Alexandr Solzenytzin. Il primo cerchio

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 31, giovedì, 1 agosto 1968]

Sto leggendo « Il primo cerchio » di Solzenytzin e non ne sono affatto entusiasta. Pagine vigorose si alternano ad altre fiacche e retoriche. Da un punto di vista letterario mi pare che « La giornata di Ivan Denissovic », pubblicato al tempo di Kruscev, fosse migliore. Può anche darsi che allora la suggestione derivasse più che altro dalla novità. Comunque è fin troppo chiaro che Solzenytzin non è Dostoiewski, anche se il richiamo all’autore della « Casa dei morti », nel suo caso, è diventato d’obbligo.
Più della «Casa dei morti », l’ultimo libro di Solzenytzin ricorda « 1984 », il romanzo che George Orwell scrisse poco prima di morire, una ventina d’anni fa. C’è la stessa atmosfera da incubo, la stessa allucinazione. Leggendo ci si sente oppressi e tuttavia si continua. E’ come camminare dentro una galleria; si soffoca e si va avanti per vederne l’uscita.
« 1984 » era un romanzo utopistico: rappresentava quale sarebbe stata la sorte dell’uomo in un mondo diviso fra potenze assolutamente totalitarie e in guerra fra di loro. Con la mania di persecuzione che caratterizzava tutti i loro atti al tempo di Stalin, i comunisti lo presero per un banale e calunnioso pamphlet antisovietico. L’autore fu accusato d’essere un agente dell’imperialismo. Era la formula d’uso.
Orwell non poteva immaginare che qualcuno avrebbe descritto un mondo più orrendo di quello rappresentato nel suo romanzo. E nemmeno che questo mondo esistesse per davvero. Morì prima che Kruscev facesse le sue rivelazioni. Leggendo Solzenytzin il racconto di Orwell fa un balzo indietro, sbiadisce come accade ai sogni quando ci si sveglia.
E’ fin troppo spiegabile che per un libro come « Il primo cerchio » non ci sia alcuna possibilità di pubblicazione in Russia. I dirigenti sovietici sono uomini che nell’epoca descritta dall’autore occupavano, se non le cariche supreme, posti importanti, facevano parte del sistema. L’accusa di Solzenitzin colpisce anche loro. Non possono ammettere che quanto egli racconta sia vero. Né dire: era vero, ma oggi non lo è più.
Solzenytzin è certamente un uomo coraggioso. Egli sa quello che rischia avendo lasciato pubblicare all’estero il suo libro. Per molto meno, anzi per nulla, ha già scontato una pena di dieci anni di carcere. E per molto meno, altri suoi colleghi hanno fatto una brutta fine.
E tuttavia né lui, né i suoi personaggi, le vittime, arrivano a commuovermi. Li compiango, li ammiro, ma non riesco a partecipare alle loro sofferenze. E non provo nessun conforto pensando che in Russia ci sono uomini di quella tempra. Nel fondo ho l’impressione che siano fatti di una pasta non molto diversa da quella dei loro carnefici.
Sono degli oppositori al regime, sì. Ma in che modo, con quali fini, in nome di che cosa? La loro protesta non ha nulla a che vedere con quella di un intellettuale a un regime d’oppressione in occidente. Sono demoni, diciamo pure demoni angelici, non uomini. Hanno pensieri, sentimenti, passioni, reazioni troppo eccezionali. E con questo non voglio dire che non siano sinceri.
In primo luogo si avverte in loro, come in tanti altri personaggi della letteratura russa, un totale disinteresse, una totale indifferenza per la propria persona. Intendo la persona in carne e ossa, che ha bisogni, desideri, stimoli, sensazioni naturali. La sofferenza, che noi rifuggiamo, per essi diventa quasi un fatto positivo. Se non la cercano non fanno nulla per evitarla. Che uno prenda una condanna a dieci anni appare loro quasi naturale. E poi c’è l’abbandono al proprio destino, inteso quasi con voluttà.
Tuttociò è ammissibile soltanto in chi abbia una natura religiosa. Solzenytzin è positivamente un cristiano e a modo loro, come lui, nel fondo, lo sono tutti gli oppositori del regime. Le reazioni per cui dissentono, protestano, e finiscono in carcere, sono religiose, non razionali. Combattono per l’anima, non per i diritti del cittadino.
Questa passione, unita all’indifferenza per il benessere di cui noi occidentali andiamo tanto fieri, è certamente una virtù. E’ comunque una cosa che affascina. Ma attenzione. Non si può mai prevedere dove vanno a sfociare certi slanci mistici. Io, confesso, apprezzerei di più le solide e borghesi virtù di chi si opponesse in nome di obbiettivi più modesti, come ad esempio la libertà individuale.
Tutti abbiamo letto a scuola che « Le mie prigioni » di Silvio Pellico nocquero alla monarchia asburgica più di una battaglia perduta. Possiamo invece star certi che il libro di Solzenytzin, che parla di ben più terribili carceri, non cambierà un bel nulla. Non dico in Russia, che sarebbe troppo pretendere, ma nemmeno in occidente. E ben inteso non per incredulità. Anche se i comunisti occidentali fossero certi che la Russia è peggiore di quella descritta da Solzenytzin non cambierebbero per questo di parere.
Perché? Sappiamo la loro risposta. La nostra resistenza â— essi dicono â— è la riprova che la storia è più forte di certa miserabile cronaca, e che, sia pure attraverso fenomeni odiosi e repellenti, essa promuove l’affermarsi di una verità più profonda e universale.
Non sono così ottimista. Non vedo comunque che cosa ci sia da andare tanto fieri di queste grandi verità che si aprono il corso (verso dove?) attraverso tante piccole ignominie. E poi non sarebbe anche l’ora di dubitare di questa razionalità storica? La storia forse è qualcosa di molto più modesto e incomprensibile. Un movimento senza direzione né scopo, un accavallarsi di fatti dove le forze dominanti, l’inerzia, la viltà, l’idiozia, il conformismo, la follia, hanno poco a vedere con la ragione.

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