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LETTERATURA: I MAESTRI: Questi anni Trenta

15 Ottobre 2015

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 16, giovedì 18 aprile 1968]

Tornano di moda gli Anni Trenta; o meglio, si vorrebbe farli tornare di moda, come in America. Ci chiediamo: ne vale la pena? E soprattutto: sono per davvero esistiti, questi Anni Trenta in Italia?
Negli Stati Uniti, non c’è dubbio ebbero connotati ben precisi. Furono in primo luogo gli anni della grande depressione e del New Deal, dell’avvilimento in cui era piombata la nazione dopo la crisi del ’29 (crollati l’ottimismo, la fede nel sistema) e della speranza che subentrò con le misure coraggiose di Roosevelt, il nuovo presidente. Furono anche gli anni dei gangsters e delle leggendarie sparatorie fra gli eroi della malavita e i G.men, di James Cagney e Barton Mc Lane e di un mirabile risveglio intellettuale che produsse fra l’altro i romanzi di Faulkner, Caldwell, Steinbeck.
Ma in Europa? E in Italia? Oggi si vorrebbe inventare lo stile di quell’epoca, il tono, (in altri tempi chi voleva sentirsi à la page avrebbe detto la « stimmung »). Si tratta di un tentativo a posteriori, di cui non si vede la necessità. A meno che non ci sia già in vista un rilancio, su basi industriali, di non sappiamo quali prodotti. Forse le gonne alla caviglia?
Anche in Italia, a partire con il 1930, si ebbero gli effetti della crisi che aveva sconvolto Wall Street e il inondo finanziario. Furono effetti poco vistosi, rispetto all’Inghilterra o alla Germania, dove si preparava l’avvento di Hitler, e questo proprio per la costituzionale debolezza del nostro organismo incapace di violente reazioni. Una cronica disoccupazione per il proletariato, il modesto traguardo di un impiego statale a mille lire il mese (ricordate la canzonetta?) per le classi inedie furono i fenomeni più appariscenti del ristagno nel mondo degli affari, artificialmente rianimato dalla guerra d’Africa del ’35-’36.
Un’epoca modesta dunque, con obiettivi limitati, entro un orizzonte provinciale, mite, senza grandi tragedie (la cronaca nera aveva il bavaglio) confortata da piccole passioni, prima fra tutte quella sportiva: ecco i nostri Anni Trenta. E come prospettiva? La guerra. Su questo punto non c’erano dubbi; sarebbe scoppiata provocando la morte di migliaia e migliaia di giovani sottotenenti di complemento (si consideri il gusto piccolo borghese dell’epoca), come in quella ’15-’18. Trincee, camminamenti, reticolati, gas, bombe a mano, mitragliatrici. Molti ragazzi si chiedevano: che cosa si prova mentre si sta dietro i sacchetti di sabbia, aspettando l’ora dell’assalto?
Chi è stato giovane allora, può parlare all’infinito di quegli anni, commuoversi ai ricordi. Lo sappiamo: non c’è maggior piacere che ricordarsi del tempo infelice nella ricchezza… Ma per carità, non parliamo di stile, di coscienza, di atmosfera. I letterati sono capaci di belle capriole, è vero, quando vogliono trarre un succo da qualcosa. Restano pur sempre capriole.
E la letteratura? Ecco di questo è possibile parlare. Quegli anni di grande miseria, e non soltanto economica, ebbero come corrispettivo, nel mondo delle lettere, una fede, solitaria e clandestina, che credo difficilmente ripetibile.
Ristagno, anche qui, per quel che riguarda l’editoria (il romanzo di un giovane autore, diciamo un Landolfi, un Delfini, un Bilenchi superava di rado le cinquecento copie); la poesia non dava certo da vivere; quanto alla notorietà, essa era limitata a una repubblichetta di poche migliaia (siamo larghi) di persone. Forse, proprio perché commercialmente offriva così poco, la letteratura occupò un posto così alto nella coscienza di chi la coltivava, fosse un aspirante poeta o narratore o critico. Essa era il surrogato di tuttociò che la vita non era in grado di offrire.
« La letteratura come vita »: questo il titolo di un saggio di un giovane critico, Carlo Bo, che fu come il breviario di una generazione. Era, ante litteram, il primo attacco contro ogni letteratura di consumo, in nome dell’impegno totale, non soltanto sociale come poi sarà nel dopoguerra, addirittura metafisico dello scrittore. Era molto citata in quei tempi la lettera di Rilke a un giovane poeta, per il passo in cui egli dice: « Mi chiedi quand’è che devo scrivere? Ebbene, è semplice: quando, non facendolo, moriresti ».
Sembrava il capovolgimento dell’altra formula, « La vita come letteratura », che riassumeva tutto il decadentismo europeo a cavallo dei due secoli. In realtà, a parte l’enfasi, il sensualismo, la ferinità (il dannunzianesimo per dirla in una parola) ne era piuttosto la prosecuzione. Letteratura come vita, vita come letteratura: era pur sempre un’identificazione; era pur sempre, la letteratura innanzi tutto. Che importava la povertà finché brillava quella luce e si godeva quel privilegio? Che importavano le miserie, le servitù della vita pubblica e privata finché c’era quel sommo bene?
Ma tutto ciò costituirebbe materia per un romanzo (un’altra « Education sentimental ») più che per un « revival » degli Anni Trenta, uno dei tanti di cui si compiace (che gran fantasia!) il nostro tempo.


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