di Luigi Bàccolo
[da “La Fiera Letteraria”, numero 5, giovedì 2 febbraio 1967]
Se il compito della televisione è soprattutto di essere uno stimolo alla cultura, è da sperare che più d’uno in questi giorni torni a I Promessi Sposi anche in grazia del bel viso di Paola Pitagora; e magari qualche altro più curioso, in grazia del bel viso della Massari vada a leggersi il volume, che ebbe già gran successo, del Mazzucchelli sulla Monaca di Monza, o addirittura arrivi a rintracciare e leggersi in qualche biblioteca La Signora di Monza di Giovanni Rosini.
L’edizione di cui mi son servi to io, una edizione popolare del 1883 con illustrazioni da « Conte di Montecristo » di Quinto Cen ni, consta di 232 fitte pagine su due colonne, e richiede un certo coraggio. Se è vero quel che si racconta, che l’autore appena pubblicatolo (nel 1829) spedì il romanzo al Manzoni e poi anda to a trovare il grand’uomo cui si fece annunciare come « l’autore della Monaca di Monza », si sen tì rispondere dal servo che il pa drone non aveva il bene di cono scerlo, non si può dar torto al Manzoni; benché non aver letto non è ancora un giudizio. Il Ro sini, che era bellissimo uomo e assai pieno di sé, pare andasse poi ripetendo agli amici: « Che colpa ho io, se piaccio più del Manzoni? ».
Forse era vero ma non però cre dibile: oggi il libro è pesante, anche se non proprio come dice va il Barboni (che dell’autore racconta parecchie cosette gra ziose) « indigesto e indigeribile e goffo e frollo » ; lo diremmo piuttosto un romanzo da profes sore (il Rosini aveva la catte dra di eloquenza all’Università di Pisa). Certo, bisogna pensare il meno possibile al Manzoni, o se no è sicuro il disgusto fin dal la prima pagina, quando irrom pe nel convento di Monza, subito dopo il ratto di Lucia, Agnese gridando come in un melodram ma verdiano: « Dov’è mia figlia? rendetemi mia figlia! »/ o quan do ci si incontra in attacchi nar rativi di questa fatta: « 0 male mi appongo, o grandissima è la curiosità ne’ mìei lettori di co noscere » eccetera eccetera. La favola del romanzo poi ha un certo interesse al principio e al la fine, quando le figure della Signora e di Egidio sono sole davanti alla loro passione, e alla inimicizia del mondo; ma per tutto il corso della narrazione si perde in un labirinto di fatti sen za necessità e addirittura senza senso, i due amanti in fuga a Fi renze, gli incontri di Egidio con Galileo Galilei e alcuni notabili toscani, un suo amore per la bel la Barbara degli Albizzi con con seguente gelosia di Geltrude, e un guazzabuglio di critica d’arte.
Ma questo filo, la vicenda d’amore, c’era, e val forse la pe na di rintracciarlo con qualche pazienza, approfittando dell’occa sione offerta dalla riduzione tele visiva del romanzo manzoniano. Per le note ragioni religiose e morali, è lecito dire che il Man zoni quella trista storia la soffo cò, soprattutto nella edizione de finitiva del romanzo: « la sciagu rata rispose » è bellissimo e taci tiano, ma non fa racconto; e di Egidio sappiamo solo che era uno scellerato, libertino e omi cida. Il Rosini cerca di andare al fondo dei personaggi, e nei mo menti buoni (rari) qualche luce riesce pure a gettare su di loro, trattando da romanziere una fo sca storia che il Manzoni aveva trattato da poeta e da moralista. Per esempio nelle prime pagine i rimorsi di Geltrude dopo aver tradito Lucia, i suoi scrupoli pri ma di abbandonare il convento in compagnia dell’amante, la sua umiliazione poi quando si accor ge che, disciolta dal velo del cuo re, non è più per Egidio che un peso, la sua gelosia per la bella Albizzi: non sono mal narrati, salvo che si van disperdendo man mano in mille divagazioni su uomini e musei e accadi menti storici della Firenze del Seicento, tra cui il poema d’amo re si fa appena episodio.
La figura nuova però è quella di Egidio, che ne I Promessi Sposi non c’è, fuor che l’ombra sini stra di uomo « a mal più che a bene uso ». Nella Signora di Mon za, con tutti i difetti di costru zione anzidetti, Egidio fa perso naggio: colto (si è formato su Ovidio e sugli eretici valdesi), umano, signorile, appassionato e coraggioso. Viola la clausura, ma per un amore sincero; uccide, ma da cavaliere non da assassi no; per Geltrude ha vera tene rezza e rimorso, e la curerà ap passionatamente, malata di pe ste; e morirà alla fine, quasi da eroe, tornando indietro quando sarebbe già salvo dagli sbirri, per salvare un fedele servo, Anguillotto. che ha veduto colpito in suo luogo. Questo avventuriero pieno di umane lettere, che af fronta la morte per un amore, e poi a Firenze quasi dimentica la sua donna per andare a discor rere di storia e di letteratura col Galilei e di politica col Picchena, questo scellerato che perde la sua scelleratezza per strada fra la bellezza di un paesaggio, la curiosità di un’architettura e il suo Autore che si lecca le lab bra agli idiotismi della plebe fiorentina â— confessiamo che è un personaggio di nostro gusto.
Dove poi il Rosini è davvero felice è nelle figure dei servi; « bravi » come iì Griso, ma più alla mano, di pasta più quotidia na: come il non facilmente di menticatile Anguillotto, come il Carafulla. E in genere la gente rella della plebe toscana, mezzo canaglia mezzo buoni figlioli, è quasi sempre argutamente ri tratta, anche per amore del bel parlar toscano, di battute che per il professor Rosini le son chic che; come quella Crezia serva del piovano del Mugnone, « la quale benché fosse su i quaran ta, si manteneva fresca e giovareccia »; o come quel don Rodri go che scrive a Egidio (si pensa all’ottuso signorotto de I Promes si Sposi,), annunciandogli la con versione dell’Innominato : « Igno rasi se abbia lasciato la pelle di lupo per indossar quella di vol pe; ma, in quanto a me, credo che abbia vestito sempre quella dell’asino… ».
No, Giovanni Rosini non me ritava del tutto il dispregio, se ci fu, del Manzoni: e nemmeno la beffa del canonico Pacchiani, suo collega in logica e metafisica nel la Università di Pisa, che chia mava il Rosini « il Monacane di Monza », e lo fece dipingere una volta, stando al racconto di Leo poldo Barboni, seduto in catte dra « con un bavagliolo al collo, una ciotola di acqua saponosa di lato, in bocca un cannello di pa glia », e insomma in atto di sof fiar grandi bolle variopinte di sa pone, che i discepoli « spiritati » tentavano di agguantare « sfar fallando con le mani ». E’ vero che il Rosini in precedenza ave va commesso ad altro pittore un quadretto raffigurante il Pacchia ni col « gabbàno dei matti, lega to di correggiole e trascinato da due pappini al manicomio ». Senonché, risalendo indietro di ira in ira, risulta che un giorno che davanti ai suoi discepoli il giova ne Rosini stava declamando: « La natura è morta, giovani egregi », il Pacchiani avendo udito mentre passava nel corridoio, spalancò la porta e urlò: « Non dategli retta; è la sua testa che è mor ta! ».
Questi bei motti e queste bur le avvenivano nella Toscana del primo Ottocento, sotto il gover no non severo dei Granduchi; ed erano molto lontani dalla severa moralità e dalla timidezza solita ria del Manzoni, lombardo puro nonostante la nota faccenda dei panni e dell’Arno.