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LETTERATURA: I MAESTRI: Troppe parole contro una parola

20 Ottobre 2015

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La Fiera Letteraria”, numero 32, giovedì 10 agosto 1967]

Questa è la stagione in cui, più che mai, si sente insultare la letteratura. Forse è colpa del caldo, forse dei cattivi libri, forse dei premi. Sia per una causa o per l’altra c’è in giro una vera insofferenza per ciò che è scritto, specie se si tratta di narrativa o di versi. Questa insofferenza anzi sta diventando l’unico punto d’incontro fra gli scrittori. Se continuerà a crescere con lo stesso ritmo, fra poco ci resteranno solo gli analfabeti ad avere rispetto per i libri.
Perché questa nausea? E da quando esiste? In parte c’è sempre stata. Da sempre, il letterato, ha avuto i suoi momenti d’odio per le parole (e soprattutto per quelle dei suoi colleghi) provando invidia e nostalgia di mestieri più sani, più virili e più utili. Che bello lavorare con le mani; fare il falegname, il meccanico, il camionista, il pilota d’aereo…
Momenti passeggeri, crisi soggettive. Ora si tratta di ben altro. La nausea è generale, costante. E’ diventata ideologia, atto di fede. Chi osa più parlare di romanzi, di poesia?
Certo l’avanguardia ha avuto la sua parte di responsabilità in questo disagio. Lo dichiarano gli stessi avanguardisti. Il nostro primo obiettivo, dicevano, è spargere il terrore. Ci sono riusciti. E’ così facile spaventare i letterati. Basta fare « bum! »; basta insinuar loro nell’orecchio che il tale avrebbe detto…
Dunque in primo luogo la colpa è della paura. Si ha paura di sbagliare, d’essere nel campo di chi ha perso, di scambiare il treno giusto (quello che viaggia sui grandi percorsi internazionali) con quello che finisce su un binario morto, in una stazioncina periferica. E se la letteratura, tutta la letteratura, è un anacronismo (come si afferma un po’ dappertutto) che figura si fa a ostinarsi a scrivere?
Poi c’è la vanità. Oggi, nonostante le esortazioni autorevoli a occuparsi d’altro, si scrive molto, troppo. Scrivono tutti, si sente dire comunemente. E dietro questa constatazione, per altro retorica, si sente una grande amarezza. La concorrenza non piace. Agli scrittori meno che agli altri. Prima i letterati si sentivano in pochi, soli, incompresi. Questa solitudine era la loro forza, il loro orgoglio. Oggi si sfornano libri a migliaia, come le automobili. Che gusto c’è ad andare in macchina quando ci vanno tutti? Bisognerebbe avere almeno una Jaguar. Ed è così difficile trovare una strada libera che non sia battuta da altri, un angolo tutto nostro, dove sia possibile parcheggiare tranquillamente.
Ma la vanità dei letterati è offesa in maniera molto più grave. C’è ben altro che la concorrenza dei colleghi a mortificarla. Il loro avvilimento ha cause più profonde. La verità è che sentono di perdere terreno, che il mondo va avanti anche senza di loro. Qui sta la vera ferita.
Che malinteso, che colossale equivoco a pensarci bene! Il letterato, a furia di ripeterselo per almeno più di un secolo, aveva finito davvero per credere d’essere un personaggio decisivo nella società, un pioniere, un uomo in testa alla marcia del genere umano. Inutile cercare le origini di questa illusione. Esisteva, nessuno potrebbe negarlo, e gli scrittori n’erano esaltati. Eppure, proprio mentre Rimbaud proclamava il mito del poeta veggente, Nietzsche, molto più acutamente, osservava che mai l’arte e la letteratura hanno anticipato la storia e che gli artisti e i letterati vanno semmai considerati dei ritardatari, uomini volti più verso il passato che verso l’avvenire.
Fino a ieri è durata questa illusione. E in parte dura tuttora, sia pure sotto altre spoglie. Sotto la modestia delle affermazioni c’è la luciferina pretesa d’essere le uniche voci ascoltate e seguite dell’epoca. E vedendo che il mondo va per altre strade, il letterato si lamenta, maledice, invoca la fine di tutto.
Il mondo non ha voglia di finire. Va avanti; apre nuove frontiere; ogni giorno fa una nuova scoperta. Quante cose straordinarie abbiamo sotto gli occhi! Non c’è dubbio, e i letterati devono riconoscerlo, oggi c’è chi lavora molto meglio di loro. Ebbene, che male c’è? E’ così grave non essere i più importanti, i primi?
No, non è grave. Ma gli uomini di lettere si sentono defraudati. E odiano la letteratura che li ha traditi. Eppure essa non ha mai fatto certe promesse. La insultano, la vorrebbero morta, dicono che è già morta. E vanno a casa a scrivere. Quante parole si scrivono oggi per dimostrare che le parole scritte non contano più!


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart