte a una del ­le più grandi tragedie del secolo, paragonabile solo a quella degli ebrei durante l’egemonia nazista in Europa. Parise ha il merito di parlarcene con l’oggettività e la semplicità di chi trovandosi davanti a qualcosa di enorme, incredibile, spaventoso, non sente il bisogno di aggiungervi una parola.

Siamo abituati alla tragedia, da tempo le stragi e gli or ­rori hanno finito di suscitare un’autentica commozione; ma le immagini evocate dagli articoli di Parise, trovano ancora la strada per andare diritte al cuore, provocando quella so ­spensione di ogni giudizio che si ha di fronte a una pura catastrofe.

Perché tanta pietà? Perché i bambini che muoiono a mi ­gliaia nel Biafra hanno il potere di spezzare la corteccia d’indifferenza che orinai è diventata l’abituale compagna di chi scorre le notizie dei giornali? Credo che dipenda pro ­prio dal fatto che Parise ha saputo tenere il suo racconto fuori di ogni idea preconcetta, rappresentando i fatti nella loro elementare, terribile nudità. Una realtà vera non un pretesto.

Parise ha anche fatto il commento a un programma te ­levisivo straziante nella sua brutale evidenza, e sempre al ­la TV ha risposto alle domande di un intervistatore. L’in ­tervista merita una particolare attenzione.

L’intervistatore, Furio Colombo, è un giovane scrittore molto impegnato, molto attento ai problemi del nostro tem ­po. Diciamo: più attento ai problemi che alla realtà. Infatti anche in questo caso mostrava d’interessarsi più alle « cau ­se generali » della tragedia in corso nel Biafra che alla tra ­gedia stessa. Chiedeva insistentemente: di chi la colpa? Non c’è per caso una responsabilità «bianca », un retro ­scena colonialista?

Parise con gli occhi e la mente ancora pieni di ciò che aveva visto, rispondeva che sì, che forse questa responsabi ­lità indiretta esisteva, ma che, ormai, aveva un’importanza relativa. E Colombo pareva quasi deluso. Sembrava che pensasse: i morti, la fame, il napalm, se non c’è di mezzo il bianco « ladro e assassino », cioè il capro espiatorio oggi di rigore, non interessano.

Ha ragione Parise o ha ragione Colombo? I fatti, almeno per quel che riguarda gli intellettuali, non pare che lascino dubbi. Nonostante che ora tutti sappiano cosa accade nel Biafra, si continua a non reagire pubblicamente. In defini ­tiva di che si tratta? Di un massacro fra negri, che riguar ­da soltanto loro. Si potesse individuare la responsabilità di ­retta, attiva, di una potenza occidentale, bianca, allora sì che varrebbe la pena di scaldarsi.

Ecco il vero razzismo che si rivela. I negri, gli indios, gli annamiti, ecc. ecc. non sono esseri umani come gli altri.

Sono argomenti, pretesti, oggetti da utilizzare per una polemica fra bianchi. Esistono in funzione nostra, non per loro stessi. Se fra di loro non appare il bianco, cessano di aver vita. Nell’Ottocento, la grande epoca del razzismo trionfante (che peraltro nessun intellettuale progressista denunciò) la gente di colore era lo sfondo alle imprese del bianco. E il bianco rappresentava il bene. Oggi è sempre uno sfondo. Solo che il bianco rappresenta il male. Due facce della stessa medaglia.

Ora che anche Italo Pietra e Giorgio Bocca ci hanno rassicurato (« Il giorno » dell’11 agosto) sul conto della Ce ­coslovacchia, possiamo dormire tranquilli. Pietra ci ha det ­to che per giovare « al nuovo corso » di Praga, dobbiamo tacere e contemporaneamente compiere, in casa nostra, in Occidente, atti concreti, coadiuvanti del progresso democra ­tico mondiale, come contrastare la vittoria di Nixon alle elezioni, risolvere il problema universitario, modernizzare le imprese, ecc. ecc.. Bocca è più sbrigativo. Per lui in tutta questa storia c’è solo un fatto, riprovevole, ripu ­gnante: l’interessata simpatia degli industriali italiani per Dubcek e compagni.

Avevamo bisogno di tali conforti. Per circa tre mesi gli avvenimenti cecoslovacchi hanno tenuto in ansia il mondo. Quando la stretta fra Dubcek e Breznev è diventata serra ­ta si intravedevano tre soluzioni possibili: quella violenta, con i russi a Praga e Dubcek in carcere; quella democrati ­ca, con Dubcek vittorioso, e Breznev scornato; il compro ­messo. E’ la terza soluzione quella che ha prevalso. E tutti ne sono felicissimi. Felici i russi, ovviamente, che senza scandalo, hanno messo il guinzaglio alla Cecoslovacchia; fe ­lici gli americani che non avevano voglia di complicazioni e che ora sperano nella riconoscenza sovietica, per il loro silenzio; felici i comunisti occidentali che possono far pas ­sare quanto è accaduto per un’esemplare trattativa fra compagni. E felici Bocca e Pietra, timorosi che il nuovo corso di Praga potesse avviare gli inconsapevoli cecoslo ­vacchi verso gli orrori della società dei consumi.

Gli unici scontenti pare che siano i cecoslovacchi. Ma perché prendersela? Essi sono abituati a fare le spese della pace altrui. Nel settembre 1938, come tutti ricordano, furo ­no l’oggetto di un altro compromesso. E anche allora, il mondo libero tirò un respiro di sollievo. E non mancarono giornalisti democratici che applaudirono « l’onesta conclu ­sione » denunciando nello stesso tempo i « veri colpevoli » che non erano in nessun caso i tedeschi e Hitler.


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Bart